L’analisi

Iva, Tria studia la «soluzione bilanciata». Ma è un intervento selettivo da 700 milioni

di Dino Pesole


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3' di lettura

Aumento “selettivo e ponderato” dell’Iva e contestuale rimodulazione di alcuni beni da un’aliquota all’altra. In campagna elettorale per le europee l’ipotesi è una sorta di tabù per i contraenti politici del governo giallo-verde e tuttavia in sede tecnica si moltiplicano in queste settimane simulazioni e possibili impatti delle diverse opzioni sul tappeto. Infrangere il tabù dell’inviolabilità dell’aumento Iva può servire a fini politici interni e per aprire da posizioni di maggiore forza una nuova trattativa con Bruxelles in vista della prossima legge di Bilancio. A questo e altro si riferisce il ministro dell’Economia Giovanni Tria quando parla di “soluzione bilanciata” sul nodo dell’Iva. Argomento ad alto impatto politico, che dribblato l’appuntamento elettorale del 26 maggio tornerà a imporsi come prioritario. In ballo vi sono i 23,1 miliardi di incremento della principale delle nostre imposte indirette pronti a scattare dal prossimo anno, per effetto delle clausole di salvaguardia che il governo peraltro ha ulteriormente incrementato rispetto all’importo originario per offrire a Bruxelles garanzie aggiuntive al termine della faticosa trattativa chiusasi poco prima di Natale. Più che il gettito realmente conseguibile attraverso l’incremento selettivo dell’Iva (che nelle più recenti ipotesi tecniche non supera i 700 milioni) il segnale non sarebbe da sottovalutare. Il ministro Tria, in linea peraltro con le raccomandazioni che da anni l’esecutivo comunitario rivolge al nostro paese, è favorevole all’ipotesi di trasferire gradualmente il prelievo dai fattori di produzione verso settori meno penalizzanti per la crescita. È quella che i tecnici definiscono una “svalutazione interna”, che si traduce in un aumento dell’Iva sui beni importati, sui beni di consumo, favorendo in tal modo le esportazioni e dunque le imprese. Una proposta peraltro avanzata a più riprese nella scorsa legislatura dal predecessore di Tria, Pier Carlo Padoan ma puntualmente respinta al mittente. Il punto di partenza è nella struttura attuale dell’Iva che da noi si articola su tre livelli: un’aliquota ordinaria al 22% e due ridotte al 4 e 10%. L’aliquota minima si applicata alle vendite di generi di prima necessità tra cui gli alimentari, ed è per sua natura difficilmente manovrabile. Margini si aprono per l’aliquota ordinaria e per quella ridotta, riservata ai servizi turistici, e a determinati prodotti alimentari e particolari operazioni di recupero edilizio. Spostare beni da un’aliquota all’altra è dunque possibile. Operazione da sostenere, se interverrà il necessario placet in sede politica (più spendibile se presentato sotto forma di redistribuzione del prelievo) con l’aumento selettivo dell’aliquota ridotta. Poiché nei fatti l’Iva è l’unica imposta “europea”, ogni sua rimodulazione va concordata preventivamente con Bruxelles, ma vi è da immaginare che da questo punto di vista sussistano ampi margini di trattativa all’interno delle forchette minima e massima fissate dalle regole europee per tutti i paesi membri. Tria in realtà pensa a un mix ragionato di interventi e coperture per disattivare la parte restante delle clausole di salvaguardia. All’incremento selettivo dell’Iva, si accompagnerebbero coperture da individuare sia sul versante dei tagli alla spesa corrente che da quello delle agevolazioni fiscali, le cosiddette tax expenditures, da tempo oggetto di possibili interventi di riordino, puntualmente riposti nel cassetto perché alla fine si tradurrebbero in aumento della pressione fiscale. Per il resto ci si affiderebbe a una nuova, serrata trattativa con Bruxelles allo scopo di spuntare margini di flessibilità, sotto forma di un contenuto ricorso al deficit, partendo dai nuovi target inseriti nel Documento di economia e finanza (il deficit 2020 è fissato al 2,1%). Spazi teorici potrebbero esservi, da esperire con la nuova Commissione che si insedierà in novembre.

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