LE ELEZIONI

Israele al voto, il giorno del giudizio per «Re Bibi»

Il paese torna alle urne ad appena cinque mesi dall’ultima tornata. Il voto è un referendum sulla presidenza di Benjamin Netanyahu, il leader di destra rimasto ininterrottamente al potere 2009. «Bibi» ha cercato di recuperare consensi alzando i toni in campagna elettorale. Non è chiaro se funzionerà

dal nostro inviato Roberto Bongiorni


Israele verso il voto, testa a testa Netanyahu-Gantz

5' di lettura

Gerusalemme - Le urne sono aperte. Già alle otto e mezza del mattino, in un quartiere ortodosso di Gerusalemme, poco distante da Yaffa Street, lunghe file di elettori, tutti rigorosamente ricoperti dai loro pastrani neri, e con il cappello nero sulla testa, attendono ordinatamente il loro turno. Anche le donne sono rigorosamente coperte, nonostante i raggi di un sole ancora estivo inducano a scoprirsi, come fannno le frotte di turisti che affollano Zion Square e le viuzze della città Vecchia.

Dicono che voteranno Shas, il partito degli ebrei ortodossi sefarditi. Per quale motivo? Molti di loro neppure lo sanno. Hanno ricevuto l'ordine dal rabbino. D'altronde il manifesto elettorale diffuso dai vertici del partito, appeso perfino sui lampioni, non lascia alternative a chi ha fatto dello studio dei testi sacri la ragione della sua vita : «Shas, il biglietto per il giorno del giudizio» . Sembrerebbe quasi una vendita, elettorale, delle indulgenze, il voto in cambio dell'eternità. Ma questa è solo una delle tanti anime di Israele, quella ultra-ortodossa, una minoranza, consistente, ma pure sempre una minoranza (circa il 12% della popolazione).

Il referendum su «re Bibi»
Nella seconda elezione in cinque mesi, tutti attendono, senza curarsi di dissimulare l'ansia, i dati sull'affluenza. Il numero di quanti degli oltre 6 milioni di aventi diritto voterà realmente sarà decisivo anche per l'attuale primo ministro, Benjamin Netanyahu. Nessuno come lui, come Bibi, ha mai governato tanto in Israele: 13 anni da primo ministro, di cui 10 ininterrottamente dal 2009. Più addirittura di David Ben Gourion, il padre della patria. Questa elezione, è forse la più incerta degli ultimi 20 anni. Il partito conservatore di Governo, il Likud, potrebbe anche non farcela. I sondaggi, per quanto possano valere, danno in lieve vantaggio il partito di centro, che strizza l'occhio a sinistra, Blu e Bianco, guidato dall'ex capo di Stato maggiore Benny Gantz.

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Ma ciò che rende questa elezione diversa dalle altre è il fatto che somiglia sempre di più ad un referendum su «Re Bibi», sul suo operato, sul suo futuro. Se ottenesse il quinto mandato, probabilmente riuscirebbe ad ottenere un salvacondotto grazie all'immunità, e scampare così il pericolo di essere incriminato per tre casi di corruzione. Ma non sarà una sfida solo tra centristi e conservatori, tra Blu e Bianco e Likud. Nessuno di loro avrà la maggioranza per governare. (in Israele nessuno paritito l'ha mai avuta in 70 anni).

E a meno di un improbabile governo di unità (improbabile perché Gantz chiede che Netanyahu si dimetta) avranno bisogno del sostegno dei piccoli partiti. E qui entrano in gioco. Per entrare in Parlamento devono superare una soglia di sbarramento del 3,25 per cento (4 seggi). Indispensabile per far sentire la loro voce quando verrà il momento delle estenuanti trattative per formare una coalizione di Governo.

Se non la superassero i loro voti sarebbero ridistribuito tra i partiti più grandi. Ecco perché i quattro Partiti degli arabi israeliani - Balad, Hadash, Tàal e United Arab List - hanno ridato vita alla lista unitaria guidata da Ayman Odeh e hanno ora le carte in regola per tornare ad essere la terza formazione politica del paese . I palestinesi residenti in Israele, e con passaporto israeliano (il 20% della popolazione) da tempo si sentono emarginati, cittadini di serie B. Sovente hanno disertato le urne. Ma se questa volta corressero in massa a votare, potrebbero contribuire a provocare la caduta di Netanyahu.

