TURCHIA

Istanbul torna a votare. Per Erdogan l’ombra di una nuova sconfitta

Oggi in Turchia si vota. Anzi, si rivota. Sin dalle prime ore del mattino centinaia di migliaia di turchi hanno iniziato ad affluire nei seggi elettorali sparsi per Istanbul per scegliere il nuovo sindaco della metropoli turca più famosa al mondo. Non è solo un voto amministrativo. Comunque lo si voglia leggere, rappresenta una sorta di referendum sulla popolarità del presidente Recep Tayyip Erdogan

di Roberto Bongiorni


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3' di lettura

Oggi in Turchia si vota. Anzi, si rivota. Sin dalle prime ore del mattino centinaia di migliaia di turchi hanno iniziato ad affluire nei seggi elettorali sparsi per Istanbul per scegliere il nuovo sindaco della metropoli turca più famosa al mondo. Non è solo un voto amministrativo. Comunque lo si voglia leggere, rappresenta una sorta di referendum sulla popolarità del presidente Recep Tayyip Erdogan. Il cui partito di Governo, l'Akp, non era certo uscito bene nella tornata elettorale di marzo.

Due elezioni in meno di tre mesi
Si rivota perché in meno di tre mesi è accaduto di tutto.
Il 31 marzo le elezioni amministrative avevano segnato la vittoria della coalizione dell'opposizione in importanti città, tra le quali la capitale Ankara, Smirne (roccaforte dei partiti laici) ma anche a Istanbul. Proprio nella città simbolo della Turchia, Ekrem Imamoglu, 49 anni, il candidato del partito di opposizione repubblicano, il Chp, aveva vinto per un pugno di voti, meno di 25mila, sul candidato di Erdogan, l'ex premier Binali Yildirim.

In questa storica vittoria, estremamente risicata, Erdogan aveva subito chiesto il riconteggio delle schede nulle. Ottenendolo. Ma, pur riducendo il vantaggio a 13.729 voti, Imamoglu era stato confermato vincitore. E si era così insediato . Dopo appena 18 giorni , il 6 maggio, la commissione elettorale Suprema aveva nuovamente accolto le nuove proteste del partito di Governo, annullando la vittoria di Imamoglu per presunte irregolarità alle urne, e stabilendo la ripetizione del voto il 23 giugno.

Un'elezione strategica per il futuro della Turchia
«Chi vince a Istanbul vince la Turchia, chi perde a Istanbul perde la Turchia». In marzo, nel culmine di una campagna elettorale in cui si era speso di prima persona, Erdogan aveva ripetuto diverse volte questo slogan. Il voto non era poi andato come si augurava. Ma il suo messaggio, per quanto portato all'estremo, conteneva una verità difficile da contestare. Istanbul, metropoli di quasi 20 milioni di abitanti (gli aventi diritto al voto sono oltre 10 milioni) è la capitale culturale ed economica del Paese. Da sola rappresenta il 31% del Pil nazionale. Superiore dunque al prodotto interno lordo di alcuni Paesi dell'Eurozona. Per avere un'idea della sua importanza basti pensare che l'anno scorso il budget a disposizione della municipalità (con annesse alcune sussidiarie) è stato di quasi nove miliardi di dollari. Per Erdogan perdere Istanbul sarebbe una sconfitta cocente. La città sul Bosforo non è soltanto il luogo dove è nato, nel quartiere popolare di Kasımpaşa. A Istanbul Erdogan ha iniziato la sua carriera politica. E sempre a Istanbul, nel 1994, il Sultano ha coronato i suoi sogni divenendo sindaco (e poi premier nel 2002). Nel corso degli ultimi 25 anni il suo partito, l'Akp, non è mai stato sconfitto in città.

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L'ombra della crisi economica sul voto
Difficile sostenere il contrario. Sulla storica affermazioni dei partiti di opposizione nelle scorse elezioni amministrative (il Chp ha registrato performance positive in importanti regioni controllate saldamente dal partito di Erdogan) la crisi economica ha avuto un ruolo decisivo.
Scivolata nella recessione a partire dal terzo trimestre del 2018, la Turchia di Erdogan, che nel 2017 aveva registrato una crescita del 7,6%, fatica a risollevarsi. Tra gli elettori, anche i suoi sostenitori, è così cresciuto il. Le ragioni sono tante: la crescente disoccupazione, il drastico calo del loro potere di acquisto, l'aumento esponenziale dei prezzi dei generi alimentari, il crollo della lira turca ed un'inflazione che, pur dai picchi del 25% di fine 2018, resta pur sempre intorno al 20 per cento, hanno finora prevalso sulle misure anti-crisi con cui il Governo ha cercato di infondere speranza. Nel primo trimestre del 2019 – segnala l'ufficio statistico turco - il Paese è uscito dalla breve recessione, il Pil ha segnato una crescita dell'1,3%, ma l'economia resta ancora molto vulnerabile.

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Secondo alcuni sondaggi, la cui affidabilità è tuttavia tutta da verificare, Imamoglu sarebbe in testa. Ma il leader del movimento secessionista curdo, il Pkk (incluso da diversi Paesi nella lista delle organizzazioni terroristiche) Abdullah Ocalan, in carcere dal 1999, ha inviato una lettera agli elettori del partito filo-curdo Hdp, invitandoli a rimanere neutrali. Una posizione opposta alla linea scelta dall'Hdp, che nelle elezioni di marzo aveva rinunciato ad un proprio candidato favorendo così Imamoglu.

Lunedì si sapranno i risultati. Se Imamoglu dovesse essere riconfermato per Erdogan sarebbe forse il colpo più duro della sua longeva carriera politica. Perché significherebbe, agli occhi di molti turchi, che l'invincibile Erdogan, riconfermato presidente nel giugno del 2018, si può sconfiggere. E che Imamoglu potrebbe ambire perfino ambire a sfidare Recep, il Sultano, alle prossime elezioni.

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