la repubblica islamica

Iran-Usa, così le sanzioni rafforzano i falchi del regime

L’ultimo politico iraniano a essere finito sotto la scure delle sanzioni americane è l’abile ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, l’architetto dell’accordo sul nucleare

di Roberto Bongiorni


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4' di lettura

L’ultimo politico iraniano a essere finito sotto la scure delle sanzioni americane è un esperto diplomatico guardato male dal regime di Teheran proprio perché “troppo” aperto all’Occidente. Agli occhi degli ayatollah, Mohammad Javad Zarif, il ministro degli Esteri in servizio dal 2013, ha osato venire a patti con il “Grande Satana”, gli Stati Uniti. Tanto da meritarsi dai suoi avversari un epiteto piuttosto offensivo tra gli ambienti conservatori di Teheran: “Zarif l’americano”.

L’architetto dell’accordo sul nucleare (Jpcoa), l’abile negoziatore che piaceva tanto agli europei, è ora trattato dalla Casa Bianca come un pericoloso nemico; «Zarif attua l’agenda spericolata del leader supremo iraniano (Ali Khamenei, ndr) ed è il principale portavoce del regime in tutto il mondo», ha fatto sapere Washington per motivare le sanzioni scattate ieri.

È un’altra mossa avventata da parte di un presidente americano che, senza pensare alle conseguenze, un anno fa ha aperto un vaso di Pandora. Quando l’8 maggio 2018 annunciò l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo nucleare (firmato nel 2015 da Barack Obama), Donald Trump pareva concentrato su quelli che considerava come i grandi vantaggi. La decisione invece presentava diversi e preoccupanti effetti collaterali. Ed è bastato poco perché venissero alla luce; approfondiva il solco diplomatico tra Usa e alleati europei, questa volta compatti nel difendere l’accordo e desiderosi di mantenere le relazioni commerciali con Teheran; acuiva i conflitti regionali nel Golfo e ricompattava il fronte iraniano, avvicinando i moderati ai falchi.

L'Iran sospende i primi obblighi dell'accordo nucleare

Oltre alla perdita di un promettente mercato emergente, e al pericolo che Teheran riprendesse le attività di arricchimento dell’uranio (cosa che si sta accingendo a fare), la mossa di Trump che tanto è piaciuta a Israele si è subito riflessa sulla politica interna iraniana: obtorto collo Hassan Rohani, il clerico moderato riconfermato alla presidenza nel 2018, ha dovuto allinearsi sulle posizioni dei falchi del regime, da sempre contrari all’accordo nucleare. Mossa quasi obbligata per non perdere consenso tra gli elettori. «D’altronde – spiega Annalisa Perteghella, analista dell’Ispi ed esperta di Iran – i moderati devono mantenere il consenso in vista delle elezioni parlamentari nel febbraio prossimo, e di quelle presidenziali nel 2021. Non stupisce dunque che stiano accogliendo alcune delle istanze nazionaliste portate avanti dagli ultra radicali».

Grazie all’accordo nucleare Rohani, insieme al fidato ministro degli Esteri Zarif, puntava a far uscire l’Iran da un isolamento internazionale durato 40 anni. Dal 2015 fino a pochi mesi fa i controlli del team Onu avevano sempre certificato il rispetto di Teheran ai termini del Jpcoa. Il ritiro di Trump è stato un regalo al leader supremo iraniano, l’ayatollah Khamenei. Che da mesi va ripetendo: «Degli Usa non ci si deve mai fidare».

L’Iran è una società complessa, in cui vige un sistema volto a bilanciare i poteri, per quanto quelli della Guida suprema, e dei vari organismi di controllo, in buona parte nominati da questa figura, siano decisamente superiori. Anche i potenti guardiani della Rivoluzione, vero e proprio Stato nello Stato, fanno capo a Khamenei. Con Mohammad Khatami, presidente dal 1997 al 2005, i riformisti, la fazione più aperta in Iran, avevano provato a dare una spallata riformatrice che potesse spianare la strada a una democrazia islamica. Invano. Oggi la loro era è tramontata. Ma dal 2013 il loro sostegno ai moderati – conservatori più aperti, disposti a qualche prudente riforma – ha concesso a Rohani di vincere due elezioni presidenziali e una parlamentare. «Questa alleanza che ha portato al successo i moderati non ci sarà probabilmente più – precisa Annalisa Perteghella -. I riformisti sono scontenti perché Rohani non ha realizzato le riforme concordate. In questa situazione di forti tensioni internazionali e interne, i riformisti si sentono emarginati. Ed è probabile che facciano quello che hanno fatto nel 2004 e 2005: boicottare le elezioni».

Gli ultra-radicali, intanto, si stanno rafforzando. Uno dei primi segnali è stato assicurarsi la leadership nella politica estera. Nessuno dimentica quello che è accaduto il 25 febbraio, quando Zarif annunciò le dimissioni, subito respinte da Rohani. Dietro questa mossa inattesa vi era lo scontento del ministro degli Esteri per non esser stato invitato alla storica visita del presidente siriano Bashar al-Assad a Teheran. A incontrare l’alleato siriano era andato il potente generale Qassem Soleimani, comandante delle brigate al Quds dei pasdaran.

A ciò si aggiungono le ultime tensioni nello Stretto di Hormuz. «L’Iran si è sentito minacciato e ha reagito minacciando i suoi vicini, intensificando l’azione nelle crisi regionali», dice l’esperta dell’Ispi.Un altro effetto delle sanzioni Usa è stato il deciso indebolimento del settore imprenditoriale privato e il rafforzamento di tutta quella grande economia, anche parallela, gestita dai Guardiani della rivoluzione (da quest’anno nella lista Usa dei movimenti terroristici).

C’è infine un ultimo effetto collaterale non contemplato da Trump: il recente riavvicinamento tra Iran ed Emirati Arabi Uniti, preoccupati per le pensanti ricadute economiche delle tensioni nello Stretto di Hormuz. I diplomatici dei due Paesi, teoricamente nemici, si sono incontrati per trovare il modo di mantenere quella sicurezza regionale sul cui già precario equilibrio la decisione di Trump ha agito come un terremoto.

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