medio oriente

Iran, elezioni nel segno dei conservatori e del coronavirus

Nessuno dubita del risultato. L’undicesima elezione parlamentare nella storia della Repubblica islamica sembra un voto a senso unico. Per i conservatori

dal nostro inviato Roberto Bongiorni


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(EPA)

4' di lettura

Teheran – Pochi luoghi aiutano a comprende l’umore dell’anima popolare e conservatrice dell’Iran come la grande moschea Khomeini di Teheran. Soprattutto se è venerdì, giorno festivo, e se è l’ora più importante, quella della preghiera di mezzogiorno.

Si vota. Per rinnovare i 290 seggi del Majlis, il Parlamento iraniano. È la prima volta che gli iraniani si recano alle urne da quando, nel maggio del 2018, il presidente americano Donald Trump ha stralciato l’accorso sul nucleare iraniano ripristinando (rafforzandole) le sanzioni.

Per i conservatori, vittoria scontata
Nessuno dubita del risultato. La grande selezione operata nei confronti dei candidati riformisti e moderati da Parte del Consiglio dei Guardiani, insieme a un periodo di grandi tensioni con gli Stati Uniti che ha ricompattato la società verso l’ala conservatrice, fanno dell’undicesima elezione parlamentare nella storia della Repubblica islamica un voto a senso unico.

Anche perché gli stessi media iraniani hanno evidenziato che 160 dei 290 seggi a disposizione vedranno sfidarsi solo conservatori e ultraconservatori.

Per approfondire: Iran al voto, la sfida è un derby tra conservatori

L’importanza dell’affluenza
Eppure alle forze conservatrici non basterà far incetta di seggi. Per legittimare la vittoria hanno bisogno di una buona affluenza. Se si rivelasse bassa sarebbe un duro colpo. È questa la grande incognita. Ecco perché la televisione pubblica ha tempestato di messaggi gli spettatori. Ecco perché lo stessa guida spirituale dell’Iran, Ali Khamenei, ha esortato gli elettori (gli aventi diritto sono 52 milioni) a recarsi alle urne precisando che votare è un dovere religioso.

All’esterno della moschea Khomeini sono stati allestiti dei seggi improvvisati, mettendo in fila degli autobus. Le fiancate sono coperte da liste che riportano migliaia di nomi. Gli elettori attendono pazientemente il loro turno. Gli uomini da una parte, le donne, tutte rigorosamente avvolte nei loro chador neri, dall’altra.

La rabbia verso Usa e Israele
Mosen Aghjai vuole dire la sua «Nelle elezioni precedenti il popolo è stato ingannato dalla propaganda delle forze che dipendono dai sionisti e degli americani. I conservatori hanno perso le elezioni. Oggi siamo qui per recuperare e per sostenere i conservatori», ci racconta. Poi prende forza e urla: «I nostri grandi problemi sono colpa degli americani. Morte all’America, morte a Israele». La gente intorno risponde Allahu Akbahar. (Dio è grande).

Quello dell’addebitare tutti i problemi della società al nemico estero, è un elemento ricorrente. Soprattutto in questo periodo.

Musavi accetta di parlare. Ma prima di rispondere alla domanda esordisce con una frase che viene ripetuta in modo molto simile da molti altri elettori. «Siamo qui a votare per il bene nel nostro Paese, per la stabilità , per la nostra Repubblica islamica».

La donna, quattro figli, passa subito a colpevolizzare i Paesi stranieri: «Siamo sotto sanzioni, non possiamo e non dobbiamo lasciare il nostro destino in mano agli stranieri». Poco più in là, Askari Sefidi, un arzillo vecchietto usa toni più distensivi. «Sono arrivato qui Teheran dalla lontana regione del Belucistan per curare mia moglie, ho fiducia nell’ex sindaco di Teheran (un conservatore). Votandolo spero di contribuire nella stabilità nella nostra Repubblica islamica. Spero che loro aiutino i poveri come noi».

Dall’imam un sermone geopolitico
All’interno la grande moschea è gremita per l’occasione. Durante il sermone l’Imam prima parla delle elezioni, esortando il popolo a fare il suo dovere votando, e ammonendo i deputati a comportarsi correttamente una volta insediatesi in Parlamento. Poi il discorso sconfina nella geopolitica trasformandosi in una severa invettiva contro Stati Uniti ed Israele.

«Gli Stati Uniti vogliono un Medio Oriente destabilizzato. Ma fortunatamente sono accaduti diversi eventi che vanno contro la loro volontà». Poi prosegue: «Con i negoziati non andremo da nessuna parte. Tutti i successi del passato sono stati ottenuti grazie alla resistenza. E sarà ancora questa la strada . Grazie a questa resistenza l’accordo del secolo (Il piano di Pace presentato dal presidente americano Donald Trump per il conflitto israelo-palestinese, Ndr) è stato come un bambino nato morto. È stato totalmente sconfitto. Comportandosi così gli americani ed i sionisti non saranno più tranquilli».

Passando il Bazar, spingendosi a sud di questa grande capitale (gli abitanti sarebbero circa dieci milioni) , la musica è la stessa. Anzi l’astio contro l’occidente è ancora più marcato.
Approfittando di un’occasione quasi irripetibile - ovvero le strade vuote - puntiamo verso la parte settentrionale della città. La parte più alta, la parte più ricca. Dove l’aria è più pulita, le strade sono più ordinate, e i negozi lussuosi.

Nel quartiere di Tajrish il seggio è allestito in una moschea, come tanti altri. La gente preferisce non parlare. Percorrendo l’elegante strada orlata di alberi ci fermiamo in un altro piccolo seggio, nella zona di Zafaranie, circondato da sfarzosi palazzi. Il presidente di seggio, e i suoi due assistenti, assicurano subito: tra due ore ci saranno grandi file. Poi ci informa che la chiusura del seggio slitterà di due ore proprio per ovviare a questo “potenziale” problema.

Mascherine e guanti contro il coronavirus ai seggi
Le persone incaricate di consegnare le schede elettorali e far firmare i registri indossano mascherina e guanti in lattice. Le quattro vittime iraniane da corona-virus, oltre ad alcuni altri casi accertati, sono l’ennesima tegola per un Paese che sta già vivendo momenti di grandi difficoltà a causa delle sanzioni. Accompagnata dal marito che regge il piccolo bimbo di pochi mesi, Faize Mussavi, non nasconde di essere venuta per rispondere alla chiamata della guida suprema. «Mi vengono subito in mente i problemi economici che gravano sul nostro Paese. Il Parlamento è come la nostra voce. Pretendiamo che ci aiuti a risolverli».

Difficile parlare con qualcuno che ha votato per i riformisti. Un giovane lo lascia intuire, ma subito dopo preferisce non esporsi nel seggio, davanti a tutti. Nei café, nei bar, o semplicemente per strada, i giovani amano sbilanciarsi. Sono davvero pochi quelli che ci dicono di aver votato. E davvero tanti quelli che sottolineano di non credere più nelle elezioni. E’ come se un altro virus si stesse diffondendo rapidamente: quello della disillusione.

Per approfondire:
Usa-Iran: storia breve dallo Scià di Persia alla morte di Soleimani
Iran al voto, la sfida è un derby tra conservatori
I sette autogol di Trump in Medio Oriente

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