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«L’Ue, Brexit e l’America di Trump che pensa a se stessa»

di Riccardo Barlaam


Trump spinge Gb verso la Brexit

3' di lettura

John Harper, storico della politica estera Usa, è uno degli studiosi americani più attenti alle questioni europee.
Churchill nel 1946 coniò la frase “special relationship” a proposito dell’alleanza tra Stati Uniti e Gran Bretagna. È ancora valida nell’America di Trump?

Questo concetto della “special relationship” è sempre stato un concetto più britannico che americano. Gli inglesi per ragioni ovvie volevano continuare il rapporto che si è stabilito durante la guerra. È stato vero in certi ambiti, nell’intelligence, nei servizi legati alla marina.

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In questi 80 anni il rapporto privilegiato c'è sempre stato…
Gli inglesi hanno sempre sostenuto gli Stati Uniti nelle loro avventure imperiali. Avevano interessi che coincidevano. Come per quanto riguarda l'Europa nel contenimento del comunismo, ad esempio. Ma gli inglesi hanno anche pagato un prezzo.

A che cosa si riferisce?
I risultati dell'intervento in Iraq sono stati disastrosi. Una collaborazione militare di questo tipo non è immaginabile in futuro. La campagna in Iraq ha lasciato l'amaro in bocca nella classe politica e nell'opinione pubblica inglese. Blair ha perso tutta la sua credibilità nel suo stesso partito.

Quale sarà il futuro delle relazioni tra Gran Bretagna e Stati Uniti?
Alcuni sostenitori del Brexit, come Boris Johnson e altri, prevedono una più stretta unione con gli americani e con il mondo anglofono, Canada e Australia. E' un'illusione perché gli inglesi non hanno risorse e potere per sostenere una politica del genere.

Gli inglesi si aspettavano un sostegno maggiore dagli americani per la Brexit?
Si aspettavano un sostegno. Ma sono stati delusi perché gli americani né prima del referendum né dopo hanno offerto incentivi concreti per incoraggiarlo. Per quanto ne sappia io gli americani non hanno promesso niente di concreto. Anche se in queste ore Trump ha parlato di un accordo commerciale privilegiato

Perché?
Gli Stati Uniti sono ossessionati dalla Cina e non hanno prestato molta attenzione a Brexit. Mi sembra un argomento piuttosto assente a Washington. L'energia è focalizzata altrove.

Cosa succederà dopo Brexit?
L'idea di una “special relationship” è sempre stata più un'aspirazione inglese di poter condizionare la politica americana. Usando la saggezza superiore della vecchia potenza imperiale per guidare questa giovane potenza fortissima ma non molto saggia. Questo poteva avere una certa verosimiglianza negli anni ‘40 e ‘50 ma adesso non più. Io non prevedo cambiamenti radicali particolarmente bruschi nei rapporti bilaterali perché entrambi hanno interesse a continuare. La Nato resta fondamentale.

In che senso?
Fino a quando saranno tutti e due membri della Nato non cambierà niente.

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Trump più volte ha minacciato un'uscita dalla Nato. Ad aprile le celebrazioni per i 70 anni dell'alleanza atlantica a Washington sono state derubricate a un vertice a livello di ministri degli esteri.
In realtà l'atteggiamento americano verso la Nato è mutato meno di quanto non sembri. Le dichiarazioni di Trump quando minaccia di lasciare penso abbiano avuto l'effetto contrario: nella sostanza hanno riaffermato l'importanza della Nato. A Trump magari non dispiacerebbe uscire ma non credo che avverrà perché la Nato continua a essere sostenuta dalla classe politica dei due partiti e dall'opinione pubblica per non parlare dei servizi segreti, delle forze armate e del corpo diplomatico. Il “deep state” è ancora per la Nato.

Quale sarà il migliore amico americano in Europa dopo Brexit?
Difficile dirlo. Finché ci sarà Trump ci sarà la tentazione di coltivare rapporti più stretti con i sovranisti in Polonia e magari con Salvini. Ma nella sostanza gli Stati Uniti dovranno puntare i loro rapporti con Germania e Francia. L'Italia offre una base per le forze americane indispensabile per condurre certe operazioni, ma non ha il potere e il peso in Europa per essere il partner privilegiato.

L’Europa come sarà senza la Gran Bretagna? Brexit, comunque la si voglia leggere, è un rallentamento rispetto al processo di integrazione europea dei primi anni Duemila…
Da un lato è un brutto segno Brexit, non c'è dubbio. Però è anche vero che la presenza britannica in Europa è sempre stata ambivalente: gli inglesi non hanno mai aderito pienamente l'idea di un'unione sempre più stretta, che è la frase contenuta nel Trattato di Roma. Gli inglesi hanno sempre avuto un piede dentro e un piede fuori. Non è come se la Francia o l'Italia se ne andasse.

Non ci saranno terremoti?
A livello psicologico forse, ma paradossalmente l'uscita della Gran Bretagna, almeno in teoria, potrebbe facilitare il processo europeo e lo rende più necessario. Non dico che questo avverrà ma crea la possibilità teorica di una ripresa del processo di integrazione.

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    Riccardo Barlaamcorrispondente da New York

    Luogo: New York, USA

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: economia, finanza e politica internazionale

    Premi: Premio Baldoni (2008), Harambee (2013), Overtime Film Festival (2017)

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