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Italia-Brasile e la leggenda degli eroi dell’82

Il libro di Piero Trellini ricorda tutto di quella giornata, il prima il durante e il dopo dei protagonisti, nessuno escluso

di Giulio Peroni


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3' di lettura

Una partita che resta eterna nell’immaginario collettivo. Per tutto ciò che si è tirata dietro, che ha significato, che ha trasformato nella vita di chi c'era, di chi ha saputo, nella società di allora. Tutto in novanta minuti di una gara di football, che tale non è mai stata.

Stadio Sarrià di Barcellona, 5 luglio 1982. Italia- Brasile 3-2: battiamo gli imbattibili. I maestri. È la costruzione di una utopia, quando tutto sembra invece scorrere verso l’inevitabile. Una storia di vita vera, vissuta. Aggrappata a un sogno, attraverso la vasta gamma di sensazioni umane che diventano metafora, educazione sentimentale, addirittura processo di cambiamento e formazione. In una Italia scossa dal terrorismo, barricata nelle proprie insicurezze, stravolta dal pessimismo. Ma disperatamente a caccia di eroi. Italia-Brasile, l’inizio dell'estate più calda.

La nazionale italiana di Enzo Bearzot, che pochi giorni prima aveva battuto i campioni del mondo in carica dell'Argentina del giovin Maradona, riesce in un pomeriggio di Spagna a sconfiggere i “mostri” brasiliani (quella Selecao era seconda solo a quella di Pelè), ma anche il “perdentismo” di quella stagione. Imprimendo nel nostro Paese, negli italiani, un senso epico centrale, esteso nella vita quotidiana, poi declinandolo nella società tutta.

Una giornata memorabile, quella del 5 luglio 82. Un pomeriggio che aprirà la strada prima al successo nella semifinale contro la Polonia (2-0) poi al trionfo di quel mondiale nella finale con la Germania (3-1) l'11 luglio a Madrid. Un'estate magica che avrebbe trasformato il Belpaese in una culla di talenti, avanguardie, storie di uomini speciali ed imprese da raccontare in tutto il mondo.

Rieccoci a Barcellona, allora. Dove il sole scotta, e tutto succede nella zona alta della città catalana. La partenza della gara è stupefacente. I nostri aggrediscono senza complessi, sono geometrici, fanno giro-palla, raddoppi sulle fasce, è molto più di un indizio. Arrivano i tre goal di Paolo Rossi (Pablito), quelli costruiti da un ensemble di poeti (Conti, Cabrini), gladiatori (Tardelli, Scirea) e bastonatori sopraffini (Gentile, Collovati). Gente tosta, benedetta nella testa oltre che nei piedi. Gente divina con la palla, ma soprattutto nel riuscire a flirtare con l’ottimismo alle soglie dell’impossibile. E a schiantare un Brasile che ci recupera sempre, che non molla mai. Il Brasile che sembrava troppo più bello per noi terrestri, per un pianeta fin lì in adorazione.

Un dream team, quello della Selecao, autocelebrativo ed un po' troppo presuntuoso, tanto da pagarne un caro prezzo nella gara con gli Azzurri. Gli attori erano Zico, Falcao e Socrates, eccellenze pallonare senza limiti, senza rivali. Gioielli e icone di un popolo carioca che al fischio finale di quel Italia- Brasile pianse molto, perché di quel mondiale si sentiva già campione.

Spagna 82. Quando e dove il calcio era ancora solo calcio. Eroi ed arte: niente brand e plusvalenze. Tante storie di uomini semplici e senza sguardi da selfie, come in questa gara mitologica narrata nell’ultimo, bellissimo libro di Piero Trellini “La Partita. Romanzo di Italia- Brasile” (edizione Mondadori). Un testo nel quale l’autore ricorda tutto di quella giornata, il prima il durante e il dopo dei protagonisti. Tutti presenti, nessuno escluso. Inserendo anche sé stesso, che a quei tempi era solo un bambino di 12 anni, e di quella partita, di quel tutto, avvolgente e sostanziale, rimase folgorato.

Trellini ha trasformato la sua dolcissima, fortissima “ossessione” in questo volume che rappresenta un lungo viaggio nella vita di quei tempi e di quegli interminabili 90 minuti consumati tra lacrime di gioia e rassegnazione. Il libro è opera dettagliata, la storia dei protagonisti di Italia-Brasile dentro e fuori il campo, ma anche il ricordo della politica di allora, il racconto di tanti retroscena mai svelati. Un testo nel quale gli attori non sono solo i giocatori, ma anche i giornalisti, quelli che non ne nascono più, e che se anche nascessero non se ne accorgerebbe più nessuno. Gente come Beppe Viola, Giovanni Arpino e Gianni Brera. E poi c'è quel bambino brasiliano in lacrime, José Carlos Vilella Jr: la sua foto farà il giro del mondo e diventerà il simbolo della caduta della Seleçao.

Al centro ci sono ovviamente loro, i ragazzi del “Vecio” Bearzot. Di tutti scopriamo i segreti più insospettabili. Dall’arbitro israeliano Klein, che in quelle ore ha un figlio in guerra, al presidente della Fifa Havelange, seduto in tribuna, che è al mondo grazie al padre che ha perso il traghetto per il Titanic. Fino a Raimundo Saporta, l’organizzatore del Mundial, che nascose la sua vera identità per salvarsi la vita. E poi ci sono giocatori in campo, i loro infiniti percorsi esistenziali. Il libro di Trellini ci riporta indietro nel tempo, è un percorso nella memoria. Per chi ha fame di poesia nel presente.

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