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Johnson contro Hunt, sfida all’ultimo taglio di tasse fra aspiranti premier

In teoria l’ex sindaco di Londra Boris Johnson e il ministro degli Esteri Jeremy Hunt dovrebbero essere agli antipodi, o quasi. Quando si parla di fisco, però, i due sfidanti gareggiano sullo stesso terreno: maxi-tagli alle imposte per «rilanciare l’economia». Anche se il risultato potrebbe essere, semmai, quello di gonfiare i conti pubblici

di Alberto Magnani


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4' di lettura

Boris Johnson contro Jeremy Hunt. I due concorrenti rimasti in lizza per la corsa alla guida del Partito Conservatore e del governo britannico si scontrano la sera del 9 luglio nel primo dibattito televisivo dall’inizio del «contest» per la successione a Theresa May . Dopo i primi round di voti riservati ai deputati del Partito, tocca alla base di 160mila iscritti designare per corrispondenza il futuro leader della destra e del governo britannico, con risultato atteso al 23 luglio. In teoria i due concorrenti non potrebbero essere più distanti. Johnson, ex sindaco di Londra ed ex ministro degli Esteri, è dato per favorito grazie alla linea dura sulla Brexit e una retorica euroscettica che tocca le corde di alcuni ambienti conservatori. Lo aiutano anche uno stile sopra le righe, per usare un eufemismo, e un carisma che in pochi associano al suo rivale. Gli ultimi sondaggi la proiettano al 70% dei consensi, mentre fioccano gli endorsement da testate conservatrici come il Times e il Telegraph.

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Jeremy Hunt all’attacco, ma senza sfondare. Boris Johnson assertivo sulla Brexit, ma reticente su dettagli e domande scomode. È stato questo lo scenario della sfida televisiva a due fra i candidati alla successione a Theresa May come leader Tory e premier britannico, condotta con pacatezza e mano ferma su Itv da Julia Etchingham. Sollecitati dall’anchorwoman e dalla platea, i due contendenti hanno puntato rispettivamente «sull’ottimismo» (Johnson) e sul «realismo» (Hunt).

Botta e risposta pure sulla permanenza dell’ambasciatore Kim Darroch a Washington. Hunt, attuale ministro degli Esteri, ha ribadito le critiche a Donald Trump per la sua reazione furibonda dopo il leak di alcune note dell'ambasciatore in cui il presidente veniva definito «inetto» e la sua amministrazione «disfunzionale». E ha confermato di voler mantenere Darroch al suo posto - malgrado Trump lo abbia liquidato come un interlocutore non più accettato - fino alla scadenza del mandato prevista per dicembre. Johnson non ha invece voluto dare la stessa garanzia, limitandosi a dire di non voler decidere da solo e a condannare la diffusione delle note riservate dell’ambasciatore. Mentre ha insistito sulla necessità di avere forti relazioni con l’alleato americano, rivendicando come un plus i suoi buoni contatti «con la Casa Bianca».

Hunt, successore di Johnson proprio al dicastero degli Esteri, ha sempre mantenuto un profilo più istituzionale (ad esempio non si è mai fatto appendere sopra al Tamigi per celebrare i Giochi olimpici ) e adottato una linea moderata sulla Brexit, prima sostenendo il remain e poi annunciando il dialogo con la Ue in vista della scadenza del 31 ottobre. Eppure fra i due c’è una rassomiglianza che sta creando qualche dubbio fra i vertici del loro stesso partito: l’annuncio di maxi-tagli alle imposte, con conseguenze rischiose per la tenuta dei conti pubblici britannici.

La ricetta di Boris: sconti da 9 miliardi a chi guadagna di più
Limitandosi agli aspetti fiscali, Johnson ha formulato due proposte principali. La prima prevede di aumentare da 50mila a 80mila sterline l'anno la soglia minima di reddito per rientrare nell’aliquota più alta: il cosiddetto higher rate (aliquota 40%), pari al doppio rispetto al basic rate del 20%. Stando a un report pubblicato dall'Institute for fiscal studies , un think tank specializzato in materia fiscale, la misura equivarebbe a un costo annuo di 9 miliardi di sterline l'anno, beneficiando una platea di 4 milioni di contribuenti. La seconda proposta consiste nell’incrementare la soglia minima di entrate che attiva l’obbligo di versare i National insurance contributes: i contributi che devono essere corrisposti all'erario nazionale per finanziare una serie di benefit sociali (dagli indennizzi per la disoccupazione alle misure previdenziali). Anche in questo caso, però, il problema è la copertura. Oggi l’imposta scatta quando le entrate superano le 8.632 sterline. Johnson deve specificare di quanto intende alzare l’asticella, ma l’esborso rischia di essere significativo. Secondo un calcolo dell’Insitute for fiscal studies, basterebbe aumentare di 1000 sterline il minimo previsto per dipensare dall’onere un totale di 600mila lavoratori, con un costo stimato di tre miliardi di sterline. Se poi si salisse a una soglia di 12.500 sterline l’anno, il costo lieviterebbe a 11 miliardi di sterline l’anno.

La ricetta di Hunt: la sforbiciata alla corporate tax costa 13 miliardi
Hunt, come si è visto, viene considerato meno dirompente di Johnson su quasi tutti i fronti. Il fisco fa eccezione, visto che le sue proposte in materia si spingono anche oltre i paletti fissati dal concorrente. La misura più netta sarebbe una sforbiciata della corporate tax (la tassa sul reddito di impresa) dall’attuale 19% al 12,5%: lo stesso livello impositivo dell’Irlanda, attuale detentrice del record Ocse per il livello più basso di imposte sui profitti delle aziende. Il costo? È ancora l’Institute for fiscal studies a quantificarlo a 13 miliardi di sterline l’anno, anche se la pressione potrebbe allentarsi sul lungo periodo. Per il resto, Hunt sposa la stessa linea di Johnson sull’innalzamento della soglia minima di entrate per i National insurance contributes e avanza un’ipotesi embrionale di taglio dei tassi di interesse sugli student loans (i prestiti universitari). Ma a far preoccupare alcuni analisti, e compagni di partito, è più che altro l’ipotesi di aumento della spesa pubblica per la difesa. L’idea di Hunt è di aumentare i volumi di investimento sul settore dal 2% al 2,5% del reddito nazionale lordo per i prossimi cinque anni, con il rischio di incrementare la spesa di 15 miliardi di sterline nel 2023-2024 rispetto ai livelli del 2019. La combinazione fra sconti fiscali per 13 miliardi e aumenti di spesi per altri 15 miliardi «rappresenterebbero una sfida anche maggiore di quella rappresentata da Johnson», spiega al Sole 24 Ore l’economista dell’Institute for fiscal studies Tom Waters.

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