elezioni in Israele

Israele, l’inossidabile Bibi vince di nuovo ma la strada è ancora in salita

La coalizione del premier più longevo di Israele, tra due settimane sotto processo per corruzione, non ha la maggioranza per governare. Ipotesi Governo di unità. Contrariamente alle previsioni, le terze elezioni politiche in un anno hanno visto la più alta affluenza dal 1999

di Roberto Bongiorni

Elezioni in Israele, Netanyahu rivendica "una grande vittoria"

La coalizione del premier più longevo di Israele, tra due settimane sotto processo per corruzione, non ha la maggioranza per governare. Ipotesi Governo di unità. Contrariamente alle previsioni, le terze elezioni politiche in un anno hanno visto la più alta affluenza dal 1999


3' di lettura

Chi lo dava per morto, ed erano in tanti, si è dovuto ricredere. L’inossidabile Bibi ha vinto. Ancora una volta. Ma non ha stra-vinto.
Con l’80% dei voti scrutinati, il partito conservatore da lui guidato, il Likud, avrebbe 35 seggi. Il suo diretto rivale, il partito di centro sinistra Blu e Bianco (che nel voto di settembre aveva superato il Likud) avrebbe ottenuto 32 seggi.

Il problema è che si ripropone il medesimo problema. Quello che affligge da molti anni la democrazia israeliana. Anche se per un soffio, soltanto uno/due seggi, la coalizione di destra di Netanyahu non ha raggiunto la maggioranza (61 dei 120 seggi della Knesset) necessaria per governare. Certo sarà sicuramente a Netanyahu, 70 anni il premier più longevo della Storia di Israele (al governo dal 1997 al 1999 e ininterrottamente dal 2009), che il presidente della Repubblica Reuven Rivlin affiderà il mandato esplorativo per trovare i numeri necessari.

Un’affluenza da record
Quello che è certo, ed è una bella notizia, è che il vero vincitore è la democrazia. Nonostante si recassero al voto per la terza volta in meno di un anno, nonostante l’allarme del corona-virus potesse indurre molti elettori a starsene a casa, l’affluenza avrebbe superato il 70 per cento. Per vedere un livello così alto occorre tornare indietro al lontano 1999 (quando vinse l’ultimo candidato laburista, Ehud Barak).

Governo di unità?
Ora Nentanyahu si darà subito da fare per trovare una soluzione il più presto possibile. Davanti a sé ha un ventaglio di possibilità. A meno che non riesca a strappare ai partiti rivali, a Blu e Bianco ma anche a quello del suo ex amico Lieberman (il partito laico di destra Israel Beitenu) qualche onorevole deluso e deciso ad unirsi al carro del vincitore (scenario non probabile), alla fine la strada più percorribile sembra quella di un Governo di unità guidato da lui, Bibi, in questo caso al quinto mandato, a cui si aggiungerà Blu e Bianco, o parte di esso.

Un’operazione gradita al presidente della Repubblica. Che tuttavia di solito richiede tempo, anche qualche mese. Stavolta deve essere portata a termine in pochi giorni. Non ha tempo Netanyau. Vuole a tutti i costi formare quell’esecutivo entro due settimane. Prima di un appuntamento decisivo.

Il processo per corruzione
Martedì 17 marzo il leader del Likud dovrà infatti recarsi in Tribunale per partecipare alla prima Udienza che lo vede incriminato per tre casi di corruzione. Non era mai accaduto nella giovane storia di Israele vedere un capo di Governo correre con un’incriminazione sulla testa. Tuttavia, in teoria, la legge israeliana consentirebbe di governare anche a chi è stato condannato in primo grado. Fino all’esaurimento dei gradi di giudizio.
Una volta al potere, è verosimile che Netanyahu cercherà di far di tutto per rafforzare la propria posizione.

Come cambia Israele grazie al regalo dell’amico Donald
Ed ora Netanyahu, 70 anni, si appresta a portare avanti, unilateralmente, il più grande cambiamento territoriale di Israele dal 1981 (data della formale annessione delle Alture del Golan) se non dalla guerra del 1967. E questo grazie al presidente americano Donald Trump.

L’ultimo, ed ennesimo regalo, fatto dall'amico Donald a Bibi, è stato l'annuncio, a poco più di un mese del voto israeliano, del piano di pace americano per il conflitto israelo-palestinese. Quello che lo stesso Trump ama definire “Accordo del Secolo”. E che, agli occhi della parte palestinese, che lo ha prontamente rigettato, viene considerato il fallimento del secolo.

Il piano prevede l’annessione delle colonie israeliane nei territori palestinesi della Cisgiordania, inclusa la Valle del Giordano, il confine orientale di quello che avrebbe dovuto essere il futuro Stato palestinese. Bibi aveva promesso di annetterle subito, una volta eletto. Gli abitanti delle colonie (500mila in Cisgiordania e 250mila a Gerusalemme Est) hanno subito risposto all'appello riversandosi nei seggi.

Probabile che Netanyahu mantenga la parola. E che una nuova spirale di violenza investa l’unica, piccola democrazia del Medio Oriente.

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