John le Carré

John le Carré: scrittore delle avvincenti oscurità del cuore umano

Sottovalutato dai critici che fanno opinione, aveva come referente primario l’anonimo lettore che frequenta l’edicola e la libreria

di Luigi Sampietro

3' di lettura

Era nato nel 1931 John le Carré, ed è venuto a mancare pochi mesi prima di arrivare ai 90 anni. Per l’occasione Mondadori aveva ristampato negli Oscar La spia perfetta: un romanzo che, riletto a più di 30 anni dalla prima uscita, permette ora al colto e all’inclita di tornare a riflettere sulla statura – meglio: la caratura artistica – di un narratore divenuto famoso dalla sera alla mattina con La spia che venne dal freddo (1963) e che nel corso della carriera ha venduto complessivamente qualcosa come 60 milioni di copie, con relativo incasso.

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Le Carré fatturava come una piccola industria, anche se non è mai stato un autore di best-seller a un tanto al chilo – leggi: carabattole di plastica stampate in serie –; bensì un maestro artigiano dalla cui bottega sono usciti manufatti degni di figurare tra le arti maggiori.

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Sottovalutato dai critici che fanno opinione e ignorato per anni nel caravanserraglio dei premi (dove uno oggi è candidato e domani s’impanca a giudice), le Carré aveva come referente primario l’anonimo lettore che frequenta l’edicola e la libreria, ed è a costui che si è sempre rivolto.

Figurativo

Per di più era un “figurativo” in un’epoca in cui, ancora sull’onda delle avanguardie di mezzo secolo addietro, faceva fino fare il difficile, cioè privilegiare l’espressione rispetto alla comunicazione, così da forzare il lettore a chiedere aiuto («Me lo spieghi?») a un esperto della materia.

Al quale esperto, accademico o critico militante che fosse, non sembrava vero di poter discettare su ciò che non era subito chiaro ai comuni mortali. Come se, aggiungo io, dai tempi dell’Iliade fino a Dickens; e da Manzoni a Victor Hugo – passando per Shakespeare, il cui pubblico era composto per lo più di analfabeti –, un “contastorie” non fosse in grado di raggiungere senza intermediari i propri lettori (o ascoltatori).

Negli ultimi cent’anni – però, si sa – le cose sono cambiate. E tuttavia La spia perfetta ha una caratura tale, per dirla ancora nel linguaggio di chi tratta gioielli e preziosi, da imporsi all’attenzione di chi «giudica e manda secondo ch’avvinghia»; ed è anche un libro scritto con l’intento evidente di chiudere una partita con amici e nemici dicendo una volta per tutte «la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità» su se stesso. Cosa che potrebbe apparire piuttosto problematica al lettore consapevole di avere a che fare con un maestro del doppio e del triplo gioco, nella vita e nell’arte.

La biografia autorizzata di Adam Sisman

Quel che racconta le Carré in La spia perfetta trova riscontro nella biografia autorizzata di Adam Sisman, John le Carré: A Biography (Bloomsbury, 2015). Ma si sa: un conto sono le informazioni – i dati, le date e i fatti – e un altro è la narrazione, ovverosia il gioco di specchi, gli echi e le associazioni di idee – le latebre del cuore umano – nelle cui profondità il lettore viene a trovarsi quando si imbatte in libri di un certo peso. I carati di cui sopra.

La spia perfetta è emblematico ma è solo uno dei tanti manufatti di grande valore in mostra nella vetrina della pregiata “Gioielleria le Carré”, la qualità dei cui prodotti – bisogna dirlo – sono stati gli americani, che pure le Carré non ha mai amato, a riconoscere in primis.

Nello specifico, La spia perfetta riprende una serie di motivi – i tempi della narrazione, la complessità dell’architettura, il profilo dei personaggi e i loro dilemmi morali – dal modello del Buon soldato di Ford Madox Ford. Scrittore di cui a suo tempo aveva avuto peraltro modo di scrivere: «Vorrei essere come lui. Seduto a parlare davanti al camino sapendo che, se chi mi ascolta si agita sulla sedia, è proprio così che le cose devono andare. Io sono uno che racconta delle storie e so che c’è un mucchio di gente che ama sentirsele raccontare».

In comune con Ford, le Carré aveva peraltro l’amore per la lingua e la letteratura tedesca; e, in filigrana, nel tessuto di questo quasi inverosimile tour de force autobiografico, c’è L’avventuroso Simplicissimus (1668) di Hans Jakob Christoffel von Grimmelshausen che è il libro-codice del protagonista, la spia Magnus Pym, e un possibile suggerimento per noi che ne leggiamo la storia.

La spia perfetta, John le Carré, Traduzione di Marco e Dida Paggi, Apparati a cura di Paolo Bertinetti, Mondadori, pagg. 604, € 15

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