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Iran, Rohani risponde a Trump: «Prima di un incontro tolga tutte le sanzioni»

La strada che porta alla ripresa dei negoziati tra Stati Uniti e Iran, in merito all’accordo nucleare, e quindi a un incontro tra i presidenti dei due Stati, appare tutta in salita

di Roberto Bongiorni


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Hassan Rouhani durante il discorso inaugurale per il National Action on Housing Construction Scheme a Tehran, Iran, 27 agosto 2019 (Reuters)

2' di lettura

Che non fosse facile, lo si sapeva fin dal principio. Ma la strada che porta alla riprese dei negoziati tra Stati Uniti e Iran, in merito all'accordo nucleare, e quindi ad un incontro tra i presidenti dei due Stati, appare tutta in salita.

In un momento in cui le tensioni nel Golfo Persico e nella Penisola arabica stanno toccando livelli davvero allarmanti, il mondo aveva accolto con un sospiro di sollievo l'annuncio dato dal presidente francese Emmanuel Macron, dal G7 di Biarritz, di un imminente colloquio (si parlava di settimane) tra il presidente americano Donald Trump e quello iraniano Hassan Rouhani. Lo stesso Trump aveva confermato la notizia, frenando tuttavia sui tempi («quando ci saranno le circostanze giuste»).

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Oggi, però è arrivata la frenata di Rouhani: l'Iran non ha intenzione di aprire negoziati con gli Stati Uniti a meno che non vengano revocate tutte le sanzioni imposte a Teheran. In altre parole è proprio l'opposto di quello che chiede Trump. I due capi di Stato sono dunque intenzionati ad incontrarsi per sbloccare questa pericolosa crisi, ma le rispettive posizioni sulle condizioni per iniziare appaiono inconciliabili. Il solito problema, dunque: chi compie il primo passo?

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«Teheran non ha mai voluto armi nucleari», ha precisato Rouhani in un discorso trasmesso in diretta dalla televisione di Stato, aggiungendo che l'Iran è sempre pronto ad avere colloqui.

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«Ma prima gli Stati Uniti dovrebbero agire revocando tutte le sanzioni illegali, ingiuste e inique imposte all'Iran», ha aggiunto. La posizione di Rouhani riflette probabilmente più la linea di pensiero degli ultra conservatori del regime – che da sempre esigono il ritiro delle sanzioni prima di tutto – che la sua. E mettono quindi ancora una volta in luce la debolezza del presidente moderato, e riformatore, e suggeriscono come, obtorto collo, abbia dovuto avvicinarsi alle istanze oltranziste dei falchi del regime.

D'altronde durante le estenuanti trattative che portarono allo storico accordo sul nucleare dell'estate 2015, l'Iran si trovava sotto sanzioni. Le quali vennero ufficialmente rimosse circa sei mesi dopo la firma.

In questa guerra alle dure minacce di Trump fatte ieri dal vertice G7 di Biarritz, qualora l'Iran dovesse mettere in pericolo gli interessi americani e quelli della regione, Rouhani ha risposto anche lui con una minaccia che non fa dormire sonni tranquilli a nessuno. «Continueremo a ridimensionare i nostri impegni nell'ambito dell'accordo del 2015 se i nostri interessi non saranno garantiti».

In altre parole Teheran potrebbe riprendere la corsa all'arricchimento dell'uranio fino a svilupparlo in quantità ed a gradazioni tali da poter essere impiegato in armi nucleari.
Una linea rossa invalicabile, per il mondo occidentale e arabo sunnita, per gli Stati Uniti e prima ancora per Israele.

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