pagelle fiscali

Isa, il tormentone dell’estate tra ritardi e richieste di rinvio

di Salvatore Padula


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5' di lettura

Il debutto degli Isa, gli indici sintetici di affidabilità fiscale, si candida a diventare il nuovo tormentone estivo di contribuenti e professionisti. C'è grande apprensione per i numerini che segnaleranno il livello di lealtà tributaria di chi svolge attività di impresa, arti o professioni. Una vera e propria pagella per le partite Iva, con voto finale da 1 a 10, per misurare l'adeguatezza degli importi dichiarati al fisco. Gli Isa sono lo strumento che archivia la tormentata stagione degli odiatissimi studi di settore. Dagli studi si differenziano profondamente, tanto per la complessa e articolata metodologia attraverso la quale sono stati costruiti quanto per l'approccio e le finalità.

Gli Isa non sono più uno strumento di accertamento come lo sono stati gli studi di settore (poi depotenziati). Ma un meccanismo pensato per «favorire la compliance, premiare i contribuenti affidabili, semplificare e ottimizzare il sistema fiscale», come ricorda spesso il direttore dell’agenzia delle Entrate, Antonino Maggiore.

Emersione spontanea

Un fine nobile e concreto: favorire l’emersione spontanea di ricavi e compensi di 3,6 milioni di contribuenti a elevato rischio evasione, con l’idea di indurli a riflettere sulla credibilità dei propri comportamenti fiscali, grazie a una serie di dati ed elementi oggettivi. Approccio corretto, ampiamente condiviso con le associazioni di categoria, tutte coinvolte nei lunghi lavori preparatori (gli Isa avrebbero dovuto essere applicati già lo scorso anno) svolti da Sose, la società pubblica che ha gestito l’operazione e realizzato gli indici per 175 attività.

Eppure, l’allarme di operatori e contribuenti è palpabile, specie ora che molti cominciano a “testare” il nuovo sistema. Anzi, forse proprio per questo motivo, non c’è occasione senza che qualcuno chieda a gran voce la sospensione degli Isa, il rinvio al prossimo anno o almeno l’applicazione opzionale.

IL CONFRONTO CON GLI STUDI DI SETTORE
IL CONFRONTO CON GLI STUDI DI SETTORE
IL CONFRONTO CON GLI STUDI DI SETTORE

Strumento inutile?

Il Governo, peraltro, ha assunto una posizione piuttosto ambigua. Pochi giorni fa, proprio durante un convegno al Sole 24 Ore, il viceministro dell’economia Massimo Garavaglia ha spietatamente etichettato gli Isa come «uno strumento inutile che verrà presto abrogato perché ormai superato dalla fatturazione elettronica e dall’invio telematico dei corrispettivi». E ha aggiunto: «Agiremo per chiarire dubbi e semplificare. E se non fossero abbinati a un’entrata di bilancio li potremmo anche abolire. Per il fisco non è più il tempo di rincorrere estetiste e piccoli artigiani».

Non un messaggio limpidissimo. L’evasione, in Italia, ha molti volti: i grandi contribuenti, le multinazionali, i colossi del web. Però non sembra una grande trovata quella di offrire, forse per puro calcolo politico, un salvacondotto fiscale alle piccole partite Iva. Le quali - come tutte le ricerche indicano - si distinguono per un tax gap che supera i 68 euro ogni 100 euro di tasse dovute: fanno oltre 33 miliardi di imposte evase in valore assoluto. Inoltre, in questo modo si rischia di far traballare la filosofia stessa dei nuovi indici. Se gli Isa sono inutili, perché mai si stanno obbligando alcuni milioni di contribuenti e decine di migliaia di consulenti a un tour de force epocale?

Perché gli Isa devono fare lo stesso lavoro che in passato veniva fatto dagli studi di settore. Ovvero, portare gettito attraverso il meccanismo dell’adeguamento che ora è l’«indicazione di ulteriori componenti positivi». Per dare un’idea, la Corte dei conti dice che nel 2018 gli studi di settore hanno generato adeguamenti di ricavi/compensi in dichiarazione per circa 2,1 miliardi di euro. Una cosa analoga toccherà al nuovo sistema degli indici.

