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Israele, Netanyahu l’indistruttibile al terzo voto in meno di un anno

Lunedì le elezioni: Netanyahu protagonista di una clamorosa rimonta su Gantz, ma il Paese non avrà ancora una maggioranza

di Ugo Tramballi

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Il primo ministro e leader del Likud, Benjamin Netanyahu

Lunedì le elezioni: Netanyahu protagonista di una clamorosa rimonta su Gantz, ma il Paese non avrà ancora una maggioranza


4' di lettura

È difficile trovare le ragioni per uscire di casa, raggiungere un seggio e votare per la terza volta in meno di un anno. Soprattutto sapendo quasi certamente che a queste, entro qualche mese, seguiranno le quarte elezioni forse anche quelle incapaci come tutte le precedenti di dare maggioranze solide e un governo a Israele. Tuttavia lunedì, in un commovente quanto sprecato atto di fiducia, gli israeliani voteranno ancora.

La palustre situazione è questa. Le prime elezioni di questo ciclo, ad aprile del 2019, le vinse di poco il Likud di Bibi Netanyahu. Non abbastanza, tuttavia, per conquistare la necessaria maggioranza nel parlamento di 120 seggi né in grado di formare una coalizione. Nelle seconde elezioni a settembre la vittoria, sempre esigua, fu di Kahol Lavan (Blu e Bianco), il partito di destra-centro-e un po’ di sinistra di Benny Gantz. Neanche lui riuscì a mettere in piedi un governo.

Terzo round
Fino a qualche giorno fa in questo terzo tentativo Gantz sembrava avere un miracoloso vantaggio su Bibi: più o meno un margine di 38 seggi a 32/33. Matematicamente lontano dai 60 deputati più uno, ma politicamente utile per mettere in soggezione avversari e possibili alleati. Nelle ultime ore invece c’è stata la rimonta di Netanyahu, dice l’ultimo sondaggio prima del voto: Likud 35, Kahol Lavan 34. In un possibile confronto tra schieramenti, le destre guidate dal Likud avrebbero 58 seggi, le sinistre (cioè da Kahol Lavan a sinistra) 56.

Un’altra sostanziale parità. Ma per dimostrare quanto Israele continui comunque a guardare a destra, alla domanda su chi crede sia il potenziale premier più affidabile, il 45% degli israeliani dice Bibi e il 34 Gantz. Inoltre, il fronte opposto alla destra nazional-religiosa arriva a 56 seggi solo con l’aiuto dei 14 che dovrebbe vincere la lista unita dei partiti arabi: cioè i palestinesi cittadini d’Israele. Nonostante rappresentino il 20% della popolazione del Paese, il loro semplice appoggio esterno è considerato anatema dagli ebrei d’Israele. Ormai per tutti i partiti, sinistre comprese. Offrire loro la partecipazione a un governo equivarrebbe a un’ammissione di terrorismo.

Nonostante più di dieci anni di potere consecutivo, i problemi esterni e interni d’Israele siano immutati e un triplice processo per corruzione che a giorni si aprirà a suo carico, Benjamin Betanyahu, chiamato Bibi da amici e nemici, resta il protagonista della politica israeliana.

Governo difficile
Ma la politica israeliana è piuttosto complicata, culturalmente figlia della tradizione ebraica dello spaccare il capello in quattro. Anche se Bibi vincerà la terza elezione, è difficile che formerà un governo perché il sistema partitico è fatto di veti più che di alleanze. Oggi la tendenza alla contrapposizione assoluta è universale ma le origini sono nel sistema israeliano. Destra contro sinistra, i laici che rifiutano di governare con i religiosi e viceversa, gli askenaziti che non amano i sefarditi, i russi che non amano nessuno, gli ebrei contro gli arabi, i coloni con la loro agenda senza compromessi di una Grande Israele. Per Gantz è possibile una “grande coalizione” con il Likud: purché non ci sia Netanyahu. Bibi non pone veti a Gantz purché nell’alleanza sia il Likud, cioè lui, Bibi, a esprimere il primo ministro.

Ci sono poi i partiti religiosi che per il potere sono pronti ad allearsi con chiunque (tranne che con i palestinesi), le sette legate alle etnie di provenienza che si detestano, e i movimenti religiosi anti-sionisti secondo i quali l’esistenza dello Stato d’Israele impedisce l’avvento del Messia. Alle elezioni del 1996, quando fu sconfitto da Netanyahu, il laburista Shimon Peres disse che aveva perso Israele e vinto gli ebrei.

La minoranza araba
In ogni Paese democratico la minoranza etnica del 20% dovrebbe avere un posto fisso al governo, chiunque governi. Gli arabi no, tranne la setta dei drusi. C’è una responsabilità storica dei loro partiti che per decenni si sono occupati dei palestinesi della diaspora e della lotta per uno stato indipendente, ma non della condizione dei loro concittadini palestinesi d’Israele. E c’è una radice politica fra gli israeliani, con forti componenti razziste, alla quale i partiti arabi hanno incominciato a opporsi, riuscendo finalmente a coalizzarsi in un fronte unito. Ciò tuttavia ancora non li rende una quota parlamentare spendibile per una maggioranza di governo.

Ancora al voto?
È questo che rende plausibile una quarta chiamata alle urne fra qualche mese, prima ancora di contare i voti della terza elezione, dato a chi ne prenderà di più, il tempo di provare a mettere insieme una coalizione, fallire e lasciar tentare all’avversario. Chiuso come in una gabbia fra la minaccia elettorale di perdere il potere politico e quella giudiziaria di perdere anche la libertà, in questi giorni Netanyahu ha usato tutto il suo repertorio: retorica, pericoli gonfiati, accuse di corruzione dell’avversario senza mai offrire una prova.

Bibi ha provato anche ad abbozzare uno scandalo sessuale contro Benny Gantz e a sostenere che Kahol Lavan se l’intende con l’Iran. È stato aiutato dallo stesso Gantz, responsabile di «una campagna passiva e placida», come scrive il giornale Ha’aretz. Paracadutista in prima linea, generale e capo di stato maggiore, ha avuto a che fare con molti nemici d’Israele. Ma Bibi Netanyahu rimane un’altra categoria di avversario, quella degli imbattibili.

Il coronavirus
C’è tuttavia una nuova incognita pericolosa per Netanyahu quanto per Gantz: queste saranno le prime elezioni al mondo sotto coronavirus in un Paese democratico (l’Iran non lo è). A causa del virus in questi giorni si è scatenata un’isteria collettiva fra gli israeliani. Ne sanno qualcosa i viaggiatori di quattro aerei italiani lasciati partire dai nostri scali e rimandati indietro subito dopo l’atterraggio a Tel Aviv. «Controllate attentamente ogni notizia, abbiamo un centro informazioni per aiutare a riconoscere le voci infondate», ha detto Orly Ades, la direttrice del comitato elettorale, temendo di non essere ascoltata.

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