VERSO LA RIAPERTURA

Irap, bonus e neutralità fiscale: tre step per il rilancio degli studi

Tra le misure: ripensamento dell’imposta regionale, stop alla ritenuta d’acconto, incentivi alla consulenza e alla crescita delle professioni

di Primo Ceppellini e Roberto Lugano

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(REUTERS)

Tra le misure: ripensamento dell’imposta regionale, stop alla ritenuta d’acconto, incentivi alla consulenza e alla crescita delle professioni


3' di lettura

Il mondo delle professioni attraversa una crisi importante, accentuata dall’effetto coronavirus ma che origina da una certa arretratezza normativa e organizzativa; le possibili misure di sostegno e di rilancio per la ripartenza devono quindi anche intervenire una volta per tutte su aspetti strutturali.

La leva fiscale

L’esigenza immediata è quella di superare i problemi contingenti di liquidità. Il sistema più rapido è quello di sospendere le ritenute d’acconto sui compensi: è già stato fatto in parte, ma potrebbe essere esteso come durata e come platea di destinatari. A regime si potrebbe ipotizzare un meccanismo in cui i professionisti che hanno volumi di compensi inferiori a determinate soglie non subiscono ritenute. L’alternativa sarebbe quella di ridurre, per tutti, la percentuale del 20 per cento. La ritenuta potrebbe anche diventare a titolo di imposta (una sorta di flat tax) quando il volume di compensi è particolarmente ridotto.

Un altro tema delicato è quello dell’Irap: per le attività di matrice intellettuale sembrerebbe logico rivisitare (se non abolire) questo tributo; sarebbe almeno opportuno trovare un criterio oggettivo per valutare il requisito dell’organizzazione (ad esempio se i compensi superano una soglia e contemporaneamente i costi superano una percentuale dei compensi) a prescindere dalla forma organizzativa (studio individuale, studio associato, società tra professionisti).

Un piccolo contributo alla liquidità potrebbe essere dato dagli enti previdenziali, se consentissero di non applicare i contributi integrativi (del 4 %) sui compensi che vengono fatturati ad altri professionisti (anch’essi obbligati al contributo) per prestazioni da rifatturare ai clienti.

La leva fiscale dovrebbe però anche aiutare i professionisti che sosterranno costi per adeguarsi alla nuova realtà: si potrebbe pensare, ad esempio, ad incentivi immediati (crediti di imposta subito utilizzabili) per chi assume, o per chi investe nello sviluppo di reti professionali, in piattaforme di consulenza online, in progetti di smart working.

Gli incentivi indiretti

Il know how dei professionisti potrebbe essere utilizzato dal legislatore per spingere le imprese verso obiettivi di politica economica meritevoli di tutela: ad esempio incentivi indiretti potrebbero prevedere che l’utilizzo di servizi professionali, con finalità particolari, sia premiato con crediti di imposta commisurati ai costi sostenuti, eventualmente ponendo anche la condizione che i compensi siano effettivamente pagati.

Pensiamo alle imprese che si avvalgono di consulenze per: aggregazioni aziendali; ricerche, ad esempio in campo biomedicale; per la realizzazione e la gestione di piattaforme di lavoro a distanza; per la riorganizzazione degli spazi produttivi con finalità di maggior tutela sanitaria dei lavoratori; assistenza per progettare e realizzare beni con effetti di risparmio energetico.

Sono solo alcuni esempi di come un premio alle imprese sui costi sostenuti potrebbe non solo il stimolare il ricorso a prestazioni professionali ma avrebbe l’ulteriore vantaggio di indirizzare i comparti economici verso obiettivi strategici.

La crescita dimensionale

La vera scommessa per il futuro per i professionisti si gioca però su temi di più ampio respiro. Così come sono strutturati, i piccoli studi professionali faticheranno a sopravvivere agli anni di crisi che si preannunciano. Nuove norme dovrebbero favorire il riassetto dinamico dell’attività professionale ed incentivare la crescita e l’aggregazione, nonché favorire l’attrazione di risorse finanziarie.

Bisognerebbe, ad esempio, stabilire una regola di neutralità fiscale totale nel transito da una forma organizzativa ad un’altra: da studio singolo a società tra professionisti (stp) non si dovrebbe configurare un conferimento (come invece sostengono gli interpelli) così come da studio associato a stp non vi dovrebbe essere trasformazione; allo stesso modo una stp si dovrebbe poter trasformare in studio associato senza realizzo di plusvalenze.

Sulle stp andrebbero rimossi i vincoli introdotti inizialmente che si sono rivelati un blocco eccessivo: nessun obbligo di maggioranza di professionisti di una certa categoria (come richiedono gli avvocati nelle stp miste), possibilità di partecipazioni di puro capitale superiori all’attuale 30%, eliminazione del limite per cui un professionista può partecipare ad una sola stp (mentre può essere associato di un numero infinito di associazioni professionali).

Infine, per gli studi e le stp che si uniscono andrebbero studiati premi fiscali, sulla falsariga di quanto accade – o dovrebbe accadere – per il bonus aggregazioni delle imprese (fatti salvi gli opportuni aggiustamenti tecnici).

I segnali del mondo esterno sono abbastanza inequivocabili: servono attività professionali multidisciplinari e competenze che possono essere soddisfatte solo da strutture fortemente organizzate, che necessitano quindi di capitali per investire in tecnologia e risorse umane, interconnesse tra loro (anche giuridicamente) in veri e propri network. Le norme (fiscali e non) devono aiutare i professionisti a camminare in questa direzione, superando i fattori di crisi e cogliendo le opportunità di crescita.

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