Interventi

Italia più attiva nel definire la tassazione dei colossi del web

di Elio Catania


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4' di lettura

L’autunno che verrà sarà più caldo dell’estate in corso. Le questioni fiscali e di bilancio che riguardano l’Italia sono destinate ad arroventarsi al sole di fine settembre. Mentre il governo è impegnato a risolvere il sudoku dei conti pubblici, a livello internazionale si discute di temi di politica fiscale di magnitudo ben maggiore rispetto a quelli domestici.

Nella comunicazione finale del G20 del 28 e 29 giugno scorso, i leader mondiali hanno accolto i più recenti progressi compiuti dall’Ocse sulle sfide fiscali dell’economia digitalizzata e hanno approvato un ambizioso piano di lavoro per giungere a una soluzione globalmente condivisa entro la fine del 2020.

La brevità della comunicazione non deve trarre in inganno: il tema non è puramente tecnico e non riguarda solo le aziende tecnologiche, ma l’intera economia. La rilevanza economica e politica della posta in gioco su questo dossier è particolarmente alta (oggetto anche di una recente nota di Confindustria, «Principi fiscali internazionali e digitalizzazione dell’economia»).

Il dibattito, infatti, su come tassare le imprese nell’era digitale va avanti dalla metà degli anni 90, quando, per intenderci, i modem facevano rumore e internet era un club di 16 milioni di utenti, rispetto ai 4,4 miliardi attuali. Nel dibattito nazionale ed europeo, le sfide fiscali della digital economy sono state considerate come un fenomeno circoscritto e settoriale. La questione era - e in parte è ancora - legata alle condotte di un manipolo di grandi imprese (i cosiddetti «colossi del web»), di origine extra-Ue, impegnate a utilizzare, con la complicità di alcuni Paesi membri dell’Unione, le opportunità fiscali offerte da alcuni Stati del vecchio continente.

Questa dimensione - che anche il presidente dell’Acgm ha stigmatizzato nell’ultima relazione annuale, parlando di dumping fiscale - è, tuttavia, parziale o, meglio, è solo la manifestazione visibile di criticità più profonde e strutturali.

Gli analisti più accorti, in effetti, avvertirono già nei primi anni Duemila che i processi di globalizzazione e digitalizzazione dell’economia avrebbero potuto mettere in crisi l’efficacia dei principi fiscali che governano la tassazione delle imprese con dimensione transnazionale.

Tali principi furono il frutto di un accordo politico tra potenze economiche stipulato all’inizio degli anni 30 per ripartire il potere impositivo degli Stati, evitando, per quanto possibile, gli effetti deleteri delle doppie imposizioni. Concetti come quello di “stabile organizzazione” e di “prezzi di trasferimento”, impiegati per suddividere i profitti delle multinazionali tra giurisdizioni diverse, hanno egregiamente svolto il loro compito per decenni. Per quanto solidi e ben congegnati, tali principi sono stati definiti in un contesto economico in cui la creazione del valore era tangibile, materialmente osservabile e geograficamente localizzabile.

Il grado di complessità dell’economia, all’interno e all’esterno delle imprese di ogni tipologia e settore, è andato aumentando e le tecnologie digitali hanno abilitato business del tutto nuovi, impensabili fino a qualche anno fa. Utilizzare per un social network, un portale di e-commerce o un processo di R&D distribuito globalmente principi fiscali pensati per piantagioni, manifatture tradizionali o miniere, nonostante gli sforzi di adeguamento, si è rivelato sempre più difficile.

L’Ocse ha colto la volontà della comunità internazionale di rivedere i principi fiscali che regolano il nesso territoriale e l’allocazione dei profitti delle imprese multinazionali, e il piano di lavoro riaprirà quel compromesso politico cristallizzato 90 anni fa. Con la certezza che il nuovo patto risponderà però a equilibri geopolitici e geoeconomici mutati.

Sul tavolo ci sono due possibili azioni, due pilastri. Il primo mira a legare il potere impositivo di un Paese al numero degli utenti/clienti che le imprese multinazionali hanno in quel territorio. L’idea di fondo è che, nel nuovo contesto economico e grazie alle nuove tecnologie, gli utenti/clienti contribuiscano alla creazione del valore e siano dunque rilevanti, per determinare dove e quanto le imprese debbano essere tassate.

La seconda proposta intende invece stabilire, a livello globale, una minimum tax che ponga fine alla corsa al ribasso nel prelievo posta in essere dagli Stati per attrarre investimenti esteri; un livello minimo di tassazione effettiva al di sotto del quale nessuno Stato dovrebbe spingersi a pena di perdere il proprio potere impositivo sul relativo reddito a vantaggio di un altro Paese.

Diverse le conseguenze dei due approcci: una minimum tax potrebbe incidere relativamente poco su un Paese ad alta fiscalità come l’Italia. Una revisione dei principi che sposti base imponibile a beneficio dei Paesi dotati di un grande mercato, invece, avrebbe maggiori conseguenze. L’Italia, infatti, resta un Paese esportatore con un mercato interno che può contare su bacini relativamente ristretti di utenza/clientela, con demografia peraltro decrescente, e quindi incline a subire una netta penalizzazione.

Partecipare alla costruzione delle misure che saranno effettivamente messe in campo è, quindi, una questione strategica per il nostro Paese, che non può essere confinata al lavoro dei tecnici. Il dibattito nazionale su questi temi, purtroppo, appare ancora assopito. Nel frattempo, però, l’attenzione del legislatore italiano, e di parte dell’opinione pubblica, continua a focalizzarsi su interventi di natura contingente, volti a tamponare - ma non a risolvere - le distorsioni fiscali della digitalizzazione dell’economia. La nota di aggiornamento di Confindustria ha toccato anche questi aspetti.

Web tax, imposte sui servizi digitali, procedure speciali e “tasse Airbnb”, sono ormai divenute presenze costanti nelle manovre finanziarie. Anche se gli intenti possono essere condivisibili, i loro esiti, nella migliore delle ipotesi, appaiono modesti, difficilmente applicabili su scala locale, per non dire controproducenti per il sistema delle nostre imprese. Meglio, dunque, prepararsi per tempo sedendosi ai tavoli internazionali con la consapevolezza di quanto sia alta la posta in gioco, sperando che, in questo caso, l’estate porti buoni consigli.

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