il ritiro dall’accordo nucleare / 1

Iran, cosa succede dopo lo strappo di Trump e perché riguarda anche noi

di Alb.Ma.


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(EPA)

4' di lettura

Negli ultimi giorni, lo scenario geopolitico globale è monopolizzato da Donald Trump e la sua scelta di ritirare gli Stati Uniti dall'accordo nucleare sull'Iran. La rottura ha agitato – ulteriormente – i rapporti fra Washington e Teheran, oltre a provocare tensioni con l'Europa e il resto dei partner internazionali. La caduta dell'intesa orchestrata da Obama nel 2015 rischia di far saltare una lunga serie di equilibri commerciali che si erano creati da allora, congelando partnership dal valore miliardario. Tra le aziende colpite, per farsi un'idea, ci sono multinazionali come Total, Airbus e Samsung, oltre alll'intero blocco dei paesi Ue.

Ma quale sarebbe «l'accordo con l'Iran»?
L'accordo infranto dagli Usa è il Joint comprehensive plan of action, raggiunto nel luglio 2015 e adottato a pieno regime dall'ottobre dello stesso anno. In sintesi, l'Unione europea e il gruppo dei P5+1 (Cina, Francia, Germania, Regno Unito , Russia, Stati Uniti) hanno siglato un patto con l'Iran per disinnescare i rischi di un'escalation bellica. L'Iran ha accettato di rallentare i suoi piani di sviluppo dell'energia nucleare, considerati funzionali allo sviluppo della bomba atomica, in cambio di una serie di alleggerimenti alle sanzioni che avevano affossato la sua bilancia commerciale.

Fra le altre limitazioni accolte da Teheran c'è il divieto di arricchire l'uranio oltre a una certa soglia (il 3,75%). In maniera molto semplicistica, l'«arricchimento» dell'uranio è un processo che consente di utilizzare il metallo per fini bellici, quindi rinunciare a spingersi sopra a certe percentuali significa privarsi della possibilità di utilizzi militari. Il rispetto dell'accordo è stato garantito e vigilato dalle ispezioni della Agenzia internazionale per l'energia atomica. Dall'entrata in vigore del patto non si erano registrate infrazioni, ma ora l’Iran ha annunciato che tornerà a fare ricerca sul nucleare.

Trump cosa ha fatto? Cosa succederà ora?
Trump ha ritirato gli Usa dall'accordo. Si tratta di un atto unilaterale, nel senso che lo “strappo” è stato voluto e attuato da Washington, senza passare per un dialogo con la controparte e gli altri paesi interessati. Il primo effetto della rottura è che gli Stati Uniti reintroduranno una lunga serie di sanzioni su Teheran. Il Tesoro americano ha concesso alle aziende internazionali due periodi di stand-by, di 90 e 180 giorni, per adeguarsi e cancellare i propri accordi. La prima finestra scade il 6 agosto 2018 e prevede, fra le altre cose, sanzioni sull'acquisto di dollari da pare del governo iraniano, commercio su oro e altri metalli preziosi, vendita diretta e indiretta di una serie di prodotti che vanno dal grafite ai software, transazioni sulla compravendita di valuta iraniana (il Riyal), acquisto e sottoscrizioni del debito sovrano di Teheran e sul comparto dell'automotive. L'inasprimento vero e proprio, però, arriverà con la chiusura della seconda finestra (4 novembre 2018). Qui nel mirino finiranno, fra gli altri, operatori portuali, transazioni legate ai prodotti petroliferi (inclusi gli acquisti di greggio e prodotti petrolchimici in generale), transazioni di finanziarie estere con la banca centrale dell'Iran, servizi di assicurazione, riassicurazione ed energia.

L'Europa cosa c'entra? Perché si oppone? 
L'Europa subisce direttamente la nuova ondata di sanzioni in virtù del principio della extra-territorialità, previsto dal diritto Usa: in pratica, gli Stati Uniti possono multare le aziende non americane che vietano il loro embargo se hanno rapporti commerciali con gli States o usano dollari. Lo strappo Usa-Iran ha creato un altro elemento di tensione fra Stati Uniti e Bruxelles, dopo la diatriba sull'inclusione dei paesi Ue nei pesanti dazi su acciaio e alluminio (25% e 15%) imposti da Trump per ridurre il deficit del suo paese nell'import-export con la Cina.

È chiaro che la Ue non può rompere i rapporti con la Ue, ma la rimozione delle partnership commerciali con l'Iran avrebbe un peso. Notevole. Solo la Germania ha esportato in Iran, nei primi nove mesi anni del 2017, l'equivalente di oltre 2,3 miliardi di euro, mentre la Francia è arrivata a 1,5 miliardi di euro sulla lunghezza di tutto il 2017. I paesi membri si stanno mobiltando per “strappare” un'esenzione ad hoc, sulla falsa riga dei tentativi già avviati con i dazi sui prodotti siderurgici. Un pressing significativo arriva dall'Eliseo, rinsaldando il ruolo di Emmanuel Macron come uno fra i leader di fatto del Vecchio Continente (anche a causa delle fragilità della Germania). Tra i colossi europei che rischiano di perdere commesse e appalti ci sono Siemens, Mercedes-Benz e Total.

E l'Italia?
Per l'Italia l'Iran vale circa 2 miliardi di esportazioni e oltre 3 miliardi di importazioni, gonfiate dai robusti acquisti di greggio. Ma alle cifra dell'interscambio (5 miliardi) vanno aggiunti 27 miliardi di investimenti che potrebbero scaturire per le grandi imprese. O meglio, che dovrebbero scaturire se non si congeleranno per rispetto dell'embargo Usa. Per fare un paio di esempio, Ansaldo Energia ha firmato un memorandum di intesa per un mega-giacimento in Iran (con riserve stimate di 14 miliardi di metri cubi di gas) e Ferrovie dello Stato ha concluso un accordo da 1,2 miliardi per una linea ferroviaria (da Arak a Wom), oltre alla tratta dell'alta velocità Teheran-Qom

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