il «budget jihadista»

Isis in crisi finanziaria: effetto greggio sui conti del califfato

di Roberto Bongiorni

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(REUTERS)


5' di lettura

Per far fronte alla grave crisi del “budget jihadista” le hanno provate tutte. Hanno dimezzato gli stipendi dei miliziani. Hanno drasticamente tagliato i salari dei funzionari pubblici. Hanno perfino messo in vendita i prigionieri di guerra. E hanno vessato i milioni di civili che ancora vivono sotto il Califfato con un’ondata di nuove tasse e balzelli. Invano. Perché la perdita di quasi la metà del territorio si è rivelata una catastrofe sul Pil del terrore. Meno città significa meno tasse. E meno territorio equivale a meno pozzi petroliferi. Nell’arco di due anni le entrate finanziarie della più ricca organizzazione terroristica di tutti i tempi si sono così più che dimezzate.

L’emorragia delle entrate a disposizione dell’Isis sta accelerando ad un ritmo capace di sancire la fine del “Califfato”, quell’entità territoriale a cavallo tra la Siria e l’Iraq in cui otto milioni di persone vivevano - e in parte vivono ancora - sotto il giogo delle leggi oscurantiste imposte dall’Isis.

Senza soldi una guerra non si porta avanti. Lo scaltro leader dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, aveva compreso sin dall’inizio che conquistare un territorio esteso quanto il Regno Unito - e farlo con un’offensiva fulminea - richiedeva un grande sforzo militare, uomini addestrati, mezzi e le giuste alleanze. Ma sapeva altrettanto bene che era indispensabile assicurarsi le risorse economiche che garantissero la sopravvivenza del suo “Stato” nel tempo.

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L’offensiva internazionale, scattata nel settembre del 2014 e proceduta a rilento fino al 2016, alla fine sta dando i suoi frutti. Dal 2014 l’Isis ha perso la metà del suo territorio (il 30% in Siria e il 62% in Iraq), molti dei suoi miliziani, ma soprattutto tanti pozzi petroliferi e i canali attraverso cui esportava il greggio di contrabbando.

È quasi impossibile avere un quadro accurato sullo stato finanziario dell’Isis. Le sue entrate provengono tutte da canali illeciti; tasse estorte con violenza, contrabbando, trafugamento di antichità, riscatti per i sequestri. Solo il tesoriere e pochi altri nelle gerarchie dell’Isis ne conoscono a fondo lo stato. Ma il recente rapporto diffuso dall’International Center for the Study of Radicalization and Political Violence (Icsr) ricostruisce un quadro che, seppur suscettibile di margini di errore, evidenzia un trend credibile.

Il primo dato che salta all’occhio è l’erosione del bilancio nel periodo che abbraccia la proclamazione del Califfato, giugno 2014, e la fine del 2016. Proprio nel 2014, grazie anche a sensazionali saccheggi di banche irachene – spicca quella ai danni della sede della Banca centrale di Mosul (429 milioni di dollari) - l’Isis era accreditato di aver accumulato un patrimonio di quasi due miliardi di dollari. Nell’anno appena concluso le entrate si sono più che dimezzate, a un massimo di 870 milioni.

Cosa ha determinato un tale tracollo? Innanzitutto la perdita del territorio. Il regno del terrore è stato mutilato di circa metà della sua estensione. Le aree desertiche, tuttavia, contano poco. Il declino del Califfato si evince piuttosto dal numero di città che ha perduto, una ventina dal gennaio del 2015. Solo in Iraq, citando le più importanti, ha perso Tikrit (marzo 2015), Ramadi (febbraio 2016), Falluja (giugno 2016) e potrebbe presto cedere la sua “capitale” irachena Mosul. L’offensiva delle forze irachene, assistite dall’aviazione americana, e dalle forze curde,sta procedendo più rapidamente del previsto.

In Siria l’Isis è più forte. Ma di città ne ha perdute anche qui; come Kobane, Palmira, Manjib. Questa era l’ultimo corridoio tra il confine turco e Raqqa. Senza Manjib ha perso dunque il canale di rifornimento di armi e foreign fighters. E se l’assedio imminente a Raqqa, la roccaforte siriana dell’Isis, dovesse procedere rapidamente, le cose si metterebbero davvero male.

