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Italygate, il cast dietro la tesi d’un complotto anti-Trump tra Roma e gli Usa

Il bizzarro intreccio tra una donna d’affari e socialite, un’ex moglie e una figlia di Trump, una presunta spia e un capo di staff della Casa Bianca

di Marco Valsania

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7' di lettura

L'Italygate – una delle più bizzarre tra le screditate teorie cospirative anti-Trump nelle elezioni americane del 2020 – affiora in tutti i suoi misteri.

Una rocambolesca trama che dimostra la straordinaria determinazione e aggressività dell'entourage attorno all'ex Presidente americano di non concedere ad alcun costo la sconfitta in quella che è definito da tutte le autorità competenti come il voto più sicuro nella storia delle urne degli Stati Uniti.

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E che, con questo obiettivo, si dipana tra un cast di personaggi dell'alta e bassa politica: dalla mancata candidata parlamentare fattasi regina di circoli mondani e associazioni dei conservatori a faccendieri e presunti ex agenti della Cia, da una ex moglie e una figlia di Trump fino a un capo di staff della Casa Bianca. Carriere e piste che passano per la Virginia, l'Islanda e la Somalia. Per controversi gruppi, siti e una poco nota società di aviazione che vanta anche d'aver perseguito l'acquisto di Alitalia.

Non manca l'enigma su una grande e storica villa, vantata (falsamente) quale sede e personale Versailles da una delle protagoniste della tesi d'un complotto segreto sull'asse Washington-Roma.

Satelliti militari e voti

La tesi - già portata alla luce e denunciata nei mesi scorsi dai media americani e internazionali, dal New York Times a Reuters e al Washington Post - è riassunta nell'accusa infondata circolata su Internet e sui siti vicini a QAnon e ad altre “voci” estremiste della disinformazione: che il gruppo italiano della difesa Leonardo sarebbe stato in qualche modo coinvolto in una manipolazione dei consensi elettorali a vantaggio del Presidente adesso in carica Joe Biden.

Un complotto orchestrato sotto la supervisione dei servizi di intelligence Usa grazie all'utilizzo di satelliti militari, che avrebbero cambiato i voti nelle urne tanto da ribaltare il risultato finale. Magistrati romani, parlando protetti dall'anonimato al Washington Post , hanno indicato che sono in corso indagini per stabilire se ci siano gli estremi per stabilire se contro l'azienda italiana siano state mosse accuse false. Indagini ad ampio raggio, «su vari aspetti italiani e non italiani». Al Congresso americano, intanto, i democratici vorrebbero vederci chiaro su questa come su altre teorie cospirative mirate a minare la credibilità del voto e hanno cominciato a rilasciare documenti.

La lettera

Quello che è emerso negli ultimi giorni da questi documenti e da una ricostruzione del Washington Post sull'Italygate è una vicenda che, incalzano i critici, ha davvero dell'incredibile per spregiudicatezza e rischi corsi dalle istituzioni ai massimi livelli.

Fu infatti lo stesso capo di staff di allora di Trump, l'ex deputato ultra-conservatore della North Carolina Mark Meadows, a premere a colpi di email sul ministro della Giustizia a interim Jeffrey Rosen affinché perseguisse la pista dello scandalo senza alcun remora per il suo fondamento. In particolare gli girò una lettera che descriveva la presunta cospirazione contro Donald Trump. Il testo getta luce sulle origini rocambolesche di una vicenda che ha generato seri rischi.

La lettera è composta su carta intestata di una poco nota società del settore aeronautico della Virginia, la USAerospace Partners. In seguito un secondo gruppo della Virginia, l'Institute for Good Governance collegato in realtà alla USAerospace, diede alle stampe un comunicato a sostegno della tesi: citava un oscuro avvocato italiano che affermava come un hacker avrebbe ammesso l'esistenza di una simile cospirazione.

Chi è Michele Edwards?

