Opinioni del Sole

Jobs act, i dubbi sui principi dimenticati

di Paola Potestio


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(Fotolia)

4' di lettura

Esiste un piano per il lavoro nel Governo Conte? Tra i tanti interventi ed esternazioni, segnali di ampi progetti non sono emersi e l’attenzione su aspetti cruciali del tema appare fino ad oggi produrre più problemi che progressi o utili aggiustamenti. Al di là delle buone intenzioni, ricadute negative o nulle sui livelli occupazionali degli interventi presi o in attesa di essere completamente definiti sono quanto meno probabili. Qualche passo indietro per recuperare coerenza tra regole e obiettivi di crescita dell’occupazione rimane necessario.

Contrastare la precarietà, con pesanti vincoli e oneri sui contratti a tempo determinato, è stata la finalità principale del decreto Dignità. Non è tuttavia presumibile alcun automatismo da una riduzione di questi contratti a un analogo incremento di quelli a tempo indeterminato. Le decontribuzioni per le assunzioni a tempo indeterminato della legge di bilancio potranno aiutare, ma l’effetto netto dei due interventi sarà difficilmente positivo. Una ulteriore osservazione: le causali imposte sul tempo determinato dopo i primi 12 mesi del contratto sono di fatto un incentivo alla chiusura del rapporto dopo un anno. La precarietà tenderà a caratterizzarsi per rapporti a tempo determinato più brevi e più numerosi. Passaggi presso la stessa impresa dal tempo determinato al tempo indeterminato non ne beneficeranno. Inoltre, l’aumento della penalità massima, da 24 a 36 mensilità, per un licenziamento illegittimo del tempo indeterminato sarà anche un incentivo a selezioni più rigide da parte dell’impresa e un disincentivo a nuove assunzioni. Tutto il decreto segna un drastico allontanamento dal Jobs Act. L’impegno a rifinanziare la Cig straordinaria per cessata attività dell’impresa, sottolineato dal ministro Di Maio, segna anch’esso un allontanamento dal Jobs Act. Rimanendo su un piano molto generale, assumere come riferimento l’indennità di disoccupazione Naspi e non più la Cig straordinaria è stato un principio di efficienza, seguito appunto dal Jobs Act: riqualificazione e ricerca attiva di un posto di lavoro sono gli evidenti, efficienti obiettivi per i lavoratori in tali circostanze.

Nuove regole e vincoli progettati sulle aperture festive dei negozi sarebbero poi un sicuro danno per quei contratti, in gran parte prime esperienze di lavoro, creatisi sulle liberalizzazioni introdotte dal Governo Monti. Una visione un po’ arcaica delle famiglie italiane sottende questo progetto, il cui risultato netto sarebbe piuttosto un disagio per le famiglie e un (limitato) danno per l’occupazione.

Una lunga serie di appunti critici sono stati sollevati sul reddito di cittadinanza (Rdc), la novità più impegnativa del governo Conte. La esplicita duplice finalità di contrasto alla povertà e sostegno alla formazione e alla ricerca di un posto di lavoro rende l’istituto assai poco lineare. Le esigenze connesse a povertà e disoccupazione possono essere diverse e richiedere aiuti diversi con competenze diverse. Problematica è la contestualità della introduzione del Rdc e del potenziamento e ristrutturazione dei Centri per l’impiego, anche ove essa risultasse ridotta a causa dei vincoli di finanza pubblica sulle erogazioni. La debolezza quantitativa e qualitativa degli attuali Centri richiede investimenti e molto tempo. La circostanza poi che la debolezza maggiore si registra nell’area meridionale e che gli impegni maggiori del nuovo istituto si attuerebbero ovviamente nell’area meridionale rende quella contestualità ancora più problematica. Inoltre, Centri pur efficienti e utilissimi non creano crescita ma assecondano la crescita dell’occupazione in condizioni di crescita economica. Nella debolezza di tali condizioni nell’area meridionale, un diffuso puro assistenzialismo del Rdc rimane pressoché una certezza.

Sto trascurando di proposito la possibilità di risultati perversi: erogazioni a lavoratori in nero. L’efficienza nel perseguimento di un obiettivo di crescita dell’occupazione avrebbe richiesto piani diversi di intervento nel mercato del lavoro. Considerare il rapporto tra le azioni del governo Conte e il Jobs Act aiuta a formulare qualche conclusione dai punti sommariamente commentati. Il Jobs Act ha rappresentato l’approdo di un cammino lungo e faticoso di una quantità di confronti, dibattiti, elaborazioni, che hanno impegnato un numero elevato di persone con ruoli, qualificazioni ed anche posizioni politiche diverse. Quel cammino ha portato a un’ampia condivisione di alcuni principi molto generali per un corpo di regole sul mercato del lavoro: flexsecurity, efficienza, composizione di interessi. L’approdo politico di un lunghissimo processo è stato una riforma divenuta ormai matura. Che essa sia stata poi perfetta o meno, aperta ad aggiustamenti o integrazioni, è tutt’altra questione.

Quello che qui preme sottolineare è che è stata coerentemente ispirata da ottimi principi. Ora, ciò che si vorrebbe capire è se quei principi possono costituire un riferimento anche per il Governo Conte. L’auspicio è che un tale riferimento fosse vivo, e desse luogo, nella nuova fase che si apre, a una riconsiderazione della efficacia degli interventi disegnati, a opportune revisioni ed a attuazioni quanto meno attente ai vincoli esistenti. Se le ripetute, pesanti parole di Di Maio sul Jobs Act e sui suoi autori implicano invece una sostanziale neutralità rispetto a quei principi, la conclusione è deprimente: il governo sta di fatto seguendo strade che si pensavano superate, una assistenza che si esaurisce in assistenzialismo e una contrapposizione radicale di interessi tra le parti del rapporto di lavoro come principio di riferimento per le regole sul tema. È un ritorno al passato che può avere un impatto assai pesante per le condizioni, oggi più fragili e più urgenti, di ripresa e crescita economica.

(Paola Potestio è docente ordinario a Roma3)

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