Italia

Italia digitale nelle retrovie ma tra i pionieri del 5G

di Andrea Biondi

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5' di lettura

Almeno una volta all’anno per l’Italia digitale arriva il momento del brusco risveglio. Non che l’esperienza di tutti i giorni permetta di fare voli pindarici. Ma quando da Bruxelles arriva l’annuale Desi (Digital economy and society index), l’indicatore della Commissione europea che misura il livello di attuazione dell’Agenda Digitale di tutti gli Stati membri, la doccia fredda è inevitabile. E al banco degli imputati finisce il livello di infrastrutturazione hi-tech dell’Italia, declinato nella realtà da reti fisse, reti mobili, frequenze.

La bacchettata della Ue

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L’Italia rimane nelle retrovie. E la fotografia è quella di un Paese in cui gli avanzamenti, che pure ci sono, sul fronte della digitalizzazione non bastano a evitare passi indietro rispetto ad altri Stati, che poi portano l’Italia a collocarsi al 25esimo posto su 28 nel ranking finale della Ue. Tra gli arretramenti ce ne è uno che brucia in particolar modo. Il Desi segnala infatti che sul tema “Connettività” l’Italia ha perso una posizione in un anno, collocandosi al 26esimo posto. Il paradosso dell’Italia (non ancora) digitale, a ben guardare trae gran parte del suo senso dai numeri messi in fila dalla Ue in questo capitolo, in cui a essere presa in esame è la dotazione a banda larga e ultralarga, con particolare focus sull’ultrabroadband veloce (almeno 30 Mbps in download) e superveloce (almeno 100 Mbps). Leggere dell’Italia che resta indietro fa indubbiamente sobbalzare, soprattutto perché si giunge a questo risultato dopo l’avvio della Strategia nazionale per la banda ultralarga nel 2015, per volere del Governo Renzi.

La sfida targata Open Fiber

Da lì è nata l’idea di una rete alternativa a quella dell’ex incumbent Telecom, non tanto in opposizione, ma per dare impulso agli investimenti dell’ex monopolista. Lì affonda le sue radici l’esperienza di Open Fiber, la controllata di Enel e Cdp che si è aggiudicata i primi due bandi pubblici gestiti da Infratel (la società in house del ministero dello Sviluppo economico) per cablare le aree più disagiate del Paese, quelle cosiddette “C” e “D”, lettere indicative delle zone a fallimento di mercato, in cui gli operatori non investirebbero senza un sostegno pubblico. Grazie a questi due bandi vinti, Open Fiber si è incaricata di realizzare una rete che rimarrà di proprietà pubblica, ma sarà data in concessione alla stessa Open Fiber per 20 anni. Quale sarà il ritorno? La remunerazione da parte degli operatori – Vodafone e Wind Tre principalmente – che decideranno di utilizzare quella rete per far “girare” i servizi da offrire ai propri clienti. E qual è lo stato di avanzamento? Nelle aree A e B (le migliori del Paese) le attività di cablatura sono in corso in circa 100 delle 271 città individuate in questi due cluster. La commercializzazione è stata avviata in 60 città. Ci sono poi le aree C e D con mille cantieri che saranno aperti entro fine anno. Il guanto di sfida, dal governo Renzi in avanti, è stato quindi lanciato a Telecom e, per forza di cose, a un’altro operatore big che della fibra ha fatto il proprio core business: Fastweb.

Il progetto di rete unica

Leggere l’esperienza di Open Fiber come un’opposizione a Telecom è comunque fuorviante. La controllata di Enel e Cdp ha voluto rappresentare e ha rappresentato un pungolo per l’ex monopolista. La risposta di Tim si è sostanziata in una spinta a un’opera di cablatura che fino ad allora era sembrata molto limitata. Vero è che con i bandi “Eurosud” Telecom aveva steso fibra nelle regioni del Meridione, avvantaggiandosi del 30% di incentivo a fondo perduto garantito dallo Stato. Ma il bisogno di un’accelerazione era evidente. La rete in fibra di Tim (si parla di Ftth, fino a casa, ma soprattutto di Fttc, con fibra fino ai cabinet e poi rame) ha raggiunto l’82,4% delle abitazioni stando agli ultimi dati. Con Fastweb si è poi dato vita a Flash Fiber, joint venture per cablare, in sinergia, 29 città. Cosa che, ha confermato l’ad Faswteb Alberto Calcagno (si veda Il Sole 24 Ore del 20 novembre), arriverà «a completamento entro i primi sei mesi del 2019». L’operazione di “rollout” della nuova rete Tim ha però dovuto fare i conti con vicende societarie che, inevitabilmente, hanno rallentato. Mai come ora però sembra avvicinarsi il progetto di una rete unica, in cui mettere insieme gli asset di Tim e Open Fiber. La politica sta spingendo e, in fondo, anche con una motivazione di tipo “industriale”: per avere una rete a prova di futuro occorre evitare duplicazioni e sprechi.

Il futuro in arrivo con il 5G

Intanto alle porte sta bussando quello che da più parti viene battezzato come il game changer: il 5G. Dal 2020 diventerà realtà questa quinta generazione della connettività sulla quale, nel mondo e non solo in Italia, c’è grande fermento. I colossi delle reti (Huawei, Zte, Ericsson, Nokia), ma anche dei chipset e dei device (Samsung, Qualcomm, e via dicendo) sono schierati. La possibilità di veicolare una gran mole di dati, la velocità di oltre 10 Gbps e un tempo di latenza (la risposta agli impulsi) nell’ordine dei millisecondi hanno dischiuso orizzonti amplissimi, fatti di sanità a distanza, smart agriculture, realtà virtuale applicata a turismo e viaggi, videosorveglianza e tanto altro. L’Italia – l’ha riconosciuto anche la Ue nel suo ultimo Desi – si colloca «tra i pionieri», grazie a «iniziative di test intraprese in varie città sia dal governo sia, a livello privato, dagli operatori». Sotto l’egida del Mise stanno infatti andando avanti sperimentazioni a Milano (Vodafone), Prato e L’Aquila (Wind Tre e Open Fiber), Bari e Matera (Tim, Fastweb e Huawei).

Certo, per gli operatori il 5G rappresenta una sfida, ma anche un grattacapo non da poco. L’asta per assicurarsi le frequenze necessarie si è conclusa con 6,5 miliardi di incasso per lo Stato. Un’enormità soprattutto se confrontata con i 2,5 miliardi di euro preventivati. Solo Tim e Vodafone hanno messo sul piatto 2,4 miliardi di euro ciascuno. Chiaro che a questo punto le telco hanno iniziato a chiedere ragionamenti adeguati. Come spiegato da Vodafone in una recente audizione alla Camera, serviranno 18-20 miliardi di investimenti per realizzare le reti nei prossimi 4-5 anni. Da qui l’appello alla politica su revisione dei limiti elettromagnetici, rigore nel timing di liberazione frequenze (quelle della banda 700 MHz dovranno essere lasciate dai broadcaster entro il 2022), supporto in generale. Le telco hanno fatto «un grande investimento» nell’asta 5G, e il governo avrà «cura e rispetto» ha detto di recente il vicepremier Luigi di Maio intervenendo al Samsung Business Summit a Milano.

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