IL NUOVO ISOLAMENTO DI TEHERAN

Iran, gelata sugli investimenti esteri dopo l’attacco terroristico

di Roberto Bongiorni

Il leader supremo iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei parla aghli studenti a Teheran dopo gli attacchi terroristici al Parlamento e al mausoleo di Khomeini di mercoledì

3' di lettura

Il 20 maggio per le strade di Teheran regnava un clima di euforia. Agli occhi di molti iraniani, ma anche dei Paesi occidentali, la riconferma alle elezioni del presidente Hassan Rohani era considerata la sola alternativa per sperare di far uscire definitivamente l’Iran dall’isolamento internazionale e dar via all’attesa rinascita economica. Una ripresa che, finoa oggi,ha deluso le aspettative degli elettori. Il cambio di rotta di Donald Trump, che ha eletto l’Arabia Saudita alleata degli Stati Uniti definendo il suo rivale storico, l’Iran, uno sponsor del terrorismo, la crisi diplomatica con il Qatar e gli attentati terroristici di ieri a Teheran, hanno provocato un terremoto geopolitico. Il timore ora è che una nuova crisi faccia evaporare le speranze di aprire agli investitori stranieri un mercato dal valore di oltre 300-400 miliardi di dollari.

Doppio attacco terroristico a Teheran

Gli investimenti internazionali sono indispensabili per avviare quella diversificazione dell’economia che lo stesso Rohani ha posto come priorità durante la sua campagna elettorale. Perché in questo vasto Paese, il cui sottosuolo nasconde le quarte riserve mondiali di greggio, la dipendenza dagli idrocarburi (ancora oggi il 70% dell’export) rappresenta un freno a un reale rilancio economico. Lo si è visto anche di recente. Una volta rimosse le sanzioni internazionali, a inizio 2016, (tra cui l’embargo europeo sul petrolio del luglio 2012), l’economia è uscita dalla recessione. Durante gli anni delle sanzioni, le esportazioni petrolifere erano cadute ad una media di un milione di barili al giorno (mbg), toccando nei momenti più bui 700mila barili/giorno. Un terzo rispetto al 2010. L’industria petrolifera iraniano ha poi sorpreso il mondo per la sua capacità di ripresa. E oggi l’export ha toccato volumi che non si vedevano dai tempi dello Scià. Il Paese è così uscito dalla recessione. Il Pil, naturalmente, ne ha giovato, con una crescita del 6,6%(per il 2017-2018 è previsto che si dimezzerà).

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La condanna del presidente Parlamento Iran: "Non ci fermeranno"

Eppure il rilancio ha deluso. A Rohani vanno riconosciuti dei meriti; sotto la sua presidenza il saldo commerciale iraniano (nell’anno 2015-2016) è tornato in positivo per la prima volta dal 1979,l’inflazione è tornata sotto il 10% (era al 35% nel 2013) e la recessione è finita. Ma la crescita targata Rohani è figlia soprattutto della ripresa produttiva petrolifera.

Inoltre è ancora troppo poco per risolvere l’emergenza occupazionale. Il tasso reale di disoccupazione si aggira intorno al 35-40%. Ci vorrebbe una crescita costante del Pil dell’8%. Obiettivo raggiungibile con la diversificazione dell’economia e l’arrivo degli investitori. Ma il piano per attrarre investimenti non sta funzionando come ci si attendeva. È vero che l’anno scorso sono arrivati 11 miliardi di dollari (contro 1,2 miliardi del 2015,ndr). Ma ci vorrebbero 50 miliardi ogni anno. Il Pil è, sì, cresciuto del 6,6% ma senza il settore energetico l’incremento si ferma all’1 per cento.

Quasi tutte le imprese straniere sono concordi; forse non c’è mercato al mondo così appetibile. Ogni settimana nutrite delegazioni di businessman stranieri affollano gli hotel di Teheran. A parole tutti vogliono aprire un business in Iran. Ma, al di là delle intenzioni e degli accordi di intesa, il denaro non arriva. Le compagnie preferiscono attendere. E ora saranno probabilmente più prudenti.

Eppure gli interessi erano incoraggianti. Solo per citare qualche esempio, la britannica Vodafone aveva dichiarato di voler entrare in collaborazione con un service iraniano per migliorare la telefonia mobile e le infrastrutture di telecomunicazioni. La tedesca Siemens ha reso noto di voler investire 100 milioni di dollari in progetti energetici. Oltre a intese non definitive conTotal (4,8 miliardi) e Shell,Teheran si è affrettata a stringere accordi preliminari con aziende cinesi, norvegesi,thailandesi e polacche. Un altro promettente settore è la motorizzazione. La francese Peugeot ha già stretto una partnership con la compagnia locale Khodro. L’accordo da 400 milioni di euro, firmato nel 2016 ,prevede la produzione di 200mila auto in Iran entro il 2018.

E che dire della Boeing? Grazie all’autorizzazione,in settembre,del dipartimento Usa del Tesoro, lo scorso dicembre il colosso americano ha firmato con la Iran Air la maggiore commessa da 37 anni: una fornitura di 80 aerei passeggeri a partire dal 2018 per un valore di 16,6 miliardi di dollari.Ma Trump potrebbe avere l’ultima parola. In questa strategica regione è in corso tra Teheran e Riad una battaglia per la leadership del Golfo. E l’isolamento internazionale dell’Iran scoraggerà inevitabilmente gli investitori.

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