I due ori di Tokyo

Jacobs, Tamberi e quell’abbraccio felice che unisce l’Italia

L’abbraccio tra i due campioni azzurri è gioia pura, felicità condivisa, il senso ultimo della Grande Bellezza dello sport

di Dario Ceccarelli

Olimpiadi di Tokyo: ecco quanto vale una medaglia italiana

4' di lettura

Proviamoci. Facciamo uno sforzo. Dobbiamo segnarcela bene nella memoria questa domenica primo agosto 2021. Dobbiamo segnarcela bene. In modo che quando siamo depressi o di cattivo umore, quando tutto ci sembra remare contro, si possa in un attimo riaccendere la luce ed essere felici.

Semplicemente felici, senza nessuna controindicazione, discussione o remora comportamentale. Felici come Gimbo Tamberi, che dopo aver toccato il paradiso nel salto in alto, quando capisce che anche Marcell Jacobs è andato più veloce del vento nella finale dei cento metri, lo abbraccia come si fa con un fratello che è tornato da un lungo viaggio e lo si era dato per perso. Lo bacia, lo stringe, lo avvolge nella bandiera italiana. È gioia pura, felicità condivisa, il senso ultimo della Grande Bellezza dello sport. Che in certi rarissimi casi, come in questa giornata Olimpica, riesce nel miracolo di riunirci tutto dietro alla meraviglia di un salto che vola verso il cielo di Tokyo e di una corsa che si consuma in un lampo, nello spazio di 9”e 80 centesimi.

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Non fai a tempo a sentire lo sparo che già sei a un passo dal traguardo. Un lampo in cui però tutti capiscono che questo ragazzo nato in Texas ma cresciuto sul lago di Garda, ha lasciato alle spalle i mostri sacri della velocità. Un evento clamoroso perchè l'Italia, alle Olimpiadi, non solo non aveva mai vinto una medaglia d'oro nei cento metri, ma non aveva neppure partecipato a una finale nella specialità delle grandi star americane o giamaicane.

Jacobs, sembra un miracolo, arriva a questo traguardo dopo le tre volte di Usain Bolt: e basterebbe questo riferimento a chiudere ogni discorso. Ma ci sarà tempo per fare confronti e stilare tabelle. E capire chi è veramente il più grande. Quello che piace, che incatena il cuore di questa straordinaria doppietta d'oro olimpica consumata in 12 minuti, è la sua assoluta genuinità. La travolgente forza con cui ci ha investiti nei nostri torpidi divani domenicali.

Diciamolo: quella azzurra, fino a questa doppia magia, sembrava una buona spedizione, con tanti atleti bravi, ma non bravissimi, forti, ma non fortissimi. C'era tanto spirito olimpico, tanta buona semina di una nazione che, nonostante un anno e mezzo di pandemia, era riuscita a portare a Tokyo la sua migliore gioventù. C'era tutto questo, va bene, ma mancava la grande impresa. E invece, dopo tanto soffrire, dopo tanti ori persi per un soffio, è arrivato un clamoroso botto che ci ha fatto sobbalzare tutti come neanche per l'Europeo.

Il calcio, si sa, alla fine ha tante occasioni per riscattarsi. L'Olimpiade invece si gioca in pochi istanti. Ogni 4 anni. Non c'è trucco, non c'è inganno. Bella anche la diversità dei due protagonisti. Tamberi, con la sua gioia incontenibile, sembra il personaggio di un fumetto. Salta, balla, si butta per terra. Come un cucciolo felice mostra al mondo il calco in gesso del gambone infortunato nel 2016. Sopra c’è scritto: “Road to Tokyo 2020”. Solo che il 2020 è stato cancellato per farlo diventare “2021”. Una goliardata, una burla quasi infantile, ma che riesce a commuovere tutti per la sua straordinaria sincerità.

Tamberi, dopo l'infortunio, ha dovuto fare un lungo percorso per risalire. Una via crucis con tante tappe piene di cadute e di amarezze. Questa sofferenza lo ho fatto crescere, non solo sportivamente. «Non ci posso credere», spiega Gimbo in diretta all'amico Barshim con cui ha condiviso il primo posto. E poi con la massima naturalezza l'azzurro aggiunge: «È lui il vero campione. Io ci sono arrivato a questa medaglia, ma non so neanche come. Lui ha sofferto come me per un infortunio. Sono felice d'aver condiviso con Barshim questo medaglia, perchè so bene cosa abbia provato».

Bella anche la storia di Jacobs, cosi composto, così determinato, così preciso nella parole e nei gesti. È figlio di un texano, ma non parla bene l'inglese («Mi sono allenato nelle interviste, alla fine il mio accento è diventato interessante…»). A 26 anni è già papà di tre figli. Sembra un uomo che ha avuto tutto dalla vita. Invece spiega che anche lui ha dovuto fare un lungo percorso di lavoro mentale con il suo allenatore. Che ha dovuto superare ansie e tante prove con se stesso.«Vedere la prova di Tamberi mi ha caricato», dice Jacobs. «Se l’ha fatto lui, posso farlo anch’io... E ho corso più veloce che ho potuto».

È un inno all'ottimismo, alla forza di volontà, che diventa più forte del talento o delle sbandate della vita. Qualcuno però borbotta: ma Jacobs è mezzo americano… Ecco, questa è una bella occasione per capire cosa sia, anche nello sport, la globalizzazione. Dicono che gli ori sono medaglie pesanti. Mai invece due ori sono stati così leggeri. In altre occasioni l'Italia era stata ai vertici. Ricordiamo Livio Berruti ai giochi di Roma. O Pietro Mennea nei 200 a Mosca. Ma sono immagini molte lontane, sfuocate dal tempo e dalla velocità con cui la storia della sport consuma i suoi eroi.

Per stare nell'atletica bisogna tornare alla 50 chilometri di marcia di Alex Schwazer a Pechino 13 anni fa. Ma sono frammenti che si sono consumati nelle successive polemiche sul doping che ben conosciamo. Anche Mennea, per imporsi, aveva dovuto lottare con tanti fantasmi e tanti demoni. Questi due ragazzi invece hanno vinto in piena pace con se stessi. Una bella lezione, di leggerezza e di ottimismo, a un Paese che ha un grande bisogno di ritrovare la sua strada.

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