Calcio

Euro 2020 al via, Italia-Turchia apre un Europeo con tifo e voglia di normalità

Primo torneo calcistico internazionale per nazioni, dopo quasi un anno e mezzo di pandemia e stadi chiusi. Ecco cosa dobbiamo aspettarci

di Dario Ceccarelli

Euro 2020, ecco i convocati di Mancini

5' di lettura

Ci siamo. Il conto alla rovescia è agli sgoccioli. Con Italia-Turchia (venerdì 11 giugno all'Olimpico, ore 21) parte l’Europeo, primo torneo calcistico internazionale dopo quasi un anno e mezzo di pandemia che, tra le sue conseguenze, ha anche avuto quella di posticipare di un anno il torneo continentale. Un evento, questo campionato itinerante con undici città europee coinvolte (la finale l'11 luglio a Londra), quantomai simbolico per due evidenti motivi: primo perché è un passo ulteriore verso la normalità, considerando quanto sia popolare e unificante il calcio; secondo perchè lo stesso calcio si riappropria del tifo con un ritorno a una passione non solo virtuale.

Il ritorno degli azzurri (e del tifo)

Certo, giocare all'Olimpico con 16mila tifosi non produrrà lo stesso effetto trascinante delle “notti magiche”di Italia '90 o dell'Europeo del '68 vinto proprio dagli azzurri sulla Jugoslavia con la monetina, però sarà sempre un bel passo avanti dopo tanti mesi di urla nel silenzio, la triste colonna sonora degli stadi vuoti per il Covid. E già questa è una buona notizia. Un'altra buona notizia è che l'Italia torni a competere in una Coppa importante dopo l'umiliazione del 2017 con la mancata qualificazione ai mondiali di Russia.

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Inutile tornare a quel triste pareggio con la Svezia a San Siro (0-0) dopo la precedente sconfitta in trasferta. Fu una specie di Caporetto, visto che era dal 1958 che la nazionale non falliva l'approdo alla Coppa del Mondo. Una storia mortificante, tipo quella con la Corea del Nord, che finì con il siluramento di Ventura e l'inizio di una stagione completamente diversa con l'arrivo dal maggio 2018 di Roberto Mancini.

La prova decisiva per la Nazionale giovane di Mancini

Dire che siamo passati dalla polvere alle stelle forse è troppo, perchè questa nazionale, pur avendo finora ottenuto ottimi risultati, deve ancora passare dalla certificazione più attendibile: quella che arriva dal confronto con le big di maggior caratura in un crash test come l'Europeo o il Mondiale, però siamo sicuramente sulla strada giusta.

In tre anni è cambiato tutto. Mancini, con il suo stile giovane è trasgressivo, è riuscito a costruire una nazionale che non solo realizza dei buoni risultati (27 partire utili consecutive, le ultime otto vinte senza subire gol) ma riesce perfino a entusiasmare per il suo approccio mai speculativo, che era il consunto simbolo di una certa Italia che scappa e riparte.

No, questa Italia è diversa: non lascia il pallino agli avversari. Quasi sempre invece li incalza grazie a una velocità che li stordisce. «Voglio che i giovani osino sempre, se sbagliano pazienza», aveva detto Mancini all'inizio dell'avventura, quando bisognava ancora sgombrare le macerie. «Se siamo in vantaggio, i ragazzi devono attaccare per recuperare l'affetto dei tifosi», ribadiva il tecnico che aveva capito anche un'altra cosa: che il mondo del calcio stava cambiando. Che non bastava più indossare una maglia azzurra per avere l'appoggio dei tifosi. Quel mondo, era finito, quel patto con gli italiani pure. Se te lo meriti, il nostro affetto, te lo diamo. Altrimenti pazienza, seguiremo qualche altro sport, qualche altra nazionale.

Il gioco c’è

«L'Europa premia un calcio di possesso, dominio, intensità. E noi dobbiamo adeguarci anche a costo di perdere qualche partita», rispondeva Mancini quando le sue idee non venivano capite. Così, in due due anni, oltre alla qualificazione europea e alla lunga imbattibilità, l'allenatore azzurro è riuscito a realizzare una specie di miracolo: dare un gioco preciso all'Italia. Un gioco fatto di ritmi elevati, di triangolazioni veloci, di pressing alto. Pur con qualche passo falso, come chi torna a correre dopo un infortunio, l'Italia ha acquistato una sua precisa identità diventando un modello vincente anche per le squadre di club, che hanno cominciato a imitarla. Pensiamo al Milan, all'Atalanta, al Sassuolo.

