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Its, la scelta alternativa alla laurea con il record di occupati

Per aiutare studenti e famiglie alle prese con la scelta del percorso post diploma il Sole 24 Ore dedica un'intera “Guida agli Its” di 80 pagine in edicola con il quotidiano giovedì 10 ottobre

di Franco Amicucci


Gli Its, gli istituti post diploma con il record di occupati

3' di lettura

Quando mio figlio, pochi anni fa, iniziò il quarto anno di liceo a Hyvinkaa, in Finlandia, con il programma di studio all’estero Intercultura, fu sottoposto al test di ingresso e inserito in un programma di recupero. In che materia? Falegnameria. Un messaggio forte, basato sull’integrazione delle competenze umanistiche con le competenze tecnico-operative.

Un messaggio non ancora arrivato a sufficienza nei nostri sistemi scolastici e nei nostri sistemi formativi aziendali, dove la separazione tra cultura tecnico-scientifica e cultura umanistica risulta ancora ben marcata.

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Un'impostazione che si scontra con l'evidenza che i rapidi mutamenti del lavoro sempre più richiedono, pur mantenendo ben solidi i focus disciplinari richiesti in ogni specifica professione, un continuo arricchimento tra la cultura umanistica e le competenze tecniche, scientifiche e specialistiche.L'Ocse, con un recente rapporto, Education at a glance 2018 fa emergere che siamo nel fanalino di coda per numero di laureati tra i Paesi membri nella fascia di età 25–34 anni (27% di laureati contro il 44% della media Ocse) e all'interno di questa fascia già ridotta di laureati abbiamo uno sbilanciamento a favore dei laureati in materie umanistiche rispetto ai laureati della area Stem, che comprende i vari percorsi in scienza, tecnologie, ingegneria e matematica, che riesce a raggiungere poco più del 25% dei laureati complessivi.

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Contemporaneamente Eurostat, come già evidenziato da Francesco Seghezzi su queste pagine, ci comunica che in Italia i laureati della stessa fascia di età sono al penultimo posto in Europa con un indice di occupazione del 62,8% contro una media europea dell'85,5 per cento. Abbiamo meno laureati degli altri Paesi e al tempo stesso i pochi che si laureano hanno difficoltà alla piena occupazione.

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Nota positiva per il nostro Paese rilevata dal rapporto Ocse è invece quella rapida occupabilità dei giovani che escono dai nostri Istituti tecnici e professionali. Nell'anno scolastico 2018-2019 il 30,7% degli studenti della scuola secondaria di secondo grado frequentavano gli Istituti tecnici e il 14% gli Istituti professionali, a fronte del 55,3% di iscritti nei Licei. Pochi laureati rispetto agli altri Paesi e al tempo stesso difficoltà al loro rapido inserimento nel lavoro. Come spiegare questa contraddizione? Una risposta la troviamo nei dati Ocse ed Eurostat che abbiamo visto, con l'asimmetria evidente tra un mercato del lavoro in difficoltà a trovare figure, in particolare nell'ambito ingegneristico e tecnologico e un'offerta sovrabbondante di “lauree deboli”, per l'attuale mercato del lavoro, provenienti dall'area umanistica.

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Un mismatch tra competenze richieste e disponibili che negli ultimi anni è andato parzialmente riducendosi grazie agli Its, i percorsi di specializzazione tecnica post diploma nati per formare figure destinate all'inserimento nelle aree considerate prioritarie per lo sviluppo economico e la competitività del Paese.Al tempo stesso, per fortuna, assistiamo all'emergere di esperienze che prefigurano percorsi virtuosi, dove una “laurea debole”, ad esempio in filosofia, lettere, psicologia o giurisprudenza si trasforma rapidamente in “laurea forte e ricercata” non appena il giovane integra il suo percorso con esperienze o studi legati alla robotica, all'intelligenza artificiale o più semplicemente alla statistica o alla matematica. Questi percorsi formativi dove le competenze hard e soft sono integrate iniziano ad affacciarsi nell'offerta formativa, in particolare quando nascono dall'incontro tra università, aziende, istituti di ricerca, ma rappresentano ancora una piccola minoranza rispetto alla cultura della separazione.La separazione tra formazione tecnico professionale e formazione manageriale e comportamentale, è ancora ben presente anche nelle aziende, ed è figlia di una riproduzione acritica dei modelli scolastici del nostro Paese.

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Ma la spinta di innovazione portata dalla rivoluzione tecnologica, che attraversa ogni settore e ogni dimensione aziendale, apre una stagione inedita per innovare forme, contenuti, metodi di gestione dell'aggiornamento delle persone in azienda, sia essa privata che pubblica. Siamo agli inizi di un profondo processo di reskilling che, nell'arco dei prossimi 5 anni, coinvolgerà milioni di lavoratori. Attualmente oltre l'80% della formazione aziendale è dedicata all'aggiornamento tecnico e alla formazione obbligatoria con il tempo rimanente dedicato alla formazione sulle soft skill. La formazione tecnica è normalmente gestita da personale interno, colleghi esperti che dedicano mediamente dalle 5 alle 15 giornate del proprio lavoro nell'addestramento dei colleghi, e molte grandi organizzazioni, come Tim, Bnl, UnipolSai, Ovs, Fs e tante altre aziende italiane, hanno delle vere e proprie “faculty” interne, dove è mediamente coinvolto il 2% del personale, dedicate all'aggiornamento continuo del proprio personale. In questo enorme processo di reskilling appena avviato, il tema dell'integrazione delle competenze hard con quelle soft sarà la sfida dei sistemi formativi, con un salto culturale necessario per tutti gli attori del sistema, scuole pubbliche e private, sistemi formativi aziendali e Fondi interprofessionali.

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