AnalisiL'analisi si basa sulla cronaca che sfrutta l'esperienza e la competenza specifica dell'autore per spiegare i fatti, a volte interpretando e traendo conclusioni al servizio dei lettori. Può includere previsioni di possibili evoluzioni di eventi sulla base dell'esperienza.Scopri di piùDOPO L’ATTACCO IRANIANO

Iran-Usa nel vortice delle rappresaglie. Chi farà la prossima mossa?

Nelle dinamiche del conflitto, l’attacco missilistico lanciato dall’Iran contro le basi Usa è una risposta prevedibile. Le reazioni degli Usa non lo sono

di Roberto Bongiorni

Iran-Usa, come siamo arrivati allo scontro frontale

2' di lettura

Ali Khamenei, la guida spirituale dell'Iran, lo aveva promesso martedì. Soltanto poche ore dopo ha mantenuto le sue minacce. E nella notte è partito l'attacco per vendicare la morte di Qassem Soleimani , il popolare generale iraniano ucciso a Baghdad da un raid militare americano il 3 di gennaio. In un ipotetico dizionario sui regimi e la guerra, la rappresaglia militare lanciata nella notte dall'Iran contro due basi americane in Iraq, appare come una risposta prevedibile e, agli occhi di chi l'ha decisa, ragionevole.

Lo stesso ministro iraniano degli Esteri iraniano, Mohamad Javad Zarif, che era sempre considerato dai paesi europei un politico moderato incline al dialogo, l'ha definita «risposta proporzionata». In verità il regime di Teheran non aveva molte opzioni. Non poteva permettersi di mostrare alla popolazione in preda alla commozione ed alla rabbia, accorsa in milioni per salutare la salma del loro «generale eroe» (agli di Israele e Stati Uniti un terrorista), di subire passivamente un attacco di questa portata. Ricorrere alle varie milizie filo-iraniane sparse per la regione sarebbe stata una risposta non all'altezza.

Così come un attentato con ordigni. L'uccisione di Soleimani richiedeva una risposta diretta ed identificabile da parte delle forze militari ufficiali.

Una prova di forza (mediatica)
Ecco dunque l'attacco con missili balistici nella notte. Una dimostrazione di forza, tuttavia, che pare finalizzata o all'uso e consumo dell'opinione pubblica interna più che a causare danni al nemico. Insomma, il regime doveva salvare l'onore e la faccia. Il messaggio conclusivo del ministro iraniano degli Esteri conferma che l'Iran non vuole avventurarsi in una guerra aperta con gli Stati Uniti. Le conseguenze sarebbero catastrofiche, soprattutto per la Repubblica islamica e i suoi 80 milioni di abitanti. «Noi non vogliamo la guerra, ma siamo pronti a combatterla», ha concluso Zarif. Una linea che appare condivisa anche degli altri Paesi della regione, ma anche dagli Stati Uniti.

Il bilancio incerto delle vittime
Il solo bilancio delle vittime – 80 morti secondo Teheran - appare per ora non verificabile e poco credibile, in attesa delle stime ufficiali americane. Fa presumibilmente parte di quella che è una propaganda in tempi di guerra. Quella che vede il nemico subire quasi sempre il massimo delle perdite.

Se davvero non ci sono state vittime americane forse la diplomazia potrebbe provare a ricucire lo strappo. Una guerra regionale, oggi, non la vuole nemmeno Israele. Tanto meno il Libano. Lo stesso per l'Iraq, già messo in ginocchio dalle proteste governative e desideroso di un periodo di stabilità per sfruttare il suo potenziale petrolifero e rilanciare l'economia.

Vedremo quale sarà la reazione del presidente americano. Trump ci ha abituato alla sua impulsività. Il mondo resta con il fiato sospeso. Sono ore di grande incertezza. Forse la sola cosa prevedibile è che Trump agisca in modo imprevedibile. Nel bene, o nel male.

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