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Ipo Aramco, sauditi ai ferri corti con le grandi banche straniere

A poche settimane dal debutto in Borsa, i big del credito sono stati estromessi dal ruolo di global coordinator. Anche le commissioni si profilano molto più basse di quanto le banche avessero sperato. A guastare i rapporti è stato il nodo della valutazione di Saudi Aramco

di Sissi Bellomo


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Il presidente e ceo di Saudi Aramco Amin Nasser e il presidente di Aramco Yasir al-Rumayyan (Afp)

3' di lettura

Tra Saudi Aramco e Wall Street la luna di miele è finita prima ancora di cominciare. Alla vigilia del debutto in Borsa della compagnia petrolifera Riad non solo ha voltato le spalle ai capitali occidentali – cancellando il roadshow all’estero – ma ha anche allontanato le grandi banche che per anni l’avevano corteggiata sperando di guadagnare ricche commissioni dall’Ipo.

Dei nove global coordinator dell’operazione solo tre, secondo indiscrezioni di stampa, hanno conservato il loro ruolo. Di questi, due sono sauditi (Samba Financial Group e National Commercial Bank) e il terzo è Hsbc, una banca che di occidentale ha ben poco: tuttora è quotata a Hong Kong, oltre che a Londra, ma soprattutto da ottobre è azionista di controllo (con il 51%) della Saudi British Bank.

Gli altri big del credito che erano stati nominati global coordinator – le statunitensi Bank of America, Citigroup, Goldman Sachs, JP Morgan Chase e Morgan Stanley, più Credit Suisse – ora dovranno passare attraverso Hsbc o le banche saudite per eventuali ordini di azioni Aramco raccolti tra i clienti.

Anche la torta complessiva delle fees, da dividere tra oltre venti banche coinvolte a vario titolo dai sauditi, sarà molto più scarsa del previsto: al massimo 90 milioni di dollari dicono fonti Reuters, invece degli oltre 200 milioni sperati (Alibaba nell’Ipo record del 2014 aveva distribuito 300 milioni, Facebook nel 2012 176 milioni, con un’Ipo che valeva 16 miliardi).

Le relazioni con Riad sono diventate molto tese quando i banchieri internazionali – una volta assunto l’incarico – hanno smesso di assecondare le ambizioni del principe Mohammed Bin Salman, che insisteva per ottenere una valutazione di 2mila miliardi di dollari per Aramco.

L’Ipo alla fine è stata ridimensionata rispetto ai piani iniziali: verrà collocato appena l’1,5% del capitale (invece del 5%) e solo sul listino saudita, con l’obiettivo di raccogliere 24-25,6 miliardi di dollari, in pratica – se va bene – un quarto di quanto Riad in origine aveva sperato di ottenere.

Nella sua veste attuale l’operazione porterà a valutare Saudi Aramco 1.700 miliardi di dollari nella migliore delle ipotesi. Ma anche questa cifra è sembrata eccessiva ai banchieri occidentali, che – secondo un retroscena descritto dal Financial Times – sono stati cacciati in malo modo dall’incontro finale con funzionari e dirigenti sauditi, sabato 16 a Riad. La loro colpa: aver insistito per una valutazione più moderata, tra 1.200 e 1.500 miliardi, sostenendo che gli investitori occidentali non avrebbero pagato di più.

La casa reale poche ore dopo ha rotto gli indugi, fissando dimensioni e prezzo dell’Ipo e cancellando tutte le tappe del roadshow all’estero, ad eccezione di quelle nell’area del Golfo Persico.

Il tour a questo punto appare quasi superfluo: la tranche riservata agli investitori istituzionali – afferma la tv Al Arabiya – è già stata sottoscritta per oltre 64 miliardi di riyal (17 miliardi di dollari). Meno reattivo il pubblico retail, che per ora ha prenotato circa un terzo della quota di azioni riservata, per un valore di 10 miliardi di riyal. Ma c’è ancora tempo, fino al 28 novembre per i piccoli risparmiatori e fino al 4 dicembre per gli istituzionali.

Per approfondire:
Così la mega Ipo di Aramco entrerà nel portafoglio dei risparmiatori
Per Aramco Ipo saudita ma con impatti (e rischi) globali
Aramco, l'Ipo diventa locale: niente roadshow in Occidente

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