accordo da 15 miliardi di dollari

Israele sceglie l’Egitto per esportare il gas del Bacino del Levante

di Sissi Bellomo

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(Reuters)


3' di lettura

Israele ha scelto l’Egitto come destinazione per il gas del Bacino del Levante: una decisione che ancora una volta rimescola le carte nel Mediterraneo orientale, dove si sta giocando una partita sempre più delicata.

L’annuncio di ieri riguarda un accordo da 15 miliardi di dollari, sottoscritto da società private: Delek Drilling e il socio americano Noble Energy si sono impegnate a vendere 64 miliardi di metri cubi di gas nell’arco di dieci anni all’egiziana Dolphinus Holding , provenienti per metà dal giacimento Tamar (già in produzione) e per metà da Leviathan, scoperto nel 2010 ma che sarà avviato solo nel 2019-20.

Gli aspetti commerciali dell’intesa – che stavolta, a differenza di altre in passato, è vincolante – scivolano però in secondo piano rispetto alle possibili implicazioni per gli equilibri energetici, politici e militari nell’area.

Le ricadute più pesanti riguardano la Turchia, che aveva sperato a lungo di attirare il gas israeliano, per rafforzarsi ulteriormente come hub energetico. Gli ultimi sviluppi privilegiano l’Egitto per questo ruolo. Grazie agli accordi con Israele il Cairo potrebbe anche esportare una parte della produzione di Zohr, magari con destinazione Italia: una possibilità che l’ Eni non ha mai escluso, nonostante i forti consumi domestici del Paese nordafricano.

L’Egitto tra l’altro non ha l’assillo delle infrastrutture, poiché dispone di due impianti per la liquefazione del gas, Idku e Damietta, che lasciano aperta l’opzione Gnl.

È comunque probabile che a orientare le trattative sul gas israeliano non siano state queste considerazioni: l’intesa di ieri sembra piuttosto il frutto di complessi intrecci diplomatici, che si sono dipanati nell’arco degli anni.

Il premier israeliano Benjamin Netanyau, che ha acclamato gli accordi parlando di «una giornata felice» per il Paese, ha incontrato pochi giorni fa il segretario di Stato Usa Rex Tillerson, con cui ha discusso le tensioni sollevate dagli sviluppi energetici nell’area.

Con il Libano – che ha assegnato a Eni, Total e Novatek licenze in acque disputate da Tel Aviv – ci sono frizioni che rischiano di sfociare in una guerra:  Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, venerdì ha minacciato attacchi alle piattaforme estrattive israeliane in caso di interferenze con le attività esplorative libanesi.

Tel Aviv è sempre più ai ferri corti anche con Ankara, da quando il presidente turco Recep Erdogan, accusato di appoggiare Hamas, ha alzato la retorica contro lo Stato ebraico e gli Stati Uniti di Trump, affermando che «Gerusalemme non può essere affidata a una nazione che uccide i bambini». Le relazioni tra Israele e l’Egitto – a lungo acerrimi nemici – sono invece migliorate da quando al potere c’è il generale Abdel Fattah al Sisi.

Anche la futura rotta di esportazione del gas israeliano verso l’Egitto svela forse qualche retroscena. Delek afferma che si potrebbe utilizzare il gasdotto sottomarino tra Ashkelon e Arish, della East Mediterranean Gas (Emg), conduttura costruita nel 2008 per portare gas egiziano in Israele, ma in disuso dal 2011 dopo una serie di attentati e una lunga disputa giudiziaria col Cairo.

Un arbitrato internazionale ha dato ragione a Israel Electric Corp (Iec) che reclamava risarcimenti per 2 miliardi di $ a fronte di mancate forniture di gas, ma secondo il giornale egiziano Mada Masr ci sarebbe stato un accordo dietro le quinte in base al quale Tel Aviv avrebbe concesso uno “sconto” in cambio della liberalizzazione dell’import di gas in Egitto. Il Cairo ha appena completato proprio questa riforma.

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