Ritardi e stress

Il disagio dei professionisti, come sempre, è il risultato di una combinazione di fattori. Il software degli Isa è arrivato solo il 10 giugno (qualche giorno fa venivano ancora corretti bug di varia natura) e i gestionali vengono installati solo in questi giorni. Il recupero dei dati storici dal cassetto fiscale (gli Isa pescano dati fino a 8 anni indietro), possibile dal 15 giugno, si sta rivelando meno lineare del previsto, tra deleghe da chiedere ai clienti, vincoli di privacy e, soprattutto, con il problema di controllare i dati ricevuti, ovvero le “Precalcolate Isa”, se si presenta un’anomalia.

Poi, certo, ci sono il naturale timore per le novità, i tempi stretti di apprendimento, lo “stress da adempimenti” sempre in agguato: in queste ore scattano i corrispettivi telematici, il processo tributario online, le nuove regole sulla fattura elettronica.

A calmare gli animi non è servita neppure la proroga “lunga” dei pagamenti, spostati al 30 settembre dal decreto crescita, né il rinvio al 30 novembre (che è sabato, quindi al 2 dicembre) della trasmissione dei modelli, Isa compresi. Nessun vantaggio reale, secondo molti professionisti.

Agosto al lavoro

Esagerazioni? Se si prova a capire che cosa accadrà negli studi professionali nelle prossime settimane, forse l’idea di un’estate in città non appare così campata in aria.

Innanzi tutto, almeno il 40% dei contribuenti potrebbe non raggiungere la sufficienza, secondo le stime di Sose riferite al 2017. Gli Isa, come accennato, pretendono di essere uno strumento di compliance. Segnalano alcune anomalie. E, per così dire, invitano il contribuente a eliminarle, migliorando il proprio voto, attraverso l’indicazione di ulteriori componenti positivi. Cioè, pagando di più. Per chi otterrà un voto basso o molto basso - uguale o menire di 6 - non scatterà alcuna verifica automatica. Tuttavia, gli Isa diventano un elemento del quale l’amministrazione terrà conto «nel definire specifiche strategie di controllo basate su analisi del rischio di evasione fiscale», come dice la norma. Quindi, in presenza di elementi di “sospetto” si verrà quasi certamente controllati, specie se il voto sarà molto basso. Un po’ come avveniva (sempre meno) per chi non era congruo e coerente con gli studi di settore.

A questo punto, il professionista dovrà spiegare al proprio cliente che versando “qualcosa in più” si limiterebbe il rischio di controllo. Tutto complicato. Perché la richiesta di pagare più imposte ripropone la stessa identica modalità dell’adeguamento agli studi di settore, che i contribuenti vivevano come una specie di ricatto. Facile immaginare la reazione: “Ma gli studi di settore non sono stati aboliti?”

Oppure, si pensi al sistema della premialità, che scatta dall’8 in su (una zona franca - senza premi e senza rischio controlli - si dovrebbe invece creare per chi si colloca sopra 6 ma non arriva a 8). L’impressione, come molti sostengono, è che - con rare eccezioni – i benefici siano limitati e difficili da far cogliere al cliente. Chi mai riuscirà a spiegare che pagando “qualcosa in più” si potrà evitare il visto di conformità (che appone lo stesso professionista) o anticipare di un solo anno la decadenza del termine di accertamento?

Atterraggio incerto

Più in generale, quella degli Isa sembra una scelta giusta, sfuggita però di mano nel momento più importante, mentre atterrava sulle scrivanie di contribuenti e operatori. Pesa, poi, che il nuovo strumento non sia stato testato. Nessuna sperimentazione. Così un’operazione nata all’insegna della trasparenza rispetto all’opacità degli studi di settore, rischia di essere condannata alle stesse ambiguità. Gli Isa sono sofisticati, meno grossolani degli studi. Più efficaci. Ma, alla fine, nessuno capisce davvero da dove venga il voto finale che il software attribuisce. Le note metodologiche, certo, spiegano tutto. Ma chi mai avrà il tempo per studiarle? Nessuno.

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