In casa

Italia e Giappone, nel design equilibrio tra linee e spirito

di Fabrizia Villa


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Oki Sato, fondatore e chief designer di Nendo con un pezzo della collezione Melt per WonderGlass

3' di lettura

«La cultura giapponese permette di raffinare il proprio spirito, come anche la cultura greca, e ci permettono di capire infiniti problemi». Forse queste parole di Carlo Scarpa più di molte altre spiegano la fascinazione occidentale per la cultura giapponese. È un interesse che sottolinea allo stesso tempo distanza e affinità e che è stato al centro di “Japon - Japonismes. Objets inspirés, 1867-2018”, interessante mostra che si è appena conclusa al Musée des Arts Décoratifs di Parigi che ha messo 1.400 opere di arte giapponese antica in rapporto con le creazioni occidentali ispirate alla cultura nipponica.

Quale sia l’essenza del design giapponese prova a spiegarlo WA, il libro di Rossella Menegazzo e Stefania Piotti pubblicato da L’Ippocampo. La parola “Wa” rimanda «al concetto di armonia e pace, ma anche al Giappone stesso e alla sua cultura, arrivando a indicare quel particolare carattere di “giapponesità” che la cultura occidentale considera l’essenza della bellezza giapponese» e che, come scrive Rossella Menegazzo nell’introduzione «nel design si riferisce allusivamente non solo alla forma semplice e al materiale naturale di un oggetto, ma anche a un’attitudine interiore nei confronti dell’artigianato, dell’arte e della vita in generale».

Rigore ed equilibrio nel design giapponese

Rigore ed equilibrio nel design giapponese

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«In Giappone ho trovato una sorta di maestria nella naturalezza con cui si costruiscono le cose», spiega la designer veneziana Chiara Andreatti, che definisce gli stessi dettagli urbani come oggetti di design involontario. Da un viaggio in Giappone sono nati alcuni dei suoi pezzi più significativi, come la famiglia di contenitori Sen per Potocco, che s'ispira alle tradizionali porte Shoji e al tappeto Fasuma, disegnato per cc-tapis con grafiche semplici, un richiamano all’uso delle stuoie di lana e rafia che si mettono attorno al focolare nelle antiche case rurali. «Del design giapponese apprezzo in particolare il lavoro di Naoto Fukasawa. I suoi pezzi – prosegue Andreatti – hanno proporzioni ideali, sono oggetti che non passano mai, come l’Hiroshima folding chair, semplicemente perfetta». La conferma arriva ancora una volta da One to One, uno scrittoio, una sedia, un tavolo basso disegnati lo scorso anno da Fukasawa per Bottega Ghianda. «Volevo mostrare l’alta maestria degli ebanisti. Ho deciso di utilizzare un travicello di legno a pianta quadrata come elemento principale della famiglia. Il punto di giunzione dei tre segmenti è tecnicamente delicato, richiede una precisione particolare», spiega Fukasawa, che al prossimo Salone sarà presente con Maruni, storico brand giapponese di cui è anche art director.

A Milano, come ogni anno arriverà anche il più amato dei designer giapponesi, Oki Sato, fondatore dello studio Nendo. Saranno in molti a mettersi in coda per ammirare Melt, il suo progetto per Wonderglass, una produzione unica e complessa nata osservando gli artigiani che lavorano con il vetro fuso. Al centro del progetto l’idea di consentire al materiale di dirigere il processo di progettazione, «far scorrere il vetro da solo usando la gravità e il peso stesso del materiale », spiega Oki Sato, il cui genio creativo ha fatto spesso da ponte tra Oriente e Occidente. È il caso della sua collaborazione con Gebrüder Thonet Vienna Design per cui, nel 2015, ha disegnato la Single Curve Collection, dove il legno curvato a vapore è proposto con il consueto approccio insieme poetico e rigoroso.

Più improntato sull’incontro tra design e innovazione tecnologica Matrix, progetto nato dalla collaborazione tra Tokujin Yoshioka e Kartell. La seduta è realizzata con una struttura che riproduce un effetto tridimensionale. Grazie alla particolare tecnologia a iniezione, gli strati di policarbonato creano una struttura che simula una rete metallica, quasi una citazione dell’iconica How High the Moon di Shiro Kuramata, non a caso maestro di Yoshioka.

L’incontro tra Italia e Giappone trova forse il suo punto di equilibrio nel lavoro di Kensaku Oshiro, originario di Okinawa e milanese d’adozione. Dopo tante collaborazioni, nel 2017 ha lanciato il suo brand con la reinterpretazione di una seduta iconica, la Chiavarina. «Italia e Giappone – osserva Oshiro – hanno la stessa attenzione alla maestria, il rispetto per l’artigiano che conosce e perpetua certe lavorazioni. Per questo non ho voluto rivoluzionare un modello già perfetto, ma solo adattarlo all’oggi».

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