l’intervento

Istituzioni ancora impreparate alla sfida della sicurezza informatica

di Umberto Rapetto *

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3' di lettura

Carceri e web sono i crocevia della cultura terroristica. La preoccupazione del primo ministro Gentiloni non può essere non condivisa, ma merita una precisazione. È impreciso parlare di web, forse pericolosamente limitativo.
La ragionevole fonte di angoscia risiede infatti nelle tecnologie, caratterizzate da una smisurata trasversalità (che le porta ad una sorta di onnipresenza) e dal loro inevitabile impiego duale (che determina l’utilizzo di strumenti per finalità ben differenti dall’originario scopo per i quali erano stati inventati e commercializzati).

Analogamente alle strutture penitenziarie, in cui il controllo formale di quanto sta accadendo non sempre coincide con la concreta padronanza della situazione e la supremazia dell’informazione, l’universo digitale delle moderne comunicazioni è difficile da imbrigliare e il suo sistema nervoso ha gangli imperscrutabili e riserva fenomeni comportamentali di assoluta imprevedibilità.

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Come nelle celle di una prigione si creano amicizie e si trova solidarietà, nei dedali sotterranei del cosmo tecnologico le dinamiche di aggregazione sono veloci e il clima è meno ostile per chi “in superficie” è messo da parte, escluso, rifiutato. Internet e le più evolute soluzioni di connessione mettono a loro agio chi è animato da spirito di revenche, garantendo un possibile riparo da chi voglia interferire o scoprire quel che stia accadendo.

Il primo fattore di idoneità è individuabile nella pluralità di mezzi di collegamento, varietà assicurata sia sotto il profilo hardware (pc, tablet, smartphone), sia sotto quello software (deep web, dark net, instant messaging, spazi gratuiti in cui piazzare contenuti e disposizioni operative…), sia sul fronte delle opportunità di accesso (a partire dai mille hotspot – o punti di accesso – gratuiti a disposizione di chiunque desideri adoperare in modo anonimo una rete wifi libera).

Il secondo punto di vantaggio è la sostanziale impreparazione delle Istituzioni a misurarsi su questo campo di battaglia: quando un quarto di secolo fa imploravo che qualcuno mi desse ascolto, ho scoperto la totale insensibilità al problema della sicurezza informatica e in particolare alla drammaticità che avrebbe assunto il non farsi trovare pronti ad una sfida come quella odierna. Si potevano anticipare i tempi, addestrare gli specialisti, attribuire compiti e responsabilità, disporre di una macchina da guerra fatta non solo di apparati troppo facili a comprarsi ma di risorse umane in grado di giocare la partita. Le attività di intelligence e quelle investigative non possono essere delegate ai più sofisticati sistemi hi-tech, ma hanno bisogno di analisti e detective capaci di interpretare quel che man mano accade e di suggerire le azioni maggiormente aderenti alle diverse necessità.

Il brusco risveglio ha indirizzato alla ricerca di giovani talenti da pescare nelle Università, dimenticando che i teen-agers più brillanti non sono tra i banchi ma ai Centri Sociali e non considerando che l'esperienza di “sbirri” e “spie” non si acquisisce con un diploma. Bartali esclamerebbe il tradizionale “l'è tutto da rifare”, ma non c'è il tempo per azzerare. La spunta un'altra buonanima, quella di Troisi, e adesso occorre capire quali sono le “tre cose buone” da cui ripartire.
I terroristi frammentano le loro comunicazioni passando da un sistema all'altro ogni volta che si scambiano un messaggio. Il dialogo passa da WhatsApp a Telegram, ad una frase pubblicata tra i tanti commenti ad un articolo sul web, a Hangout, ad un sms su una scheda telefonica intestata a chissà chi ed utilizzata solo una volta, a Messenger, a file di testo da scaricare in FTP da un server accessibile solo con password e per pochi minuti, a Snapchat e così a seguire, spiazzando qualunque tentativo di pedinamento.

La velocità è il primo nemico. E i terroristi l’hanno scelta come alleata.
La fretta, cosa ben diversa, è quella che invece affianca chi deve combattere una minaccia invisibile e devastante. Varrà la pena riflettere su quanto sta accadendo. In qualche cassetto del mio vecchio Comando Generale forse ci sono ancora proposte ed appunti che, ormai datati, conservano miracolosamente una attualità straordinaria. E l’ormai arrugginito GAT potrebbe essere il primo serbatoio cui attingere per tirar su una squadra vincente.

* Umberto Rapetto, generale GdF in congedo, già comandante del Gruppo Anticrimine Tecnologico, nel 2001 catturò e fece condannare gli hacker penetrati nel Pentagono e nella NASA

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