ITALIA-FRANCIA

Italia-Francia, quel bilaterale dopo le tornate elettorali

di Carlo Marroni

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3' di lettura

Le date ravvicinate a volte sono coincidenza, ma non questa volta. Il summit bilaterale del 27 settembre tra Francia e Italia a Lione, deciso lo scorso fine settimana, arriverà tre giorni dopo le elezioni politiche tedesche del 24 settembre. Non solo: nella stessa data si terranno le elezioni del Senato in Francia.

Mancano quasi due mesi all’appuntamento, ma le partite aperte tra i due paesi che pure vengono avvertite come urgenti – Fincantieri, certo, ma la Libia e i flussi che da lì partono verso le coste italiane lo sono molto di più - difficilmente saranno risolte prima di allora in modo giudicato stabile e un po’ duraturo.

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La partita che è sul tavolo del premier Paolo Gentiloni è complessa: si tratta di gestire alcuni dossier estremamente delicati, senza che l’uno possa mettere in mora l’altro, in un contesto di fermezza nella difesa degli interessi nazionali – in piena sintonia con il Quirinale, che rimarca l’importanza del quadro europeo dei rapporti – in un gioco a incastro nelle geometrie variabili Ue. L’affaire Saint-Nazaire scopre un complesso di rapporti e interessi, politici e di business che sono emblematici del sistema francese: il segretario generale dell’Eliseo, Alexis Kohler (il vero numero due dell’amministrazione Macron), è stato fino a pochi mesi fa Cfo di Msc, il gruppo armatoriale della famiglia Aponte principale cliente di Stx, cui commissiona navi a prezzi considerati decisamente favorevoli. Si va oltre il nazionalismo francese che fa da barriera alla reciprocità italiana (ricordate l’emblematico caso Perrier?), c’è in ballo un concetto di interesse nazionale che spesso fa a cazzotti con l’idea di Europa, che pure la Francia condivide profondamente, per storia e tradizione.

L’altro punto molto delicato è la Libia e i migranti “economici”, che di economico hanno davvero poco visto che fuggono per deserti e montagne da miserie profonde, carestie e siccità. La strategia dell’Italia mirata ad intervenire sulle rotte delle migrazioni, che passano dal Niger per poi transitare in Libia è mal vista da Parigi, che considera quelle terre il cortile di casa, la Francafrique. Il no di Macron all’ingresso dei flussi non solo nei suoi porti ma anche dalla frontiera di Ventimiglia è parte del tutto, e non solo quindi una salvaguardia della propria “classe media”, come disse a Berlino il 29 giugno, ma una presa di posizione sulla geopolitica in Africa, e un messaggio agli americani che sulla Libia anche loro sono dei protagonisti, e non solo gli italiani.

In questo quadro oggettivamente complesso si innesta la presa di comando di Telecom da parte di Vivendi, senza che questa arrivi fino a Mediaset, dove palazzo Chigi vigila senza ufficialmente intervenire, fino ad arrivare al dossier ferroviario Torino-Lione, che sarà confermato da Parigi dopo la pausa di riflessione imposta qualche giorno fa. Insomma, di motivi bilaterali di confronto serrato o di scontro ce ne sono, ma Gentiloni, Pier Carlo Padoan, Carlo Calenda e Sandro Gozi contano che il quadro si possa ricomporre nel quadro europeo, dove Italia e Francia hanno una posizione comune rispetto alle politiche di austerità di bilancio spinte dalla Germania, che con l’Italia condivide di più i temi migratori. Di certo c’è che negli ultimi dieci giorni sono sei ministri francesi sono venuti a Roma per vari motivi, e a settembre arriverà il nuovo ambasciatore a palazzo Farnese, Christian Masset, segretario generale del Quai d’Orsay, abile diplomatico che parla perfettamente italiano. «Un segno di grande attenzione» si rimarca in ambienti francesi. Si vedrà, ma di certo l’attivismo qualcuno lo interpreta come la voglia di Parigi non di far guerra all’Italia, bensì di allargare la propria sfera di influenza. Ed è questa forse la partita più complessa, che il 27 settembre sarà giocata con diplomazia, ma anche con decisione.

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