Un filo conduttore è adesso affiorato tra i due documenti: entrambe le organizzazioni, ha dimostrato la stampa americana a cominciare dal Post, sono guidate dalla stessa persona: Michele Roosevelt Edwards. Ma chi è Edwards? È una ex candidata repubblicana al Congresso che rivendica un pedigree internazionale, in particolare d'essere stata protagonista di negoziati sulla Somalia, compresi signori della guerra e pirati.

Edwards ha anche cambiato nome l'anno scorso, in precedenza era nota come Michelle Ballarin. La sua ascesa in alcuni ambienti dell'elite conservatrice americana è però ben documentata, dallo stesso Post fin dal 2013: allora il quotidiano aveva raccontato come da madre single si fosse reinventata dirigente di business e “socialite” amante dei cavalli e capace di coltivare relazioni, appunto, con funzionari somali oltre che con élite conservatrici.

Una carriera variegata

A 65 anni, Edwards ha alle spalle una carriera molto variegata che l'ha vista destreggiarsi, quando si tratta di imprenditoria, nella sicurezza, nella gestione finanziarie e nell'aviazione. La sua storia appare però un intreccio di realtà e finzione, che ben si presta al suo ruolo centrale nelle cospirative teorie pro-Trump. Sposò un immobiliarista, Edward Golden, e tentò senza successo la corsa alla Camera per un seggio in West Virginia nel 1986. Dopo un divorzio, in seconde nozze sposò Iginio Ballarin, ristoratore di New York con il quale acquistò una fattoria a Markham in Virginia.

Il trampolino somalo

Il suo vanto di fama è stato finora legato alla politica internazionale. Il suo impegno sulla Somalia le guadagnò il soprannome Amira, principessa. E nel 2009 il governo somalo la nominò “consigliere presidenziale per la ricostruzione e l'assistenza umanitaria”.

Lei sostiene di aver facilitato la liberazione di ostaggi. Anche se cable diplomatici del 2009, svelati in passato da WikiLeaks, mostrano come in realtà Edwards avesse creato problemi in negoziati con pirati somali per il rilascio di marinai ucraini. E un funzionario americano che aveva assistito alle sue manovra di allora ha detto al Post che «il problema con Michele è distinguere realtà e finzione. Cosa è vero e cosa è inventato».

USAerospace e una residenza regale

Nel 2009 Edwards annunciò un colpo di business poi finito nel nulla: l'acquisto da parte della sua società, USAerospace, degli asset della compagnia aera islandese in crisi Wow Air. Un'operazione che non si è però mai tradotta in un ritorno in servizio. Ma l'esempio più eclatante della miscela di verità e immaginazione è nel racconto appena affiorato sulla sua residenza.

L'associazione da lei gestita, Institute for Good Governance, riporta per indirizzo ufficiale la storica villa con 22 stanze da letto della North Wales Farm in Warrenton Virginia. È una proprietà in realtà messa in vendita per quasi 30 milioni di dollari.

All'indomani delle elezioni del 2020, Edwards si fece intervistare lì da un Tv dell'Islanda. E disse che era sua e che ci viveva. «Questa è la mia stanza», raccontò. «È uno spazio molto privato». Quando l'intervistatore islandese le fece notare che lo spazio non appariva affatto vissuto e che la proprietà era elencata tra quelle in vendita nell'area, lei replicò che l'aveva di recente acquistata.

Il giallo della villa

Non proprio. La villa, ha evidenziato il Post, è invece di proprietà di una società di David B. Ford, finanziare comparso lo scorso settembre. La vedova di Ford ha detto di non conoscere affatto Edwards e alla vista delle immagini della signora nella villa rispose: «Cosa ci fa a casa mia»? La verità sembra essere che Edwards è anche agente immobiliare,e forse così vi ha ottenuto accesso anche se non era tra coloro ai quali la vendita della proprietà era stata affidata.

Edwards al crocevia dell'Italygate

Come è arrivata Edwards a giocare un ruolo cruciale nell'Italygate? Con un intreccio di molteplici strade, tra scalate sociali e politiche in circoli arrivati vicino a Trump, premiati dal clima di disinformazione fomentato dall'ex Presidente e dai suoi alleati e collaboratori.

