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Isis spazzato via dalla Siria ma non è la fine della sua ideologia

di Roberto Bongiorni


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3' di lettura

Visibilmente soddisfatto, forse anticipando gli eventi, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto uno storico annuncio: in Siria l’Isis è stato “eliminato al 100 per cento”. Il presidente americano ha poi evidenziato su una carta le vaste aeree – colorate di rosso - che gli jihadisti controllavano all’apice del Califfato, e poi la mappa della Siria oggi. Dove di rosso non vi è nemmeno un puntino. Caduta Baghouz, l’ultima roccaforte di quello che rimasto dell’Isis, nella Valle dell’Eufrate ai confini con l’Iraq, gli jihadisti si sono asserragliati in alcuni tunnel e su alcune alture. I combattimenti proseguono ma sono ormai prossimi alla fine.

In Siria lo Stato islamico non ha più uno Stato. Nemmeno un villaggio.
Lo Stato islamico non ha dunque più uno Stato. È come se avesse terminato la sua parabola, tornando alle origini, quelle di un movimento terrorista clandestino che porta avanti una guerriglia strisciante.
Sconfiggerlo non è stato facile, né è rapido. Ci sono voluti migliaia di raid aerei e 100mila bombe sganciate dall’aviazione della coalizione internazionale contro l’Isis, creata nel settembre del 2015 per fronteggiare un’avanzata che sembrava inarrestabile. Una campagna aerea che avrebbe avuto risultati di gran lunga inferiori se non vi fosse stato il fondamentale contribuito degli “scarponi sul terreno”. Vale a dire la coalizione delle Syrian Democratic Forces, di cui le milizie curdo siriane (Ypg) sono tutt’oggi la spina dorsale. Sono loro che hanno riconquistato le città controllate dall’Isis, pagando un alto tributo di sangue.

L’apice del Califfato
Sono passati quasi cinque anni dal 29 giugno del 2014. Quando Ibrahim al-Badr, divenuto famoso con il suo nome di battaglia, Abu Bakr al-Baghdadi, annunciò dalla grande moschea al-Nouri di Mosul, in Iraq, la nascita del Califfato. Di cui lui era naturalmente “Califfo”. L’espansione dell’Isis aveva colto di sorpresa il mondo. In soli tre mesi, da giugno a settembre, con un’offensiva militare inarrestabile l’armata di al-Baghdadi era riuscita a conquistare un territorio esteso quanto il Belgio a cavallo tra la Siria e l’Iraq in cui vivevano otto milioni di persone, costrette a subire la violenza di leggi oscurantiste e disumane. Nell’ottobre del 2015 diecimila jihadisti, armati fino ai denti, erano alle porte di Baghdad, pronti a sferrare l’offensiva finale. L’ordine però non arrivò.

A quasi cinque anni di distanza l’Isis non ha dunque più città, nemmeno villaggi. Né dispone di quelle ingenti risorse (in buona parte derivanti dal contrabbando di petrolio ma anche dalle tasse estorte alla popolazione e dal contrabbando di reperti archeologici) che lo avevano reso il movimento terroristico più ricco della storia. Il suo formidabile esercito, l’agguerrita armata di “foreign fighters”, che aveva esportato il terrore anche in Europa, è ormai allo sbando, frammentata. Erano 40mila jihadisti, affluiti da oltre 100 Paesi nelle file dello Stato Islamico. In Siria ne sarebbero rimaste poche migliaia mescolate tra la popolazione (in Iraq probabilmente di più). L’imponente macchina mediatica attraverso cui l’Isis aveva diffuso la propria propaganda, uno straordinario strumento di reclutamento, è stata poi decimata. Insomma, la reazione, compatta, del mondo contro l’Isis non è stata rapida, ma si sta dimostrando efficace.

La fine del Califfato non è la fine della sua ideologia
Eppure la fine del Califfato non è la fine dell’Isis, ma solo una sua metamorfosi. La sconfitta militare non rappresenta peraltro la morte della sua ideologia. La stessa portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders, quasi a smorzare l’entusiasmo di Trump, ha corretto leggermente il tiro. Quanto bastava per essere più credibili: «L’Isis è stato espulso da tutto il territorio che controllava in Siria», la sua versione.
Per debellare l’ideologia sarebbe necessario rimuovere le cause che hanno agevolato la nascita e l’espansione dello Stato Islamico. Cosa che non sta avvenendo. Almeno non del tutto. Le discriminazioni contro la minoranza sunnita in Iraq, paese a maggioranza sciita sempre più vicino all’Iran, sono ancora motivo di grandi tensioni. La guerra civile ha distrutto le infrastrutture di un Paese intero. Ha ridotto alla povertà milioni di persone. Ha acuito le rivalità etniche e religiose, creando vuoti di potere in alcune aree che necessitano di essere riempiti quanto prima.

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