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Israele, il voto di martedì che l’America di Trump aspetta con ansia

Il ritorno alle urne martedì vede Netanyahu in difficoltà. Casa Bianca più defilata. Il ruolo di Adelson, magnate dei casinò di Las Vegas, a sostegno del premier

di Roberto Bongiorni


Israele verso le elezioni, l'incognita del voto arabo

4' di lettura

Impossibile ignorarlo. L’enorme manifesto elettorale, che ricopre la facciata di un palazzo di 10 piani a Tel Aviv, racconta efficacemente lo stretto legame tra il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ed il presidente americano Donald Trump. Sorridenti, i due leader si stringono la mano. Ai ferri corti con Barack Obama, Bibi il falco, premier ininterrottamente dal 2009, ha trovato in Donald un grande sostenitore della sua linea politica.

E Trump non si è mai curato di nasconderlo. Solo cinque mesi fa, salutò così la vittoria elettorale di Netanyahu: «Un grande alleato e un grande amico. Mi congratulo con lui». Al di là delle parole, il sostegno di Trump si era concretizzato in tre grandi regali che hanno agevolato la campagna elettorale del leader del partito conservatore Likud.

Prima, nel dicembre del 2017, ha annunciato il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele. Poi, nel maggio del 2018, è stata la volta della clamorosa uscita degli Usa dall’accordo sul nucleare iraniano, e la conseguente ripresa delle sanzioni contro Teheran. Infine, a sole a due settimane dal voto, ricevendo Bibi alla Casa Bianca, Trump ha firmato il riconoscimento della sovranità israeliana sulle Alture del Golan, il territorio strappato da Israele alla Siria nella guerra dei sei giorni (1967), ed annesso ufficialmente da Gerusalemme nel 1981.

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Tre decisioni che hanno profondamente irritato gran parte della Comunità internazionale, in prima linea Ue e Onu. Nessun presidente americano è mai stato tanto generoso con un premier israeliano. Raggiante, Netanyahu, in giugno ha cambiato il nome a un piccolo insediamento. Non più Bruchim, come si chiamava, bensì Ramat Trump, le Alture di Trump.

Dopo soltanto cinque mesi, gli israeliani torneranno nuovamente alle urne. In aprile Netanyahu ha vinto le elezioni, ma non è riuscito a formare una coalizione di maggioranza alla Knesset (almeno 61 seggi su 120). Stavolta la sfida tra il Likud e il partito centrista “Blu- Bianco”, guidato dall’ex capo di stato maggiore Benny Gantz è ancor più serrata (i sondaggi danno in lieve vantaggio Gantz).

Eppure, finora il silenzio di Trump è stato quasi assordante. Nessun regalo elettorale a Bibi, nessuna parola di incoraggiamento. Nessun commento neanche all’estremo tentativo fatto martedì 10 settembre da Netanyahu per guadagnare consensi: l’annuncio di voler annettere la valle del Giordano (di cui 2/3 sono Territori palestinesi della Cisgiordania), e gli insediamenti a Israele. Netanyahu ha precisato di averlo concordato con la Casa Bianca. Domenica, poi, il governo israeliano ha approvato la legalizzazione dell’avamposto di Mevoot Yericho, situato a breve distanza da Gerico, in Cisgiordania. La formalizzazione della procedura avverrà solo dopo la formazione del nuovo governo.

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Sembra che Trump, a cui piace sostenere i cavalli vincenti, abbia subodorato che qualcosa potrebbe non andare come previsto. E cominci a prendere le distanze dall’amico Bibi. Il quale, se non vincesse le elezioni potrebbe presto essere incriminato per tre casi di corruzione. Su un altro strategico argomento - il dossier nucleare iraniano - Trump pare allontanarsi dall’oltranzismo di Bibi. Quasi avesse compreso che un accordo con l’Iran è di gran lunga preferibile ad una grande guerra mediorientale. La disponibilità, di voler incontrare il presidente iraniano Hassan Rouhani, forse già tra pochi giorni all’Assemblea generale dell’Onu, è vissuta come un tradimento dall’entourage di Netanyahu. Al quale non ha fatto presumibilmente piacere un’altra mossa di Trump; il licenziamento del suo Consigliere alla sicurezza nazionale, John Bolton, l’uomo anti-Iran.

Ben inteso. Trump non può fare a meno di Netanyahu. Per una serie di ragioni. La nuova politica americana in Medio Oriente, affidata da Trump a suo genero, Jared Kushner, 38 anni, ebreo conservatore molto vicino a Netanyuahu, appare in linea con quella condivisa da Bibi: isolare l’Iran e creare un blocco di monarchie sunnite, guidato dai sauditi, da contrapporre a Teheran. Scegliere i sauditi come partner strategici (in sicurezza ma anche in lucrosi affari con gli Usa), non sembra aver infastidito più di tanto Netanyahu.

Trump ha bisogno di Bibi anche per ragioni squisitamente interne. Molti dei suoi finanziatori vedono di buon occhio un’altra conferma di Netanyahu. Primo fra tutti l’ebreo americano Sheldon Adelson. Il magnate dei casinò di Las Vegas, terzo uomo più ricco degli Stati Uniti, è uno stretto amico del premier israeliano nonché un sostenitore della sua linea politica. Senza Netanyahu il misterioso piano di pace che lo stesso Trump ama definire «l’accordo del secolo» rischia di naufragare. Se così accadesse, sarebbe uno schiaffo alla credibilità di Trump. Capace di riflettersi negativamente sulla sua imminente campagna elettorale.

L’esito delle elezioni americane ha sempre avuto una grande influenza sulla politica israeliana. Basti pensare che uno dei candidati alle presidenziali del 2020 per il Partito Democratico, Bernie Sanders, ha aperto alla possibilità di tagliare gli aiuti militari americani a Israele, 3,8 miliardi di dollari all’anno, se dovesse vincere. Le elezioni della piccola Israele potrebbero avere un impatto anche su quelle del suo grande e potente alleato.

(aggiornato il 15 settembre 2019 alle ore 15,59)

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