Opinioni

Italia al palo senza politiche ambiziose

Le competenze sottopagate obbligano i giovani a emigrare e il paese al declino

di Lorenzo Fioramonti e Paolo Lattanzio


default onloading pic
(Agf)

3' di lettura

L’articolo apparso sul Sole 24 Ore del 26 luglio firmato da Alberto Magnani e tratto dal libro Gioventù sprecata. Perché l’Italia ha fallito sui giovani ha esposto in maniera impietosa lo svantaggio in cui si trovano i giovani laureati italiani rispetto ai colleghi di altri Paesi europei. Quanto fotografato da Magnani è la spiegazione più ovvia ed evidente del perché esportiamo una massa enorme di competenze, formate a caro prezzo dal sistema italiano, verso altri sistemi economici che godono dei frutti dell’investimento nazionale in istruzione.

Il fenomeno, purtroppo, è noto. La fuga dei cervelli vede sempre più giovani abbandonare l’Italia per cercare all’estero ciò che purtroppo manca loro qui: riconoscimenti, meritocrazia, lavoro e stipendi dignitosi.

I dati riportati nel testo dimostrano che il fenomeno della mancata valorizzazione dei nostri laureati è il sintomo di una malattia che affligge non tanto il sistema di formazione superiore e di ricerca italiano, le cui eccellenti performance sono dimostrate dalla facilità con cui i nostri giovani trovano lavoro all’estero, quanto il sistema produttivo italiano. O, meglio ancora, che dipende dalla mancanza di un collegamento efficace tra mondo della formazione (a partire dalla scuola) e mondo del lavoro.

Al di là delle diversità dovute al costo della vita, i differenziali salariali relativi tra laureati (e dottori di ricerca) e non laureati nei diversi Paesi dipendono dalle posizioni lavorative occupate. Rispetto alla media dei Paesi avanzati, il sistema produttivo italiano è composto in maniera sproporzionata da piccole aziende impegnate in settori di attività a bassa tecnologia. Il risultato è che in Italia semplicemente non esistono le strutture aziendali di alto livello, come management strategico e laboratori di ricerca aziendali, che assorbono le alte competenze formate dagli atenei.

Se l’Italia è l’unico Paese a non aver ancora recuperato il livello di ricchezza precedente la crisi, il motivo principale è da ricercare nelle scelte scellerate di politica economica portate avanti finora dai governi di ogni tendenza politica. Negli anni sono state abbandonate a se stesse quasi tutte le grandi eccellenze produttive (Olivetti, Telecom, Montedison, etc.), scomparse o diventate terreno di conquista per investitori interessati al guadagno rapido, facendo quindi mancare il catalizzatore pubblico di attività economiche ambiziose nelle tecnologie avanzate.

Inoltre, e forse anche con effetti più gravi, si è perseguita con inesplicabile tenacia una politica di abbassamento dei salari (e drastico peggioramento delle condizioni di lavoro) come unico strumento di competitività. Sfruttando bassi salari e un’ampia tolleranza del lavoro nero e dell’evasione fiscale, le aziende italiane non hanno avuto alcun incentivo a crescere in dimensione e a ristrutturarsi per far fronte alle sfide globali, incamerando profitti scarsi ma sicuri senza dover correre alcun rischio imprenditoriale.

Senza quindi una struttura produttiva ambiziosa e moderna, non solo non sarà possibile evitare il dramma delle competenze sottopagate o spinte a emigrare, ma si condannerà il Paese a intraprendere il percorso del declino economico basato sulla competizione con Paesi a basso costo del lavoro, con l’inevitabile risultato di convergere verso le loro condizioni di vita.

Il governo del cambiamento ha cominciato l’inversione di tendenza, sottraendo la popolazione a rischio povertà dal ricatto del lavoro nero e riducendo la piaga del precariato a tempo indefinito.

Sono già allo studio misure per favorire la riconversione del sistema produttivo verso settori avanzati, come la diffusione di energie rinnovabili. La lotta contro l’evasione e la dignità del lavoro non è solo motivata dall’obbligo alla difesa dei più deboli, ma ha anche l’effetto di favorire le imprese nei settori che garantiscono profitti maggiori grazie alla qualità dei prodotti, e non al loro basso prezzo.

Infine, è da considerare che l’Italia risulta l’ultimo tra i Paesi per numero di laureati, e i titoli di studio contano non solo per definire le capacità dei lavoratori, ma anche per la composizione della società.

È quindi necessario investire anche in un programma volto ad aumentare l’accesso universitario a un numero almeno doppio dei diplomati rispetto ad oggi, allo scopo di raggiungere almeno la media Ocse di laureati. Così come è fondamentale promuovere un sistema di reclutamento fondato sui princìpi della meritocrazia e della trasparenza: episodi come quello dei concorsi truccati all’Università di Catania danneggiano molto più di quanto si possa immaginare il nostro sistema e la considerazione delle nostre istituzioni. Solo aumentando le competenze dei lavoratori-cittadini-consumatori potremo garantire la posizione dell’Italia tra i Paesi leader nel futuro.

Viceministro del Miur (M5S); capogruppo M5S in commissione Cultura alla Camera dei deputati

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...