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Irap, Intramoenia senza aggravio di costi per la collettività nè oneri scaricati solo sul medico

La maggiorazione dell’aliquota da ripartire tra dipendente e azienda sulla base delle quote dei proventi e costi dell’attività libero professionale che non deve comportare nessun costo aggiuntivo a carico del Servizio sanitario nazionale

di Patrizia Maciocchi

(Bruno Bleu - stock.adobe.com)

2' di lettura

Nell’intramoenia, l’aumento, non previsto né prevedibile, dell’Irap non può pesare solo sul medico. La maggiorazione va ripartita tra dipendente e azienda, sulla base delle rispettive quote di partecipazione alla suddivisione dei proventi dell’attività libero professionale, che non deve comportare nessun costo aggiuntivo a carico del Servizio sanitario nazionale. La Cassazione, con la sentenza 24889, chiarisce che l’imposta regionale sulle attività produttive grava, sul datore di lavoro pubblico che eroga il servizio. E quest’ultimo non può, con atti unilaterali o contrattazioni collettive, prevedere una “traslazione” a carico del dipendente.

Attività intramuraria e istituzionale

La Suprema corte chiarisce che le aziende sanitarie non possono, di loro iniziativa modificare i criteri di quantificazione dei compensi concordati in sede di contrattazione decentrata, “recuperando” le somme versate per l’Irap dall’Amministrazione, mettendole interamente a carico del dirigente medico. È però necessario che l’intramoenia non si traduca in un aggravio dei costi per la collettività, perchè scaricati sul servizio sanitario nazionale. La Cassazione ripercorre le tappe normative che hanno regolato l’avvento delle prestazioni intramurarie e spiega la ratio alla base dell’apertura. Il legislatore, da una parte ha voluto incentivare il rapporto di lavoro esclusivo e potenziare le capacità del sanitario nell’interesse degli utenti e della collettività, dall’altra «ha dettato una serie di prescrizioni volte principalmente a impedire - si legge nella sentenza - che l’intra moenia possa pregiudicare l’attività istituzionale e risolversi in un aggravio di spesa per gli enti del servizio sanitario nazionale». Vanno dunque messe sul piatto della bilancia due esigenze: non scaricare i maggiori costi sul medico che presta l’attività, nè appesantire il servizio sanitario nazionale.

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Gli accordi in sede di contrattazione

Le aziende e le parti collettive devono dunque tenere conto - prima in sede di contrattazione decentrata e poi nell’adottare gli atti datoriali che recepiscono le indicazioni concordate - dell’ammontare complessivo dei costi, diretti e indiretti che pesano sull’Azienda. E dunque di tutte le voci di spesa che a livello contabile derivano, direttamente o indirettamente, dall’attività intramuraria, tra le quali rientra anche il maggior importo che l’Azienda «è tenuta a versare per l’aumento della base imponibile determinata ai sensi dell’articolo 10 della legge n.446/1997». Detto questo, la Suprema corte sgombra il campo dall’equivoco che ci sia alcuna violazione di norme imperative nel caso in cui la contrattazione integrativa, e gli atti regolamentari che la recepiscono, prevedano una detrazione «del quantum ripartibile del maggior importo gravante sull’Azienda a titolo di Irap, posto che una previsione siffatta - scrivono i giudici - non realizza una non consentita traslazione dell’imposta che resta a carico dell’ente, bensì attua il principio, secondo cui dall’esercizio dell’attività libero professionale non devono derivare oneri aggiuntivi per il Servizio sanitario nazionale».

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