Nella ricostruzione del Post, la tesi cospirativa avrebbe trovato particolare spinta in America dopo articoli usciti su La Verità. La squadra di Trump, indicavano questi, esaminava la possibilità che un funzionario dell'ambasciata di Roma avesse lavorato con una non identificata società del settore della Difesa italiana per manipolare le elezioni americane.

Un commentatore della Virginia sui servizi segreti Usa, Bradley Johnson (fondatore della Americans for Intelligence Reform) che sostiene di essere un ex agente della Cia, rilasciò in seguito una video-intervista che identificò l'azienda in questione come il gruppo Leonardo, in quel momento sotto i riflettori per due arresti legati a una del tutto separata vicenda di hacking informatico.

L'intercessione di Marla Maple e Tiffany

Un funzionario repubblicano della Georgia, la 57enne Maria Strollo Zack un tempo finanziatrice del senatore texano ultrà Ted Cruz poi passato nel campo di Trump, raccolse il messaggio di Johnson. Guida l'associazione Nations in Action e dice di aver parlato dell'Italygate a Trump direttamente, alla vigilia di Natale al resort di proprietà dell'ex Presidente di Mar-a-Lago. All'incontro sarebbe arrivata grazie all'intercessione della ex moglie di Trump, Marla Maples, e di sua figlia Tiffany. E a Trump fece pervenire il messaggio anche in una nota, affermando di «sapere chi e come aveva organizzato» il furto dei voti. Zack sarebbe poi stata convocata per un incontro dall'avvocato di Trump, Rudy Giuliani, incaricato di dimostrare l'esistenza di una truffa elettorale.

Il capo di staff Mark Meadows

In quegli stessi giorni, il 29 dicembre, l'allora capo di staff di Trump, Meadows, scriveva al Guardasigilli Rosen per fargli notare la “documentazione” portata alla ribalta da Edwards. Vale a dire la già accennata lettera, per conto della USAerospace della Edwards, che l'anno scorso aveva anche fatto sapere di essere interessata a rilevare, dopo la compagnia aerea islandese, anche Alitalia per «farla di nuovo grande». Meadows, a Capodanno, spedì a Rosen anche il link del video di Johnson e il 4 gennaio Zack tenne una conferenza stampa sul “caso”.

Iniziative congiunte

Il 6 gennaio, giorno dell'assalto al Campidoglio americano, Zack annunciò poi una congiunta inchiesta con l'Institute for Good Governance, come indicato capitanato da Edwards, affermando di avere “prove” di un complotto perfetto su scala internazionale e con risorse straordinarie per affossare l'America, un riferimento indiretto all'Italygate.

Nel loro comunicato citavano una dichiarazione giurata di un tale Alfio D'Ursi, identificato dal Post come avvocato siciliano. «Un alto funzionario delle forze di sicurezza», sosteneva, gli avrebbe rivelato che uno degli hacker nella vicenda di Leonardo aveva confessato d'essere stato parte di un'operazione per cambiare voti da Trump a Biden sotto direzione di personaggi dell'ambasciata americana a Roma.

L'accusato di pirateria informatica attraverso i suoi legali ha smentito seccamente al Post simili ipotesi.

Una teoria cospirativa dura a morire

Esponenti dell'establishment americano, anche conservatore, hanno in seguito condannato le tesi dell'Italygate alla stregua di “pura follia”. Nessuno dà più loro credito. Ma la popolarità delle teorie cospirative nella base di Trump è cresciuta ugualmente, sostenuta dai suoi collaboratori.

Ex consiglieri di Trump quali Michael Flynn e George Papadopoulos, perdonati da Trump per i loro crimini nel Russiagate, l'hanno fatta propria. Flynn lo scrisse esplicitamente: «È stata l'Italia», riferendosi al risultato di sconfitta, secondo lui falso, di Trump. E così una strana storia, nonostante i suoi chiacchierati protagonisti e le smentite dei fatti, è diventata uno degli scandali che continuano a tormentare la politica americana reduce dall'era Trump.

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