elezioni politiche

Israele: il conservatore Lieberman si candida ad essere ago della bilancia

Volenti o nolenti tutti dovranno avere a che fare con lui e con il suo piccolo partito, Israel Beytenu. È stato Avigdor, infatti, nel novembre del 2018, ad aver aperto la crisi, privando il premier (e amico di lunga data) Netanyahu della maggioranza, e costringendolo a chiamare nuove elezioni in aprile

dal nostro inviato Roberto Bongiorni


Israele verso il voto, testa a testa Netanyahu-Gantz

5' di lettura

GERUSALEMME - Dal nostro inviato

Nessun politico in Israele può vantare tanti epiteti. Per molti suoi ex compagni del Likud, il partito conservatore con cui ha condiviso 10 anni di Governo, è divenuto Avigdor il guastafeste. O, peggio, il traditore. Per i partiti di sinistra, è sempre stato Avigdor l’ultra-nazionalista, nemico dei palestinesi. Agli occhi degli ebrei ultra-ortodossi, e dei loro partiti, è il Nemico, l’ateo sacrilego dall’accento russo che vorrebbe perfino obbligare i giovani studenti dei Testi Sacri a fare il militare, come tutti i normali israeliani.

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Mai come in questa elezione, l’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman, 61 anni, si candida ad essere l’ago della bilancia del voto di domani.
Volenti o nolenti tutti dovranno avere a che fare con lui e con il suo piccolo partito, Israel Beytenu. È stato Avigdor, infatti, nel novembre del 2018, ad aver aperto la crisi, privando il premier (e amico di lunga data) Netanyahu della maggioranza, e costringendolo a chiamare nuove elezioni in aprile. Il motivo: troppo debole nella reazione militare contro il movimento islamico Hamas, e troppo indeciso nell’includere gli studenti ortodossi nel servizio militare.

E sempre lui, Avigdor, col suo pugno di seggi - impuntandosi sulla questione degli ortodossi - a costringere l'ex amico Bibi, a cui era stato affidato l'incarico di formare un governo dopo la vittoria nelle elezioni di aprile, a rinunciare al suo mandato e al sogno di governare per altri cinque anni, divenendo così il premier più longevo nella storia di Israele. Costringendolo quindi ad andare al voto di domani, la seconda elezione in meno di cinque mesi. Non era mai successo nella storia di Israele.

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E se quelle Cassandre dei sondaggi ci azzeccassero - temono i numerosi avversari di Lieberman - questa volta il leader ultra nazionalista sarebbe ancor più l'ago della bilancia. Con 8-10 seggi il suo partito, zoccolo duro degli ebrei russi, può fare un po' quello che vuole. Può decretare una volta per tutte la fine della carriera politica dell'amico/nemico Benjamin (al potere dal 2009), spedendolo tra le grinfie della giustizia (fuori dal Governo l’incriminazione del premier per almeno tre casi di corruzione potrebbe avvenire già in ottobre).

Oppure può rendere possibile un governo di coalizione tra centro/destra, senza tuttavia quei partiti e partitini religiosi che odia tanto. O perfino, se nessuno volesse accogliere le sue richieste, decidere di privare tutti di quel pugno di seggi necessari a formare la maggioranza per governare (61 seggi su 120 alla Knesset,) ed andare così a un nuovo voto. Ipotesi che tutti, qui, considerano la peggiore delle peggiori.

Questa è la riottosa politica israeliana. Dove in oltre 70 anni di storia nessun partito è mai riuscito ad avere da solo la maggioranza per governare. Se vincesse il nuovo Partito di centro “Blu –Bianco”, anche sopra le aspettative, se arrivasse anche a 40 seggi (ne aveva guadagnati 35, al pari del Likud, in aprile) non avrebbe comunque i numeri per formare una coalizione con i partiti di centro sinistra. A meno che qualcuno lo aiuti a formare un Governo di coalizione o di alleanze altamente improbabili.

A un giorno dal voto è davvero difficile fare previsioni. Israele, il Paese più tecnologico del mondo, può cadere ostaggio di un leader politico, divenuto simbolo per una parte del milione e mezzo di ebrei emigrati in Israele dopo il crollo dell'Unione Sovietica.

