L’anniversario

Italia 61, un trionfo architettonico di breve durata

di Valerio Castronovo

3' di lettura

Nella ricorrenza del centenario dell’unità nazionale, le cui celebrazioni iniziarono nel maggio di 60 anni fa per poi concludersi in dicembre, si volle fare riferimento espressamente alla svolta che l’Italia aveva conosciuto negli ultimi anni dopo la ricostruzione post-bellica, affermandosi alla stregua di uno dei principali Paesi industriali del mondo occidentale. A quell’epoca si era al culmine del centrismo degasperiano e il Comitato promotore di Italia 61, presieduto dall’ex premier Giuseppe Pella, decise di puntare, per suscitare largo interesse e sensibilizzare l’opinione pubblica, sull’allestimento di una grande Esposizione internazionale dedicata al tema del lavoro e di tenerla a Torino, non solo quale culla del Risorgimento e prima capitale politica della Penisola, ma perché sede della Fiat, l’impresa di stampo fordista per eccellenza, emblema del processo di modernizzazione economica in corso che si sarebbe voluto rendere più intenso ed estendere dal Nord al Centro-Sud. Il Palazzo del Lavoro, firmato da Pier Luigi Nervi, consisteva in un gigantesco parallelepipedo, con sedici ombrelli metallici sorretti da pilastri in cemento armato alti più di venti metri, che copriva nel complesso un’area di oltre 22mila metri quadrati. Lo affiancavano altre opere – dal “Palazzo a vela”(dall’aspetto leggerissimo quasi etereo, destinato a una vasta rassegna su moda, stile e costume), a quello delle Mostre, ai padiglioni delle Regioni italiane – alla cui realizzazione collaborarono, con la regia di Nello Renacco e all’insegna di alcune soluzioni tecniche d’avanguardia, i più prestigiosi nomi dell’architettura italiana: da Albini a Bonfante, da Sottsass a Levi Montalcini, da Zanuso a Quaroni, e altri ancora. A sua volta Gianni Agnelli, agli esordi nella vita pubblica, si impegnò a fare gli onori di casa per gli ospiti stranieri più illustri.

Tirate le somme, Italia 61, che annoverò oltre sette milioni di visitatori (molti dei quali giunti anche dall’estero), costò qualcosa come trenta miliardi di lire. Peccato che gran parte degli impianti e delle attrezzature, lasciati in stato di abbandono, finirono in una sorta di squallido reperto archeologico. In pratica, nell’ambito del vasto comprensorio esteso tra il parco del Valentino e quello di Millefonti, trovò ospitalità, dal 1965, soltanto il Centro di perfezionamento professionale e tecnico del Bureau International du Travail, delle Nazioni Unite, per la formazione di un consistente nucleo di lavoratori specializzati, tecnici e dirigenti di Paesi in via di sviluppo dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina, con “effetti moltiplicatori” nei rapporti commerciali esteri di varie imprese italiane.

Loading...

Peraltro Italia 61 coronò un importante ciclo di interventi urbanistici nei quartieri centrali della città subalpina rivolti alla costruzione sia di palazzi di rappresentanza e di prestigio sia di edifici destinati ad attività culturali e allo sviluppo dei servizi pubblici. Ma presto Torino non ce l’avrebbe fatta a reggere l’impatto di una immigrazione biblica che nel 1961, l’anno del Centenario, era ammontata alla cifra record di 84mila persone, provenienti per lo più dal Sud, dopo aver già registrato nel quinquennio precedente un forte incremento di popolazione sistematasi alla meno peggio nelle periferie e nell’immediata “cintura” del capoluogo piemontese.

Niente di analogo, quanto a entità e in termini proporzionali, accadde in quel periodo in altri centri industriali del nostro Paese. Ma è anche vero che, fra il 1951 e il 1961, nell’area torinese soltanto il 15% delle case di nuova costruzione appartenevano al settore dell’edilizia popolare.

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti