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Iva, 80 euro e pace fiscale: tutti gli scogli della manovra

La riduzione del prelievo sui redditi e sugli immobili è al centro del dibattito, ma occorrono coperture strutturali - Il primo scoglio è trovare 23,1 miliardi per evitare l’aumento Iva

di Cristiano Dell'Oste e Giovanni Parente


Senza contromisure l'Iva aumenterà e costerà 541 euro in più a famiglia

4' di lettura

Non c’è solo l’aumento dell’Iva. La prossima manovra – a prescindere da chi la scriverà – sarà un rompicapo. Tra risorse da recuperare, promesse da mantenere e rincari d’imposta da scongiurare. Ecco alcuni degli snodi più delicati.

1. Aumento dell’Iva. Anche se tutte le forze politiche dicono di voler tagliare le tasse dal 2020, il rincaro dell’Iva è la vera ipoteca sui conti pubblici (e sulle tasche degli italiani). Un doppio aumento già previsto a legislazione vigente dal prossimo 1° gennaio: dal 10 al 13% e dal 22 al 25,2 per cento.

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A livello di singola famiglia, il rincaro pesa in media 541 euro all’anno (si veda Il Sole 24 Ore del 10 agosto). Per l’Erario, invece, significa 23,1 miliardi di entrate, che dovrebbero essere coperte con altre risorse, se si vuole tenere ferma l’Iva. Le soluzioni sono sempre le stesse tre: alzare altre imposte; ridurre la spesa pubblica (tagliando sconti fiscali e/o investimenti); aumentare il deficit (affrontando la Commissione europea e i mercati finanziari).

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Non esistono opzioni indolori. Tagliare gli sconti fiscali vuol dire, di fatto, aumentare le imposte. Ridurre gli investimenti è dannoso per un’economia già zoppicante. Mentre la “sfida” ai mercati rischia di tradursi subito in altre risorse da reperire per pagare i maggiori interessi sul debito pubblico (si veda la pagina seguente). E questo anche senza evocare scenari più radicali come l’Italexit o il default.

2. Flat tax. È una delle bandiere della Lega, che già con la scorsa legge di Bilancio ha potenziato il regime forfettario per le partite Iva. E che ha previsto, dal prossimo 1° gennaio, la tassa piatta del 20% sui ricavi fino a 100mila euro. Nelle intenzioni del Carroccio, la prossima mossa dovrebbe essere la flat tax per dipendenti e pensionati, con una riduzione del prelievo di circa 15 miliardi (compresa la riscrittura del bonus 80 euro). Ma tutto dipende da come finirà la crisi di governo.

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Senza dimenticare che, negli ultimi anni, tutti i governi hanno moltiplicato i regimi di tassazione sostitutiva (da quelli sui redditi di capitale a quello, più recente, sulle lezioni degli insegnanti). Le flat tax “minori” già nel 2017 avevano tagliato il traguardo dei 16 miliardi di gettito (si veda Il Sole 24 Ore del 1° ottobre scorso). E certo chi vorrà ragionare sulla flat tax “maggiore” dovrà rimettere mano anche a queste.

3. Bonus 80 euro. Introdotto nel 2014 dall’allora premier Matteo Renzi, vale circa 9,5 miliardi all’anno, con un massimo di 960 euro per chi lo riceve in formula piena. Eliminarlo è impopolare e nessuna forza politica lo dice apertamente. Nei piani della Lega c’è l’idea di modificarlo facendo sì che nessun contribuente ci rimetta. Anche il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha lavorato al dossier, con l’ipotesi di elevarne l’importo.

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4. Cuneo fiscale. La priorità più volte rimarcata dalle imprese – anche per favorire l’occupazione – è ridurre il carico di imposte e oneri contributi che appesantiscono il costo del lavoro. Ipotesi su cui diverse forze politiche sono sensibili, ma sulla quale non c’è una visione univoca: il Movimento 5 stelle, ad esempio, ha proposto di tenerlo insieme all’introduzione del salario minimo.

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5. Tax expenditures. Si dice “riordino degli sconti fiscali”, si legge “aumento della pressione fiscale”. Questo spiega perché nessuno degli ultimi governi abbia mai voluto intervenire a fondo sulle tax expenditures. D’altra parte, se il riordino serve a a far spendere meno l’Erario, è chiaro che i contribuenti pagheranno di più.

L’ultimo monitoraggio, affidato alla commissione guidata da Mauro Marè, ha conteggiato 466 sconti fiscali per un valore di 54 miliardi. I tecnici del Mef hanno ipotizzato un riordino che consentirebbe di recuperare al massimo 5 miliardi, intervenendo per lo più sulle accise (si veda Il Sole 24 Ore del 16 maggio 2019).

6. Tasse sulla casa. Matteo Salvini, nelle scorse settimane, ha promesso la conferma della cedolare secca al 10% sugli affitti concordati e di quella al 21% sui negozi. Ma, soprattutto, un intervento sulla Tasi e sull’Imu, da cui l’anno scorso sono arrivati – rispettivamente – 1,1 e 19,1 miliardi. Tutto dipende da chi affronterà la prossima manovra. Ma il tema-casa è e resterà centrale.

7. Pace fiscale. Le rottamazioni delle cartelle e le altre misure di pace fiscale, finora hanno messo d’accordo i governi di centrosinistra (che le ha lanciate) e quello gialloverde (che le ha riproposte). I proventi attesi in cinque anni sono pari a 5 miliardi. Risorse una tantum, certo, ma utili a dare una boccata d’ossigeno ai conti. Molto probabile, quindi, che possano essere riproposte.

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