stati Uniti

Joe Biden, che sogna la Casa Bianca nel suo seminterrato

La sua corsa alla nomination democratica per la Casa Bianca era iniziata molto male, poi “Sleepy Joe” si è svegliato aggiudicandosi le ultime primarie. L’emergenza Coronavirus ha stravolto tutto, ma ora il ritiro di Sanders gli lascia campo libero. Riuscirà l'ex di Obama a dare filo da torcere a Trump?

di Marco Dell'Aguzzo

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(The White House)

La sua corsa alla nomination democratica per la Casa Bianca era iniziata molto male, poi “Sleepy Joe” si è svegliato aggiudicandosi le ultime primarie. L’emergenza Coronavirus ha stravolto tutto, ma ora il ritiro di Sanders gli lascia campo libero. Riuscirà l'ex di Obama a dare filo da torcere a Trump?


3' di lettura

Donald Trump lo chiama Sleepy Joe, “Joe l'assonnato”, e lo prende in giro per le sue gaffe e i suoi vuoti di memoria. Effettivamente era sembrato a molti che Joe Biden fosse un po’ spento, un po’ impacciato nei discorsi, in generale meno brillante di un tempo. La sua candidatura alle primarie del Partito Democratico era iniziata molto male, con risultati pessimi in Iowa e New Hampshire, e solo leggermente migliori in Nevada. I commentatori sottolineavano la disorganizzazione della campagna, la debolezza del messaggio. Poi Sleepy Joe si è svegliato. E si è messo a correre. Ha stravinto in South Carolina, al Super Tuesday e alle tornate del 10 e 17 marzo, superando l'indomito – fino a quel momento – Bernie Sanders per voti e per delegati.

Il senatore del Vermont non aveva speranze di rimontare su Biden, che godeva di un margine di vantaggio larghissimo. Dopo settimane di pressioni crescenti, alla fine ha deciso di ritirarsi dalle primarie del Partito Democratico. Sarà dunque Biden lo sfidante di Trump alle presidenziali del 3 novembre. “The Donald” lo teme, da tempo. Tanto che, pur di danneggiarlo, arrivò a chiedere al presidente ucraino di aprire un'indagine su di lui. Quel «favore» che sembrava un ricatto produsse un enorme scandalo, l'Ucrainagate, sfociato poi nel processo di impeachment.

Cattolico della Pennsylvania, Joe Biden ha alle spalle una lunga carriera da senatore iniziata a trent’anni (oggi ne ha 77, Trump 73) e una vita personale segnata da tanti drammi: nel 1972 perse la prima moglie e la figlia a causa di un incidente stradale; nel 2015 suo figlio maggiore Beau morì per un tumore al cervello. Oratore empatico e abile, anche se da ragazzo soffriva di balbuzie, può esibire una grande esperienza in tanti campi. E soprattutto può contare – a differenza di Trump – sull'appoggio granitico degli afroamericani, un segmento fondamentale dell'elettorato.

La forza e la debolezza di Biden risiedono entrambe nel suo essere centrista. È una debolezza, perché la politica statunitense è sempre più polarizzata e le proposte moderate non generano grande entusiasmo. Ma è anche una forza, perché questo centrismo lo rende meno divisivo e dunque più capace sia di convincere gli americani che nel 2016 hanno votato per Trump, sia di attirare gli indecisi. Già dal Super Tuesday ha dimostrato di essere in grado di vincere in luoghi e tra elettorati molto diversi tra loro: uomini e donne, bianchi e neri, operai e benestanti, nelle periferie urbane e nelle zone rurali. Bernie non ci era riuscito: fa presa sui giovani e sugli ispanici, ma ha faticato a coinvolgere altri segmenti sociali; aveva scommesso sulla sua capacità di allargare la partecipazione, di portare nuove persone ai seggi, ma ha fallito.

Biden insiste moltissimo sulla sua “eleggibilità”. Gli mancano però l'energia di Sanders e la sua purezza: al contrario del senatore del Vermont, rimasto sempre fedele alle sue idee, l’ex vicepresidente si trova a dover rendere conto di alcune vecchie posizioni oggi inaccettabili. Il messaggio di Biden – almeno per adesso – non sembra poi raggiungere i giovani e gli ispanici, che tifavano Bernie. Può essere un problema. Per questo, dopo la vittoria del 17 marzo, si è rivolto proprio a loro, ai «giovani elettori che sono stati ispirati dal senatore Sanders»: vi ascolto, ha promesso.

Bernie Sanders, comunque, un po’ ha vinto lo stesso. Lo hanno accusato di promettere l'irrealizzabile – istituire un sistema sanitario pubblico e rendere gratuiti gli studi universitari, ad esempio –, ma è merito suo se l'agenda di Biden si è spostata così tanto a sinistra. Resta da vedere se il senatore metterà da parte l'ego per aiutare ad unire il partito e la nazione nella sfida a Trump, che si preannuncia una lotta senza esclusione di colpi.

Per reggere e ribattere agli attacchi del presidente, Biden avrà bisogno di tutto il suo talento retorico. Che ultimamente, per la verità, è parso un po' appannato. L'epidemia da Coronavirus lo ha confinato in casa e costretto a parlare al Paese in collegamento dal seminterrato. Ma tutte le attenzioni sono su Trump: è alla Casa Bianca, ed è lui che prende le decisioni in questo momento di crisi senza precedenti. La popolarità del presidente, infatti, è in crescita. Difficile per Biden reggere il paragone.

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