Avigdor proveniva proprio da uno staterello ai confini dell'Impero, la poverissima Moldova. Nel 1978 riuscì a emigrare in Israele. Grazie alla sua robusta stazza, e al suo carisma, trovò subito lavoro prima come trasportatore di bagagli all'aeroporto, poi come buttafuori in un locale notturno, per poi salire al rango di gestore della sicurezza. Che quel giovane sognatore dall'accento russo (aspirava a divenire attore o scrittore) fosse un personaggio scaltro, quasi macchiavellico nella sua capacità di cedere a compromessi pur mantenendo l’immagine di un uomo inflessibile, lo si era intuito già da quando aveva mosso i primi passi nella politica. Ci entrò unendosi al carro del nuovo astro nascente Benjamin Netanyahu.

E da lì inizio l’avventura. Ma giù alla fine del primo governo Netanyahu, nel 1999, Avigdor decise di lasciare il partito conservatore Likud per fondare la sua formazione, Ysrael Beitenu. Una piccola forza che rappresentava il punto di riferimento degli immigrati russi. Che oggi sono un milione e mezzo su una popolazione complessiva di otto milioni e mezzo.

Tornò nella casa di Bibi quando all’attuale premier fu affidato l'incarico di formare un Governo, nel 2009. Avigdor fu ministro degli Esteri (2009-2012 e 2013-2015) particolarmente agguerrito ed ostile alla causa palestinese. E fu un ministro della Difesa (2015-2018) altrettanto intransigente. Deciso a stroncare il movimento islamico Hamas fino a renderlo inoffensivo a lungo.

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Lungo le strade di Gerusalemme ci si imbatte di frequente nei manifesti elettorali con il suo volto, e la scritta «Rendiamo Israele di nuovo un Paese normale». Ma qual è il suo concetto di normalità? Come la declina politicamente?

Normale è un paese dove gli ortodossi non godono di tutti i privilegi che oggi godono. Normale è un paese laico ma completamente ebreo, con buona pace dei diritti del milione e mezzo di arabi israeliani che vi abitano. Nomale è un paese che mostra il pugno duro militarmente ogni volta che è necessario. Quindi molte volte.

Certo, la sua reputazione di ultra-nazionalista se l'è guadagnata sul campo. Eppure Lieberman non è un ideologo intransigente. Il suo nazionalismo è alimentato delle preoccupazioni legate alla sicurezza di Israele piuttosto che quelle religiose.

Avigdor è un astuto pragmatico. Disponibile anche a metter da parte i suoi credo pur di raggiungere certi obiettivi. Non avrebbe altrimenti condiviso un governo accanto ai suoi nemici, gli ultra ortodossi, gli Haredi. Anche sul processo di pace la sua posizione non è mai stata completamente chiara. Tutt'altro. Era perfino arrivato ad aver detto di esser disposto ad evacuare la sua casa nell’insediamento di Nokdim, in Cisgiordania, se la pace con i palestinesi potesse essere raggiunta.

Ofer Revivi, politico influente vicino al Likud, nonché sindaco del grande insediamento di Efrat, ci spiega perché la pensa diversamente: «Lieberman è un politico di lunga data. Un uomo che fa molte promesse ma poi non le mantiene. Era in un governo con i partiti religiosi ed ora si dipinge come il campione dei secolaristi. Vedremo domani cosa accadrà. Ma è molto ambizioso. Era ministro della Difesa ora potrebbe ambire a divenire primo ministro».

Ma allora chi è veramente quest'uomo? Di sicuro è un uomo di destra. Ma che pare voler allontanarsi dai concetti di destra e sinistra. Forse è uno scaltro “populista mediorientale”. Il suo programma, d’altronde era destinato a piacere a molti israeliani. In un anno in cui il deficit di bilancio ha già ampiamente sforato gli obiettivi, ha promesso di raddoppiare le pensioni gli immigrati (e qui entrano in campo quasi un milione di ebrei russi). Non c'è volta, poi, che non parli di sicurezza per lo Stato ebraico (insiste sempre molto sull'identità ebraica), quasi fosse un mantra. Da proteggere contro Hamas e contro l’Iran. A tutti i costi e con ogni mezzo. È un uomo che perfino osato proporre di mantenere i negozi aperti durante lo Sabbath e di introdurre i matrimoni civili. Una proposta che ha fatto balzare dalla sedia i rabbini, che sovente in passato non avevano accordato il permesso agli immigrati russi di sposarsi in Israele poiché, a loro avviso, troppo poco ortodossi.

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