lo scenario mediorientale

Iraq, perché la vittoria di Mosul rischia di essere effimera

di Alberto Negri

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(Reuters)


2' di lettura

In Iraq c'è sempre qualche cosa di effimero e di volatile nelle vittorie. Anche in questa di Mosul sull'Isis annunciata dal premier sciita Haider Abadi. Saddam Hussein, appartenente alla minoranza sunnita, pensava nel 1980 attaccando l'Iran degli ayatollah di sconfiggere agevolmente il regime isolato della repubblica islamica. Si trovò a combattere una guerra di otto anni con un milione di morti senza riuscire a occupare un centimetro di territorio iraniano. Nel 1990 invase, quasi senza incontrare resistenza, il Kuwait e nel 1991 venne battuto da una coalizione internazionale.

La liberazione di Mosul

La liberazione di Mosul

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Nel 2003 gli Stati Uniti pensavano di fare un boccone del regime baathista del raìs: la vittoria militare fu facile ma quando venne il momento di governare l'Iraq il Paese affondò in un'anarchia sanguinosa e nel terrorismo di Al Qaida. Gli americani si ritirarono nel 2011 pensando che l'Iraq avrebbe costituito un solido caposaldo della presenza Usa nella regione. Nel 2014 l'Isis, costituito da jihadisti sunniti ed ex ufficiali baathisti, sbaragliò l'esercito di Baghdad, rifornito di armi americane, impadronendosi di Falluja, Ramadi di Mosul, la seconda città del Paese.

Oggi Mosul viene liberata dall'esercito iracheno appoggiato dagli Stati Uniti ma anche dalle milizie sciite, dai pasdaran iraniani e dagli Hezbollah, ovvero da quelli che Washington ritiene i suoi peggiori avversari. Un'evidente contraddizione che Washington non può risolvere perché l'alleanza con i sauditi e gli israeliani, nemici giurati di Teheran, rappresenta il pilastro della politica americana nella regione. Se gli Usa hanno fornito appoggio aereo e addestramento alle truppe irachene, gli iraniani continuano a essere la potenza straniera più influente sul governo centrale di Baghdad, oltre a costituire insieme ai russi il puntello del regime di Assad in Siria.

L'Isis perde la roccaforte di Mosul

Nel momento in cui il Califfato di Al Baghdadi viene sconfitto a Mosul mentre americani e russi hanno appena raggiunto un accordo di tregua nel Sud-Ovest della Siria, non bisogna dimenticare le cause profonde che hanno portato all'affermazione dell'Isis. La sua ascesa è stata determinata dagli errori del nemico, dall'emarginazione dei sunniti da parte del governo sciita iracheno, dal risentimento di quella parte di popolazione che si sente discriminata e senza difesa. Queste persone avranno sempre bisogno di protezione. Se l'Iraq non risolverà questo problema e continuerà con il settarismo, è forse inevitabile che nascerà una nuova entità per rimpiazzare lo Stato Islamico o che i jihadisti troveranno nuovi modi per infiltrarsi nella società irachena, magari con il tipico trasformismo mediorientale.

In volo su Baghdad il principe balinese Madè Djelantik, un medico che per molti anni lavorò in Iraq, voleva fotografare dall'oblò dell'aereo nuvole dalle forme inconsuete. Ma si accorse - racconta Idanna Pucci in un bel libro, “L'Isola che non c'è più” - che sull'aereo c'erano dei militari e una macchina fotografica in Medio Oriente desta sempre sospetto. Chiese quindi ai soldati se gli fosse consentito di fotografare le nuvole. Ecco le vittorie militari in Iraq sono momenti straordinari nella storia del Paese ma spesso sono anche labili e volatili come le nuvole.

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