Medio Oriente

Iran: l’uscita di Trump dall’accordo nucleare, spiegata punto per punto

di Marco Valsania

Gli effetti collaterali dell’uscita di Trump dall’accordo nucleare con Teheran

4' di lettura

E adesso, cosa accadrà sull’Iran? Adesso si tratta di capire come avverrà il ritorno delle sanzioni economiche americane. Come valutare i tanti, potenziali effetti collaterali della decisione di Donald Trump di uscire dall’accordo nucleare con Teheran, che resta invece sottoscritto dai Paesi europei, dalla Russia e dalla Cina. Quali siano le ripercussioni in gioco non solo per l’Iran ma per economia e aziende internazionali. Per il futuro della diplomazia in Medio Oriente e non solo - in arrivo è anche il summit con la Corea del Nord - e per i rischi di nuove escalation. Sulla base di quanto finora indicato dall’amministrazione americana, ecco i dettagli del grande “strappo” di Trump.

Le procedure
Trump ha detto che le sanzioni saranno del «massimo livello» contro l’Iran ma anche contro aziende e banche occidentali che facciano affari con Teheran. La realtà appare un po’ più complessa e articolata: i nuovi contratti vengono immediatamente messi al bando dall’amministrazione americana, ma imprese e società finanziarie avranno tra i 90 e i 180 giorni di tempo per uscire da quelli già in essere. Questo arco di tempo potrebbe dare spazio tanto a nuove manovre diplomatiche, di ogni livello, che a tensioni.

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I settori nel mirino
La reintroduzione delle sanzioni intende colpire l’export di greggio dall’Iran, industria cruciale per la sua economia. Nel mirino ci sono anche i servizi finanziari, l’auto e l’aeronautica. Sanzioni del tutto nuove sono inoltre in preparazione - occorreranno settimane o mesi - per penalizzare i programmi missilistici dell’Iran e le sue attività considerate destabilizzanti e terroristiche. Il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, ha precisato che Washington «non vuole lasciare che l’Iran usi i mercati e il sistema finanziario statunitense e operi in dollari», finché non avrà accettato le richieste americane (rinuncia permanente al nucleare, messa al bando di programmi missilistici e fine della destabilizzazione).

La progressione delle sanzioni
Il Tesoro, nelle prime istruzioni date nella notte di ieri, ha indicato che una prima serie di attività verrà vietata dal 6 agosto: tra queste l’export di velivoli e loro componenti, transazioni in dollari, commercio in oro e altri metalli, accordi nell’auto e operazioni sul debito sovrano. Mnuchin ha affermato che «le licenze per l’export di aerei civili e parti a Boeing e Airbus sono da considerarsi revocate». Anche il consorzio europeo è soggetto alle sanzioni Usa, perché oltre il 10% delle componenti dei suoi jet è prodotto da società statunitensi, come United Technologies, Rockwell Collins e General Electric. Il 4 novembre prossimo cadranno sotto la scure tutti gli acquisti di greggio, le intese nelle spedizioni e portuali, le operazioni nel comparto assicurativo e i rapporti con la Banca centrale di Teheran. Mnuchin ha spiegato che i tempi indicati dovrebbero bastare a permettere agli alleati di districarsi da accordi con l’Iran e, qualora possibile, di cercare di far avanzare accordi interamente nuovi.

Esenzioni per (alcuni) alleati?
Come nel caso delle sanzioni commerciali su acciaio e alluminio, il Tesoro ha indicato che potrebbe considerare esenzioni a favore di Paesi che dimostrino di aver ridotto «significativamente» le operazioni con Teheran. Mnuchin ha aggiunto che potranno essere considerate nei prossimi mesi richieste di «waiver», vale a dire di permessi speciali caso per caso, da parte di imprese. Sempre Mnuchin ha sottolineato che Washington punirà severamente qualunque azienda, anche di Paesi amici, che continui nel business con l’Iran in violazione degli ultimatum americani.

Il petrolio
L'amministrazione Trump ha fatto sapere di aver già trattato con grandi Paesi produttori di greggio al fine di mantenere stabilità sul mercato globale in presenza di un nuovo embargo contro l’Iran. L’Arabia Saudita è della partita, come ha già fatto esplicitamente sapere: nemico acerrimo di Teheran, è stata assieme a Israele il grande critico dell’accordo nucleare.

Il “calcolo politico” sul Medio Oriente
È forse l’incognita maggiore. C’è chi scommette sul successo della svolta di Trump e chi teme l’esplosione di conflitti e corse al riarmo nucleare. In breve eccolo, il calcolo di Trump: conta che la sua durezza paghi, anche qualora rimanesse isolato. Che affami il regime iraniano, portandolo a cedere, a tornare al tavolo negoziale alle condizioni desiderate, oppure al suo tracollo. È una “mano” opposta a quella giocata dal suo predecessore, Barack Obama, e tutt’oggi dagli europei: che possa essere invece il disgelo cominciato proprio con quel patto senza precedenti del 2015 e che limita i programmi nucleari di Teheran - seppure con punti da migliorare - a incoraggiare cambiamenti costruttivi in Iran e nella regione.

Cruciale sarà verificare se sarà Teheran a rimanere isolata o Washington. Come capire se le sanzioni rafforzeranno i moderati interni o le correnti oltranziste. Gli schieramenti sono emersi rapidamente nelle ultime ore, con il succedersi di reazioni alla mossa di Trump: le critiche europee («rammarico», perché «in gioco c’è il futuro della non proliferazione nucleare»); l’entusiasmo del premier israeliano Benjamin Netanyahu («mossa storica» e «coraggiosa leadership») e della monarchia saudita, che considerano qualunque apertura tra Occidente e Teheran ostile alle loro strategie regionali.

La condanna di Obama e quella di Rouhani
L’ex presidente Barack Obama, grande artefice dell’accordo iraniano, ha rilasciato una rara e articolata denuncia dell’operato di Trump: il mondo, ha detto, sarà meno sicuro, con lo spettro d’una futura scelta tra «un Iran dotato di armi atomiche e un’altra guerra nel Medio Oriente». Il Presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha a sua volta condannato la scelta di Trump e per ora afferma che il Paese intende provare a rispettare ancora l'accordo nucleare senza la partecipazione degli Stati Uniti. Ha però anche aggiunto che Teheran potrebbe rapidamente rilanciare, se necessario, il programma per l’energia atomica.

La partita con la Corea del Nord
Una delle ripercussioni più attese sarà quella sul summit con la Corea del Nord, previsto nelle prossime settimane. «Il messaggio a Pyongyang è che il Presidente vuole un vero accordo», ha detto il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, falco contrario all’intesa con l’Iran ed esponente della nuova schiera di consiglieri ultra-conservatori e nazionalisti di cui Trump si è circondato dopo la cacciata dei più moderati Rex Tillerson e HR McMaster (non a caso difensori dell’accordo con l’Iran). Bolton ha negato che Pyongyang, sulla base di quanto accaduto, abbia ragione di credere che gli Stati Uniti non rispettino gli accordi presi e ha affermato che «ogni nazione ha il diritto di correggere errori passati». Kim Jong-un potrebbe tuttavia non concordare, temono alcuni osservatori.

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