Societa

Istituzioni moderne e prestigiose per arginare le milizie dei tecnici

di Natalino Irti

3' di lettura

In una delle frasi, che raccolgono in sobrie e ferme parole un lungo percorso di studio e di pensiero, Max Weber enuncia: «Il tipo più puro di potere legale è quello che si avvale di un apparato amministrativo burocratico». Lo Stato moderno, a mano a mano scioltosi da governi di carattere personale e dal futile giuoco delle corti, si è tutto costruito su potere della legge, gerarchia di organi e competenze, corpo di funzionarî fedeli e severi nell’esercizio del loro ufficio. Chi volesse cercarne la radice più feconda dovrebbe risalire a Federico il Grande, il quale, definendo sé stesso come «primo servitore dello Stato», esprimeva tutta la razionale oggettività del potere.

Parliamo di “funzionarî”, o di “pubblica amministrazione”, così designando i titolari di àmbiti specifici, in cui si svolgono e attuano prescrizioni di legge o programmi dell’azione statale. Alla materia sono riservati, come è noto, gli artt. 97 e 98 della Costituzione italiana, i quali prevedono ufficî amministrativi, «organizzati secondo disposizioni di legge», a cui si accede mediante concorsi («salvo i casi stabiliti dalla legge»); ciascuno dotato di competenze e attribuzioni ed esposto a correlative responsabilità. Ma la questione, prima di essere giuridica, appartiene alla storia etico-politica del nostro Paese.

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Le ritornanti parole “funzione” e “competenza” vogliono indicare, non un generico compendio di nozioni o il semplice zelo scolastico, ma un sapere specialistico, capace di affrontare e risolvere i concreti problemi di ogni periodo storico. Lo Stato moderno, o, più propriamente, “contemporaneo”, si prova a regolare lo sviluppo della tecnica nei campi più nuovi e diversi: economico, finanziario, industriale, medico, ecologico, digitale, e via seguitando. La pubblica amministrazione ha assunto, o si volge ad assumere, la fisionomia di una tecno-struttura, di un apparato di competenze specialistiche, simmetrico all’espansione dei poteri pubblici.

Si tratta di una linea di svolgimento più sicura e netta in taluni Paesi, più lenta e tarda in altri. Il problema è arduo, poiché vengono al confronto, e chiedono razionale equilibrio, due tendenze o forze storiche: da un lato, la tradizione burocratica (e qui la parola si usa nel senso più consapevole e rispettoso à la Weber); dall’altro, lo sviluppo della tecnica nella varietà di processi e risultati, che ci sorprendono di giorno in giorno. Allora si affaccia il problema, già sopra accennato, di convertire i pubblici ufficî in tecno-strutture, del loro costituirsi e funzionare con la razionalità di apparati specialistici. E come le leggi sono chiamate a regolare materie e rapporti estranei alla tradizione giuridica, così gli ufficî amministrativi, che ne sono gli organi di concreta attuazione, si trovano nella necessità di rivedere sé stessi.

Nel libro famoso (forse troppo famoso) del 1941, The managerial revolution, volto in eccellente italiano da Camillo Pellizzi, James Burnham dedica un capitolo alla «sede della sovranità», e, con l’occhio volto alle esperienze di Italia, Germania e Russia negli anni Trenta, finisce per diagnosticare uno “spostamento” del potere dai vecchi ufficî dello Stato parlamentare a nuovi organi, ai “tecnici del governo”, che sono «gli stessi, o quasi gli stessi, in fatto di preparazione, funzioni, capacità, abiti mentali, come i “tecnici dell’industria”». La gravità dell’analisi sospinge lo Stato, che voglia conservarsi democratico e parlamentare, in una stringente alternativa: o di affidare la gestione dei nuovi àmbiti di interesse a enti separati ed autonomi (e fu la soluzione dell’IRI e degli altri enti pubblici economici); o di svolgere un’impietosa “rivisitazione” di sé stesso, delle proprie funzioni e strutture, dell’essenziale rapporto con lo sviluppo della tecnica. In questa rivisitazione, per audace e profonda che sia, non sono da sacrificare le caratteristiche costitutive dello Stato moderno (dal primato della legge al metodo del concorso pubblico, dal criterio di competenza al principio di responsabilità), se non a rischio di consegnarsi a corpi arbitrarî di soggetti, che, sotto schermo di competenze tecniche, rinnovino i torbidi fasti di clientele personali o partitiche.

Soltanto l’operante prestigio delle istituzioni parlamentari e la compiuta modernità della Pubblica Amministrazione sono in grado di scongiurare la nascita di queste “milizie”, che non indossano camice nere o brune o rosse, ma la candida tuta dei tecnici.

Alla storia della Pubblica Amministrazione – che il lettore trova già tracciata nell’esemplare libro di Guido Melis – si chiede di aggiungere un altro capitolo: più arduo e complesso, ma necessario alla stessa continuità del nostro Stato.

Il quale, da un lato, deve tener ferma e gelosa la tradizione dei pubblici ufficî (locali e nazionali), e, dall’altro, allargarsi, sempre ligio a quella eredità di principî, a nuovi campi di interesse collettivo. E qui occorre la pacata saggezza dell’equilibrio.

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