Il fronte ebraico si compatta
Così, sul fronte ebraico, anche i partiti religiosi che la scorsa volta non hanno superato la soglia di sbarramento, oggi non vogliono ripetere lo stesso errore e corrono insieme. Nella United Torah Judaism, una lista alleata di Netanyahu, sono raccolti gli haredi ortodossi akenaziti, molti dei quali parlano ancora l'antica lingua Yiddish. Unita corre anche Yamina («la destra»), un'alleanza tra partiti di ultra destra e partiti religiosi sionisti, ostili ai negoziati con i palestinesi, entrambi accomunati dall'estendere l'influenza della componente ortodossa nella vita di Israele e ad accrescere la costruzione degli insediamenti in Cisgiordania.

Anche se corre da solo, il temuto partito di estrema destra , Otzma Yehudit, potrebbe riuscire a entrare da solo alla Knesset. I sondaggi lo danno sul filo del rasoio: sarebbe la prima volta per una formazione accusata di rifarsi alle teorie del Kach, il movimento razzista di estrema destra fondato dal rabbino Meir Kahane e messo al bando negli anni ‘90.
Sul fronte opposto, sempre per non disperdere i loro voti, lo storico partito laburista, un tempo la prima forza politica del Paese ma nelle ultime elezioni poco sopra la soglia di sbarramento, si è unito a Gesher, partito liberale di Orly Levy.

La sinistra radicale di Meretz hainvece trovato l'accordo con il Partito Democratico di Ehud Barak, l'ex premier ritornato sulla scena politica, dando vita all'Unione Democratica. Tutti, insomma, vorrebbero avere voce in capitolo in quella che potrebbe essere ricordata come un'elezione storica. Mai come in questovoto i leader delle diverse fazioni politiche hanno fatto tanti accorati appelli affichè i loro elettori vadano a votare. Ognuno agita lo spettro di cosa possa succedere al Paese, o allo stesso elettore , se non adempirà al suo dovere.

La campagna (molto) sopra le righe di Netanyahu
Se per i religiosi si tratta di una questioni di giorno del giudizio, di paradiso, di religione, per il primo ministro Benjamin Netanyahu la questione è un'altra. Se lui perdesse, finirebbe un'era, e con questa anche l'immunità che cercava una volta rieletto. Ecco perché in questa campagna elettorale Bibi è andato fuori dalle righe: ha urlato, sbraitato contro i media, la polizia, i giudici, ha evocato lo spettro di guerre, di stermini di odio . In un messaggio su Facebook ha perfino invitato gli elettori israeliani a impedire la nascita di un «debole governo laico di sinistra che si affida agli arabi che vogliono distruggerci tutti, uomini, donne e bambini, e che permetterà all'Iran di dotarsi di un'arma nucleare per eliminarci». Un incitamento all'odio che ha spinto Facebook a sospendere per 24 ore la chat box del premier.

Pochi giorni fa Netanyahu era perfino sul punto – scriveva ieri il quotidiano liberl Haaretz – di lanciare una grande operazione militare contro le postazioni di Hamas, il movimento islamico padrone della Striscia di Gaza, e rinviare così il voto. In questa elezione che somiglia ad un referendum su Bibi, alla fine sarà probabilmente il suo ex amico Avigdor Lieberman, 61 anni, leader del partito Yisrael Beitenu, ad avere l'ultima parola. Potrebbe perfino raddoppiare i seggi arrivando a 10. Avigdor, un ultranazionalista laico arrivato in Israele nel 1978 dalla Moldova, è però il nemico giurato di quei partiti religiosi con cui Netanyahu vorrebbe formare un Governo in caso di vittoria.
Insomma, è un bel rebus.

Le urne chiuderanno alle 22, le 21 in Italia. Subito dopo tre reti televisive nazionali pubblicheranno i rispettivi exit-poll. I risultati definitivi saranno resi noti nella giornata di domani. Per attendere i risultati delle trattative elettorali, invece, occorrerà attendere molto più tempo. E se chi ha ricevuto il mandato non riuscirà a creare una coalizione di maggioranza, il rischio è di andare alle urne. Ancora una volta.

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