Graffi e stroncature: l’archivio di Vivissime condoglianze

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Je ne parle pas l’italien...


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Un filologo impertinente (Stefano Rapisarda) ha di recente ipotizzato che, almeno tra Otto e Novecento, le politiche universitarie su lingue e letterature rappresentassero, parafrasando Clausewitz, la prosecuzione della guerra con altri mezzi. Se ciò fosse vero anche oggi, nella recente scelta del governo francese di tagliare selvaggiamente il numero di posti finanziati nella scuola e all’università per l’insegnamento dell’italiano si dovrebbe scorgere un riflesso delle recenti tensioni politiche italo-francesi (in curiosa coincidenza, tra l’altro, con un aumento della richiesta dell’italiano da parte degli studenti d’Oltralpe). Magari fosse così! Basterebbe allora una ricucitura diplomatica, una stretta di mano tra Mattarella e Macron, e puf! l’italianistica francese tornerebbe ad essere fiorente, finanziata come merita in un Paese che pretende d’essere un cardine della geografia europea. Il fatto è che, purtroppo, tagli come quelli annunciati dal ministro Blanquer non rispondono più, oggi, a maturi (per quanto discutibili) indirizzi politici. Essi sono spesso il frutto di raffazzonamenti contabili che si abbattono su ciò che è più difficile da capire (e perciò più prezioso) da tanta parte della politica odierna: il valore, cioè, dell’investimento culturale, il senso di un’Europa basata su solide e ben curate fondamenta storiche, linguistiche, artistiche e letterarie prima e più che su volatili interessi economici. L’italiano umiliato dall’Educazione Nazionale francese non è uno schiaffo all’Italia, ma un nuovo attentato al senso stesso dell’Europa.

(Modesto Michelangelo Scrofeo)

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