8 marzo: donne e scienza

Isola il coronavirus, ma a 40 anni è una precaria con contratto di consulenza

Alessia Lai, insieme alle due colleghe Annalisa Bergna e Arianna Gabrieli, è balzata all’onore della cronaca per aver isolato il virus Covid-19. Dodici ore al giorno in laboratorio e 28mila euro lordi all’anno

di Carlo Buonamico

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Alessia Lai, insieme alle due colleghe Annalisa Bergna e Arianna Gabrieli, è balzata all’onore della cronaca per aver isolato il virus Covid-19. Dodici ore al giorno in laboratorio e 28mila euro lordi all’anno


4' di lettura

Si chiama Alessia Lai è biologa molecolare con un dottorato di ricerca e ha 40 anni. È la ricercatrice dell'ospedale Sacco di Milano che, insieme alle due colleghe Annalisa Bergna (29 anni) e Arianna Gabrieli (37), ha isolato il virus Covid-19.

“Diversamente stabile” si definisce scherzosamente, perché nonostante lavori da ben 16 anni nel laboratorio balzato agli onori della cronaca per questo recente risultato scientifico, è passata da una borsa di ricerca all'altra, trovandosi oggi a lavorare come libera professionista. Con un contratto di consulenza con l'Istituto di ricerca che si rinnoverà, forse, tra un anno. A dispetto di un giusto desiderio di stabilità che coglie tutti arrivati a una certa età.

Eppure ama il suo lavoro, tanto da «passare anche oltre 12 ore al giorno chiusa in laboratorio a fare ricerca sulle malattie infettive». Non solo in questi giorni concitati, che vedono anche il personale sanitario lavorare indefessamente a difesa della salute pubblica, ma anche «quando ci sono scadenze da rispettare, lavori scientifici da consegnare e così via», racconta Lai. Le chiediamo quanto guadagna: 28mila euro lordi all'anno. Tolte le ritenute e le tasse, resta ben poco. Soprattutto considerando la dedizione al lavoro e l'eccellenza dei risultati.

Nel giorno dell'8 marzo, ricorrenza che ricorda al mondo le conquiste fatte dalle donne alla ricerca non solo di una parità con l'uomo quanto della possibilità di realizzare se stesse, proviamo a indagare qual è la situazione nell'ambito scientifico italiano. Dove le donne sono sempre più presenti.

Basti pensare che nel settore farmaceutico, stando ai dati Farmindustria, il numero delle donne arriva in alcuni casi a equiparare quello degli uomini. Questo anche perché «le iscrizioni femminili alle facoltà scientifiche per fortuna sono in crescita e perchè le ragazze ottengono risultati eccellenti nelle materie Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica)», commenta Diana Bracco, presidente della Fondazione che porta il suo cognome, evidenziando però come «il divario con i colleghi maschi sia ancora ampio».

La difficoltà a emergere in ambito scientifico non interessa punte di diamante come Alessia, che dice di non essersi mai trovata «in situazioni discriminanti rispetto ad altri ricercatori, poiché si procede per concorsi dove il cut-off è dato proprio dall'eccellenza professionale del singolo», indipendentemente dal genere di appartenenza.

Si tratta però di casi isolati. Per molte donne, infatti, l'affermazione professionale passa ancora per la necessità di dover dimostrare di essere allo stesso livello dell'uomo, ma con il doppio della fatica.

«Ogni donna conosce bene gli ostacoli che incontra quotidianamente per conciliare la professione e l'impegno per la famiglia. Per questo è indispensabile che vengano messe in atto politiche e azioni positive, volte non solo a garantire le pari opportunità nei percorsi di carriera, ma anche a mettere la donna in condizione di conciliare esigenze professionali e personali», illustra Bracco, raccontando del welfare aziendale approntato nella propria azienda, con «l'intento di far giocare una partita ad armi pari a uomini e donne, in un contesto adeguato a ogni esigenza». Cosa che ha permesso di far arrivare «numerose donne con responsabilità manageriali in tutti i dipartimenti». Un esempio per tutte «Roberta Fretta, a capo del centro ricerca italiano di Bracco».

Parlare di misure destinate al sostegno della donna che lavora negli anni ’20 del XXI secolo appare un po' anacronistico, a tratti avvilente. Non sarebbe più efficace un adeguato supporto istituzional-culturale?

Risponde Diana Bracco, con la saggezza di chi ha visto e vissuto personalmente l'evoluzione della figura della donna scienziata da ieri a oggi: «Le leve sono tante e ciascuno deve fare la sua parte: istituzioni, imprese, scuola e gli stessi cittadini. Spiegando ai più giovani – in particolare alle bambine – l'importanza degli studi scientifici e della bellezza della ricerca si può incidere, ad esempio, sulla cultura del Paese».

La Fondazione Bracco ha giocato il suo ruolo in varie occasioni per valorizzare sui media il valore della donna. Quest'anno ha messo in atto un'iniziativa davvero originale. «Una collaborazione con Disney. Nel numero di Topolino in edicola da mercoledì 4 marzo, infatti, si parla di ricerca scientifica attraverso l'esperienza di due protagoniste della ricerca italiana – l'esperta di robotica Barbara Caputo e la chimica Luisa Torsi, (trasformate per l'occasione in Barb Quackut e Louise Torduck, ndr) – raccontata nella storia principale del numero e protagoniste di un approfondimento dedicato».

L'auspicio è che serva di stimolo a tutte le giovani che sono alla ricerca della propria strada nella vita. «Alle più giovani dico sempre: non accettate mai il pregiudizio che vorrebbe le donne meno adatte agli studi tecnico-scientifici e alle relative professioni. Dunque, ragazze conquistatevi il vostro ruolo nella società con fiducia, coraggio e tenacia. Il mio sogno sarebbe che sempre più bambine, alla domanda “Cosa farai da grande”, rispondano convintamente: la scienziata», consiglia con tenera fermezza Bracco.

Mentre immagina le donne dell'innovazione di domani come tante Marie Curie, vincitrici di Premi Nobel. «Sono molto ottimista», nell'ambito dell'emergenza sanitaria da Coronavirus, «non posso che immaginare che in futuro le donne avranno un ruolo sempre più grande nella ricerca scientifica».

E Alessia Lai, cosa vede nel futuro delle ricercatrici italiane?

«Spero i finanziamenti pubblici per la ricerca aumentino in modo strutturale. Non posso pensare che per attrarre fondi sia necessario muovere un’attenzione mediatica come quella a cui le mie colleghe ed io siamo sottoposte in questi giorni. Certo è benvenuta e siamo emozionate. Non tanto per il riconoscimento personale del nostro lavoro, quanto perché nuove risorse economiche sono fondamentali per potenziare la ricerca che stiamo conducendo. Spero ci possano mettere in condizioni di lavorare ancora meglio e con maggiore serenità, perché gli stipendi di noi ricercatori sono a valere sui fondi di ricerca. Senza i quali nessuno di noi precari potrebbe essere pagato», chiosa la ricercatrice, rivelando che giusto un paio di giorni fa il suo team ha sequenziato il genoma del virus e che a breve terminerà anche la sua caratterizzazione.

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