L''assioma vincente è che non basta vincere in qualche modo una partita, bisogna invece trovare una propria strada, una fisionomia che non si fermi al risultato. In parte sembra di risentire Arrigo Sacchi, ma questa nazionale, almeno finora, si è mossa in un clima di maggiore leggerezza e serenità. Non c'è quell'ansia tutta sacchiana che portava all'esasperazione e all'annullamento delle individualità. In questo gruppo tutti sanno che non ci sono star insostituibili, e che il gioco e le sincronie sono alla base del progetto. Lo sanno, certo. Però in un clima di allegro ottimismo, non di cupa paura di sbagliare. In questo senso Mancini, e il suo gemello Gianluca Vialli, hanno saputo portare uno stile più sciolto, amichevole e professionale al contempo. Vero che quando le cose vanno bene, sono tutti bravi e simpatici, però finora quasi tutto ha funzionato a dovere.

Una squadra votata all’attacco

Anche il gioco, quel 4-3–3 che porta cinque uomini in fase d'attacco e quattro in fase passiva, è una chiave che apre molte porte. Come piace anche l'idea del “doppio regista” (Jorgihno e Verratti) con Insigne che accende la luce in fase conclusiva. Piace l'Intensità di Barella, gli strappi di Berardi e Chiesa, la forza della difesa costruita sull'asse Bonucci-Chiellini. Con Donnarumma, tra i migliori portieri del mondo, poi il cerchio si chiude.

Per l'attacco restano dei dubbi. Finora né Immobile né Belotti hanno convinto pienamente. Si parte con Immobile, centravanti killer nella Lazio ma mai pienamente realizzato in maglia azzurra. Speriamo sia la volta buona. Ora, però, si va al dunque. Con i turchi, è meglio stare attenti, anche se finora con loro non abbiamo mai perso. È una squadra molto giovane, con tanti uomini che giocano in importanti squadre di club europee. Calhanoglu, talento del Milan, è la guida più carismatica. Ma poi c'è Yilmaz, centravanti del Lilla, che in Francia ha fatto sfracelli. La Turchia non lascia giocare, chiude gli spazi. Fa innervosire.

Un girone che conforta

Gli altri due avversari del girone, la Svizzera e il Galles, non sono certo insuperabili. Ce la possiamo fare, a patto di non perdere quel mix di umiltà e aggressività, che finora è stato il tratto migliore degli azzurri. Incrociando le dita, se si passa il girone poi tutto dipenderà dagli accoppiamenti. Sulla carta, la più forte è la Francia di Deschamps. Il c.t. transalpino può contare su una generazione di fenomeni (Mbappè, Kantè, Pogba, Griezmann) che impone rispetto solo a nominarla. Con il reintegro di Benzema (afflitto però da un problema al ginocchio), i Blues partono in pole position. Poi si vedrà in corso d'opera.

Molto forte anche la nazionale inglese. Con tanti giovani (15 giocatori under 25 su 26 selezionati) che porteranno classe e freschezza. Poi a decrescere la Germania, che deve riscattarsi dopo il flop ai mondiali del 2018, il Belgio di Lukaku, il Portogallo di Ronaldo e la Spagna che dopo i fasti di un decennio fa si riscopre senza fenomeni ma con un gruppo, guidato da Luis Enrique, che aspira ai vertici pur non avendo nella rosa nessun giocatore del Real Madrid.

Ultima annotazione, l'incubo Covid non è del tutto dissipato. Nella Svezia due giocatori sono stati trovati positivi. Nella Spagna, c'era stato il caso di Busquets. C'è un problema generale: che nonostante le indicazioni dell'Uefa (che aveva raccomandato di vaccinare giocatori e staff), non tutte le nazionali l'hanno fatto. A partire dall'Inghilterra e dalla Germania. Anche la Francia ha lasciato libertà di scelta. L'Italia, una delle poche in regola, si era preventivamente vaccinata. Ognuno è andato insomma per la sua strada. Un Europeo davvero in linea con l'Europa.

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