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Italia ed Europa, verso il collasso?

La decisione del Movimento Cinque Stelle guidato da Conte non è facile che venga revocata il 20 luglio prossimo

di Antonio Padoa-Schioppa

(AdobeStock)

4' di lettura

La decisione del Movimento Cinque Stelle guidato da Conte non è facile che venga revocata il 20 luglio prossimo. E Mario Draghi ha dichiarato espressamente che senza un voto di fiducia che includa una forza determinate del patto di unità nazionale votato dal Parlamento - voto che lo ha condotto, su iniziativa del Presidente della Repubblica, alla guida del governo - egli lascerà il campo. Se così avverrà le conseguenze saranno gravi per l'Italia, ma ancora più gravi per l'Europa.

Per l'Italia, persino nell'eventualità auspicabile che il governo sopravviva ove almeno una parte dei Cinque Stelle decidesse di votare la fiducia al fianco di quelli tra loro che hanno seguito la scissione di Di Majo, quanto è avvenuto nei giorni scorsi rende comunque meno credibile la prospettiva di un'alleanza di governo con il Pd in vista delle elezioni nazionali che comunque sono prossime. E ciò rende più probabile un esito elettorale sino a ieri tutt'altro che scontato: che la destra vinca le elezioni e che sia il Pd sia gli stessi Cinque Stelle residui vadano all'opposizione. Al governo di Mario Draghi succederà allora, con piena legittimità istituzionale, il governo di Giorgia Meloni, alleata della Lega e dei residui di Forza Italia.

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I rischi per l'Italia di questa svolta politica sono chiari e sono allarmanti: anzitutto, con lo scioglimento immediato delle Camere, si avrebbe il rallentamento o il blocco, per i prossimi cruciali cinque mesi, di una vasta serie di provvedimenti urgenti e indifferibili, anche di natura sociale, già avviati dal governo ma resi in buona parte inattuabili perché un governo dimissionario resta in carica solo per gli affari correnti. In seguito a un cambio di maggioranza post-elettorale, è poi prevedibile, sulla base dei propositi annunciati dai partiti vittoriosi, una serie di aumenti ulteriori del debito pubblico dovuto anche all'arretramento dell'età pensionabile; il rallentamento della politica anti-evasione fiscale; la prevedibile sfiducia dei mercati; il conseguente aumento dello spread che potrebbe giungere sino al limite del default, non facilmente evitabile né dalla Banca centrale europea con misure analoghe a quelle del 2012, né con interventi dell'Unione sui quali mancherebbe probabilmente il necessario consenso unanime dei governi. Sono elementi oggettivi, potenziati dal venir meno della indiscussa fiducia della quale Mario Draghi gode sul piano internazionale, un elemento apparentemente impalpabile ma spesso determinante negli orientamenti e nelle scelte della politica e della finanza.

Ma ci sono anche i rischi, ancora più gravi, che la svolta determinata dall'esito elettorale italiano determinerebbe nelle politiche dell'Unione europea. Appare evidente che un governo italiano guidato dalla destra si schiererebbe nel Consiglio europeo, in base alle posizioni costantemente assunte dai rispettivi partiti, dalla parte di chi (a partire dall'Ungheria di Orban, ma non solo) si oppone ad avanzamenti di segno sovranazionale: nella difesa comune, nelle politiche sull'energia, nelle politiche sociali, nell'auspicabile formazione di un nucleo d'avanguardia di cooperazione rafforzata dell'Italia con Francia Germania e Spagna. L'appartenenza attuale della Lega e del Movimento Fratelli d'Italia alla minoranza antieuropea presente nel Parlamento europeo lascia pochi dubbi al riguardo.

L'Europa non vive certo una stagione normale. Le sfide formidabili costituite dall'innalzamento del clima, dal calo della biodiversità, dalla necessaria transizione alle energie rinnovabili ed ora anche dalla sicurezza e della stessa libertà degli europei messe rischio dalla politica di Putin e dalla guerra in Ucraina, tutto questo ed altro ancora richiede con urgenza il varo di politiche comuni se si vuole essere in grado di affrontarle con speranza di successo. Il ripiegamento verso forme illusorie di sovranità nazionale sarebbe fatale per il futuro dell'Europa come pure contro gli interessi dei nostri stessi Stati nazionali.

C'è di più. Se si vorrà avviare (riavviare) una serie di iniziative di segno multipolare a livello planetario, senza le quali le sfide, che sono planetarie, non potranno essere vinte, la presenza di un'Europa politica sarà assolutamente necessaria. E lo stesso vale per l'avvio delle trattative di pace in Ucraina. Ad una condizione: che l'Unione parli ed agisca con una chiara volontà comune, per la formazione della quale l'intesa tra i governi di Francia Germania Italia e Spagna appare determinante. Il venir meno dell'Italia su questo fronte, che Draghi chiaramente ha dimostrato di condividere ma che richiede grande determinazione, poterà rivelarsi esiziale. Passata l'emergenza, superata in qualche modo la crisi, per riprendere questo disegno d'unione potrebbe essere troppo tardi. Occorre cogliere l'occasione, l'attimo fuggente, come scrisse Luigi Einaudi proprio a proposito dell'unione europea.

Chi oggi lamenta – e sono tanti – una supposta subordinazione dell'Europa agli Stati Uniti dimentica o non vuole vedere che solo un'Unione europea strategicamente autonoma e sovranazionale entro l'alleanza con gli Stati Uniti (l'equal partnership di cui parlò John Kennedy) potrà far pesare adeguatamente le proprie ragioni e le nostre scelte di cittadini europei, tanto più in una situazione nella quale i maggiori oneri della guerra in corso e della futura ricostruzione dell'Ucraina gravano e graveranno proprio sull'Europa.

Poca favilla gran fiamma seconda. La decisione dei Cinque Stelle, se non sarà superata, potrà dunque risultare gravida di conseguenze forse irreparabili. Potrebbe addirittura segnare l'inizio della fine del grande disegno europeo.

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