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Giampiero Mazza (Cvc): «Italia poco credibile, i capitali scappano o chiedono lo sconto»

Parla il responsabile di Cvc, il fondo che ha scommesso 2,5 miliardi sul Paese: «Un euro di profitto fatto qui vale meno che altrove: il caso Ilva conferma l’incertezza sulle regole»

di Marco Ferrando e Carlo Festa


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Giampiero Mazza (Imagoeconomica)

4' di lettura

«In Italia l’incertezza, regolatoria e politica, è diventata insostenibile. Il risultato è che i grandi capitali scappano, o nel migliore dei casi prezzano questo gap. Ma lo prezzano caro: in alcuni settori, quelli regolamentati o influenzati dalla politica, chi è disposto a investire o comprare lo fa a valori più bassi che nel resto d’Europa». Per Giampiero Mazza, responsabile per l’Italia di Cvc, «il caso Ilva non è altro che la deflagrante conferma di una deriva ormai strutturale», che finisce per allontanare i capitali da Paese nel momento in cui più abbondano e più ce ne sarebbe bisogno.

In Italia tessuto di Pmi con enormi potenzialità
«E pensare che in Italia c’è un tessuto di Pmi con enormi potenzialità di sviluppo se debitamente finanziato», dice Mazza, che non a caso ha fatto di Cvc il principale investitore di private equity nella penisola, dove è presente da 30 anni: negli ultimi sette qui ha investito due miliardi e mezzo in cinque diverse operazioni (Cerved, Doc Generici, Sisal, Pasubio, Recordati), a cui negli ultimi mesi si è aggiunta Università Pegaso. «Abbiamo investito al Sud e nella formazione perché crediamo nel futuro di questo Paese. Che però sembra fare di tutto per spaventare gli investitori».

È tutta colpa della politica?
È un insieme di fattori che rende l’Italia poco credibile: le regole che cambiano di continuo, la mancanza di una politica industriale, un dibattito sempre aperto sulle riforme in cui si dice tutto e il contrario di tutto. Tutto questo fa salire lo spread molto più del debito, che è alto ma sotto controllo a differenza di Francia, Spagna e Giappone: questa situazione entra pesantemente nell’analisi che un investitore compie prima di investire in Italia. Al punto che non lo fa, o se decide di farlo chiede uno sconto importante.

Il mercato del private equity, però, non è del tutto fermo. Anzi.
Il mercato italiano è pieno di aziende interessanti, dedite all’export. Ma se guardiamo ad alcuni settori, quelli appunto regolamentati e dove entra in gioco la politica, si vede una differenza marcata sui multipli a cui avvengono i deal. Penso ad esempio al settore dei giochi, che conosciamo molto bene e che sconta il rischio regolatorio in modo eclatante.

In che senso? Voi siete azionisti di Sisal.
Basta fare un confronto con il Regno Unito, che ha la stessa pressione politica e sociale sul settore dei giochi e delle scommesse. Nel Regno Unito le società del settore sono valutate il doppio rispetto che da noi. Come mai? L’unica differenza tra i due Paesi è l’incertezza sulle regole: nel Regno Unito le regole, anche penalizzanti per il settore, restano le stesse per almeno 5 anni. Da noi le regole vengono invece cambiate in corso d’opera. Con la conseguenza che un investitore estero fa molta più fatica a fare i propri calcoli.

Le infrastrutture sono un settore in cui l’Italia avrebbe bisogno di più capitali esteri: basta pensare a Open Fiber, o alle autostrade. Ma mentre si cercano compratori si discute di assetti e concessioni.
Non conosco direttamente il tema, ma la fibra è un terreno talmente importante in cui ci può stare un assetto pubblico-privato. Ogni partita però segue le sue logiche e, ribadisco, il tema è un altro: oltre alle regole c’è il clima verso chi investe, che deve essere favorevole.

In Italia il grande nemico dei politici sta diventando il concessionario. Invece il concessionario può essere l’alleato dello Stato, sia dal punto di vista fiscale sia da quello dei controlli. Nel gioco, per esempio, è un partner dello Stato nell’obiettivo di mantenere i flussi erariali, contrastare il gioco illegale e anche la ludopatia.

Lei parla di mancanza di certezza sulle regole. Quali altri casi hanno spaventato gli investitori internazionali?
I precedenti sono numerosi. Basta pensare al settore delle rinnovabili, quindi all’eolico e al solare. Gli investitori si sono trovati, a metà del ciclo di investimento, con i cambiamenti nella politica degli incentivi. Senza dimenticare altre vicende che hanno spaventato i fondi di private equity come la deduzione degli interessi passivi nell’operazione di leverage buyout che sono state attaccate dal Fisco. All’estero questa problematica è stata risolta dieci anni fa. In Italia solo tre anni fa.

Oppure la paventata chiusura dei centri commerciali la domenica, che ha fatto rivedere le strategie ad alcuni investitori. Ovvio che tutta questa serie di problematiche fa pensare. I grandi fondi internazionali sono globali: l’Italia può entrare o uscire velocemente dai portafogli, a maggior ragione se non sono offerte le giuste condizioni competitive. Ma il problema principale è che l’Italia ha disperatemente bisogno di capitali esteri.

È tutto così nero in Italia? Cvc si è pentita degli investimenti effettuati?
Non siamo per niente pentiti. L’Italia è ricca di grandi aziende. Al momento nel Paese abbiamo 2,5 miliardi investiti con 10mila dipendenti. Siamo qui da 30 anni e crediamo nell’Italia. Non è tutto nero: ad esempio la sanità e il settore farmaceutico sono gestiti con una regolamentazione virtuosa. Però un euro di profitto in Italia vale meno che altrove perché c’è un clima rischioso e minore trasparenza sulle regole.

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