Ogni città riconquistata è un colpo inferto alle casse dell’Isis. Perdere i centri urbani significa perdere contribuenti. Si spiega così la crisi tributaria del Califfato, capace di riscuotere – con la forza – proibitive tasse e imposte accumulando tra i 400 e gli 800 milioni di dollari nel 2015, e non arrivando nemmeno alla metà (200-400 milioni) nell’anno successivo. Per tamponare la crisi la leadership jihadista ha ulteriormente vessato la popolazione con azioni – fatte passare per licenze, imposte e tasse - che vanno oltre l’immaginabile. Per esempio, quando i camionisti devono attraversare i check point, sono costretti a sganciare 700 dollari (erano 300 nel 2015). I contadini devono ora pagarne 46 per ogni ettaro di terra irrigato e comunque il 10% del valore del loro raccolto. E poi le multe. Ti trovano addosso un pacchetto di sigarette? 23 dollari. Il niqab è troppo aderente o non indossi i guanti? 25 dollari. La barba è stata accorciata oltre il limite della decenza? 50 dollari. Al collo della pecora è stata appesa una campana? L’animale sarà confiscato. I certificati di pentimento per i cittadini non sunniti (quindi anche per i musulmani sciiti) variano dai 200 ai 2.500 dollari e devono essere rinnovati 4 volte l’anno. Chi esce dalla città deve pagarne 800.

La maggior parte delle entrate dello Stato islamico derivano dunque da attività legate all’estensione del territorio sotto il suo controllo e dei valichi di frontiera.

Indispensabili per il petrolio. La seconda fonte di entrate - nei periodi d’oro è stata anche la prima - era rappresentata dalle vendite di contrabbando di petrolio e prodotti raffinati. A cavallo tra il 2014 e il 2015 l’Isis controllava decine di pozzi (fino a 65) e aveva messo in piedi un’industria di raffinerie mobili. Grazie alla connivenza con businessman turchi e curdi-iracheni, vendeva il greggio a prezzi scontati. Nei periodi migliori riusciva ad incassare fino a tre milioni di dollari al giorno. Certo, nel giugno del 2014, quando il barile di greggio sui mercati internazionali valeva 115 dollari, venderlo anche alla metà del suo valore fruttava bene. La crisi dei prezzi del greggio ha dunque esercitato un impatto sulle casse dell’Isis. Ma è stata soprattutto la perdita dei valichi di frontiera e dei giacimenti ad aver inferto il danno maggiore.

Nell’ottobre del 2015 il lancio dell’Operazione Tidal Wave II, ideata proprio per colpire la filiera petrolifera dell’Isis, dall’estrazione passando per le raffinerie mobili fino alle migliaia di autocisterne, ha fatto sentire i suoi effetti; le vendite di greggio sono crollate a 200-250 milioni di dollari nel 2016 rispetto ai 435-550 milioni del 2015. E nei primi mesi di quest’anno, la perdita di alcuni pozzi a Mosul, e di grandi giacimenti di gas a Palmira sta aggravando la situazione.

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Gli altri tre canali di approvvigionamento finanziario non sono assolutamente sufficienti a riequilibrare i conti. A partire dai rapimenti, un’attività a cui l’Isis ha sempre dedicato grandi energie anche per fini propagandistici. Nel 2014 avrebbe raccolto tra i 20 e i 40 milioni di dollari in riscatti. Nel 2016 tra i 10 e i 30 milioni. Quanto al contrabbando di antichità, non è possibile conoscerne l’ammontare dei beni archeologici trafugati e il valore delle vendite di contrabbando. Ma il discorso è lo stesso che per il greggio e le tasse estorte alla popolazione. Il calo più evidente riguardo il capitolo prettamente criminale: saccheggi, confische, multe. Che avevano fruttato nel 2014 dai 500 ai mille milioni di dollari e che nel 2016 sono precipitate a 110-190 milioni. È una crisi da cui non c’è uscita. Che ha rallentato in modo significativo il reclutamento dei foreign fighters.

Lo Stato islamico rischia di restare senza Stato. È già molto. Ma non sarà la fine dell’Isis. Il gruppo tornerà alle sue origini. Un movimento estremista clandestino che porterà avanti una guerriglia strisciante a colpi di kamikaze e attentati.

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