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«Io sono la bestia»: viaggio al centro del male

Mimì è impazzito. Davanti alla bara di suo figlio urla di dolore. Ma Mimì è un boss della Sacra Corona Unita e così il dolore per il figlio morto diventa la condanna per chi ne è responsabile. Un vero corto circuito che introduce il lettore in quella che è “l’ossessione” di Andrea Donaera: scavare le pulsioni, arrivare al centro del male e al tempo stesso verso il punto opposto, all’istinto di sopravvivenza.

di Serena Uccello


“Io sono la bestia” : viaggio al centro del male

2' di lettura

Mimì è impazzito. Davanti alla bara di suo figlio urla di dolore. La bara è chiusa perché dentro il corpo è perduto. La prima scena è una veglia funebre. Se alla letteratura si chiede di essere riplasmati, se si chiede la consapevolezza attraverso lo sconvolgimento, Io sono la bestia di Andrea Donaera (NN Editore) fa centro in entrambi i casi.

L’incipit è un chiaro segno della poetica di Donaera: la lingua è suono, il ritmo è quello dei poeti. Si procede per immagini più che per affabulazione in questo romanzo.

«E Mimì pensa che li ammazza tutti. Tutti, se non se ne vanno, se non se ne vanno da lì, se non lo lasciano da solo, in quella sala, Mimì fa un macello, li ammazza tutti. In quella sala, dove ci sono stati momenti belli, solo momenti belli, serate di carte, vino, amici, parenti, discorsi, progetti, risate, donne di là a dormire, in quella sala, che la si apriva solo per questo, per le serate. E ora, tutto umido, tutto suda, e una bara, chiusa, circondata dalle sedie, sedie ovunque. Le donne, sedute, che si fanno aria con i ventagli, i maschi, in piedi, che vanno e vengono, i vestiti, la pelle, tutto umido, tutto suda, i mobili pure, tutto. Le persone, le tazze, i thermos, le moke. Tutto. E c'è un odore in quella sala, un odore insopportabile che si posa ovunque, caffè corretto con l'anice. Lo bevono solo i maschi, mentre vanno e vengono, si scambiano cenni, sguardi. Le donne, invece. Alcune piangono, alcune guardano il pavimento, tutte si muovono sulla sedia, zitte. I maschi escono fuori a fumare, rientrano, si guardano tra loro, cenni, sguardi. C'è tutto un odore in quella sala, e fiori, corone di fiori, a circondare la bara».

La storia: Mimì è un boss della Sacra Corona Unita e così il dolore per il figlio morto diventa la condanna per chi ne è responsabile. Solo che il figlio quindicenne di Mimì non è stata ucciso: Michele si è ucciso per la delusione di un amore negato. Allora Mimì impazzisce. La vendetta è il rapimento di Nicole, la ragazza che ha rifiutato Michele e la rinchiude in una casa sperduta nella campagna salentina. Nicole viene così lasciata nelle mani di Veli, il guardiano della casa che in Nicole rivede Arianna , la figlia maggiore di Mimì che a sua volta lo amava, forse, se la morte di Michele non avesse sconvolto, cancellato tutto. Nasce un rapporto di silenzi e di storie, che sono la porta varcata la quale il lettore entra dentro l’ossessione di Andrea Donaera: scavare le pulsioni, arrivare al centro del male e al tempo stesso verso il punto opposto, all’istinto di sopravvivenza.

Donaera usa le parole per scavare, plasmare. Le parole nelle mani dello scrittore salentino sono lancia e clava, musica ed affanno. Il valore qui è la scelta di una letterarietà totale. Il viaggio che Donaera compie per arrivare al cuore del male (come della vita) è puntellato da una prosa che si trascina l'eco di una musicalità poetica. La parola cioè di Donaera non spiega ma allude, scaglia il alto il pensiero, attiva la comprensione attraverso la composizione per quadri.

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