europa e credito

Italia record per i fondi Bei nel 2017

di Gianni Trovati

(© H.-D. Falkenstein/imageBROKER)

3' di lettura

C’è anche l’impegno italiano sul piano Juncker alla base del record italiano nei finanziamenti Bei realizzato nel 2017.

Nell’anno che si è appena chiuso, l’Italia è salita per la prima volta in cima alla classifica dei Paesi destinatari dei finanziamenti, raccogliendo 12,3 miliardi (cioè 1,1 miliardi in più rispetto all’anno prima) divisi fra 119 operazioni. Nel pacchetto, il capitolo più ricco è naturalmente quello dedicato alle imprese: nel 2017, ha assorbito 5,3 miliardi di prestiti e garanzie (il 40% del totale) rivolte a 39.700 Pmi con 542.500 posti di lavoro. Ma il ventaglio di interventi si allarga a una fitta trama di rapporti con la Pa. In quest’ambito spicca il filone del Piano scuola, alimentato con 1,3 miliardi per i lavori di adeguamento e messa in sicurezza degli edifici esistenti o la costruzione di nuove strutture, e quello relativo alla ricostruzione post-terremoto, che in Centro Italia ha diviso in parti uguali due miliardi di euro fra privati (abitazioni e imprese, con intervento delle banche per veicolare i fondi) e pubblica amministrazione (ricostruzione di edifici pubblici per il tramite diretto del ministero dell’Economia). Ma l’etichetta della Banca europea degli investimenti si applica anche a progetti singoli, dal progetto per la nuova cittadella della salute di Treviso all’illuminazione pubblica dell’isola di Favignana (Trapani), in un quadro articolato nella geografia e nella dimensione dei singoli interventi.

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Dietro a questo consuntivo, presentato ieri dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e da Dario Scannapieco, vicepresidente Bei e presidente del Fondo europeo per gli investimenti, c’è come si diceva anche l’effetto del piano Juncker. Nella sua caccia agli strumenti per rilanciare una dinamica della spesa pubblica in conto capitale rimasta in sofferenza, l’Italia da aprile 2015 è riuscita a raccogliere 6,6 miliardi di prestiti e garanzie, che con l’effetto leva hanno attivato 37,2 miliardi di investimenti.

I numeri sono positivi, ma nell’ottica di Padoan si può crescere ancora. «Sono convinto - ha ribadito ieri, nel corso della presentazione dei dati - che se la leva degli investimenti fosse pienamente utilizzata la nostra crescita congiunturale e strutturale e il suo potenziale sarebbero molto più elevati». E per arrivarci non basta allargare i vincoli di bilancio, ma occorre migliorare la capacità di progettare e poi di condurre in porto i programmi.

In questa chiave si inserisce il ruolo di accompagnamento della Banca europea degli investimenti, che con il piano Juncker ha potuto allargare il proprio raggio d’azione. «Il piano - spiega Dario Scannapieco al Sole 24 Ore - ha cambiato il nostro business model, permettendoci di intervenire in situazioni caratterizzate da un profilo di rischio maggiore, e di inserirci anche in posizioni subordinate». La ragione è semplice, e si incontra nella ricaduta economica e contabile di eventuali perdite, che si scaricano sul fondo a cui spetta il ruolo decisivo di garanzia liberando dal rischio i bilanci della Bei. La possibilità di agire su tranche subordinate, poi, permette di rendere più solida e garantita anche la struttura del finanziamento a monte, generando l’effetto leva che rappresenta la caratteristica strategica più importante del piano Juncker. È questo meccanismo a permettere alla Bei di allargare l’interazione con imprese piccole e medie. 

Mentre sul piano del lavoro con le strutture pubbliche, in un ventaglio di temi che vanno dalle infrastrutture agli interventi ambientali (igiene urbana, gestione del territorio, prevenzione degli effetti dei cambi climatici), lo snodo è la programmazione strategica, puntando su filoni di intervento più che su singole grandi opere. Nel 2018 sarà difficile replicare il record dell’anno scorso, e per certi versi anche poco desiderabile: perché il ruolo della Bei è prima di tutto anticiclico, e se l’economia migliora scende il bisogno.

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