FINO A DUE ANNI

Johnson: gli studenti stranieri potranno restare nel Regno Unito anche dopo la laurea

Il premier britannico annuncia una modifica al tetto di quattro mesi fissato dall’allora ministro degli Interni Theresa May nel 2012: i laureati potranno trattenersi fino a due anni dopo il titolo per «cercare lavoro». La rabbia di think tank e stampa di destra

di Alb.Ma.


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Cambridge (Agf)

3' di lettura

Gli international students, gli studenti internazionali, potranno restare nel Regno Unito fino a due anni dopo la laurea «per cercare lavoro». Lo ha annunciato il primo ministro britannico Boris Johnson, prefigurando un testacoda rispetto a una norma fissata dall’ex premier Theresa May nel 2012. May, all’epoca ministro dell’Interno dell’Isola, aveva ridotto il periodo massimo di permanenza post studi ad appena quattro mesi, giudicando «troppo generosa» la policy in vigore in precedenza. La misura, ribattezzata Graduate route, si applicherà a partire dall’anno accademico 2020-2021 e cerca di evitare un calo di popolarità dell’Isola come meta di destinazione per la formazione universitaria.

Nell’anno accademico 2017-2018, secondo dati per UK Council for International Student Affairs, nel Regno Unito si contavano quasi 460mila studenti internazionali , con oltre 325mila iscritti in arrivo dai paesi non europei e circa 106mila dalla sola Cina. L’obiettivo del governo Johnson è di alzare l’asticella a 600mila unità nell’arco dei prossimi 10 anni, investendo soprattutto su laureati (e professionisti) nell’area scientifico-ingegneristica.

Un business da 20 miliardi di sterline l’anno
Il segretario all’Istruzione, Gavin Williamson, ha sottolineato che il contributo generato dagli studenti internazionali è «sia culturale che economico». Il quasi mezzo milione di studenti e dottorandi che si riversa nei college dell’Isola produce un ritorno stimato intorno alle 20 miliardi di sterline l’anno , secondo dati forniti dal Governo britannico, grazie alla somma tra versamento delle rette (nel caso degli studenti extra-Ue ben più elevate delle 9.250 sterline annue fissate come tetto per i colleghi domestici ed europei), affitti e consumi, senza considerare il gettito fiscale generato in caso di permanenza nel Regno Unito anche dopo la fine degli studi.

Johnson aveva già anticipato in passato la sua intenzione di rivedere il termine di quattro mesi, giudicandolo sfavorevole per l’attrattività della «industria» della formazione universitaria britannica. Universities UK, un network che rappresenta 130 atenei dell’Isola, ha accolto con favore il cambio di rotta dell’esecutivo rispetto alla stretta di May. L’apertura potrebbe incentivare l’afflusso già massiccio di iscritti internazionali, a partire dall’Asia, compensando il calo di arrivi di europei temuto in vista della Brexit. Il direttore generale, Alistair Jarvis, ha dichiarato al quotidiano Guardian che il tetto di quattro mesi creava uno «svantaggio competitivo» per i college d’oltremanica. «Universities Uk aveva fatto a lungo campagna per l’estensione a due anni del periodo di permanenza - dice - Quindi accogliamo positivamente questo cambio di policy, che riposiziona il Regno Unito come prima scelta per gli studenti internazionali».

L’irritazione del think tank di destra
L’apertura agli studenti internazionali è un principio condiviso anche dalle correnti più nazionaliste del Partito conservatore, disposto ad attenuare le sue rigidità per salvaguardare quello che lo stesso ministero dell’Istruzione definisce «uno degli asset più redditizi dell’export britannico». Ma c’è chi è meno entusiasta, soprattutto negli ambienti a destra dell’establishment Tory. Migration Watch, un think tank che si definisce «indipendente» ma è accusato di inclinazioni a destra, ha contestato l’opportunità di allentare le maglie di permanenza dei laureati stranieri. «Le nostre università attraggono già un numero record di studenti internazionali - fa sapere l’associazione -. Non c’è bisogno di svalutare il loro visto trasformandolo in una ’scappatoia’ per lavorare qui».

Il caso è già stato cavalcato dalla stampa conservatrice britannica.Il tabloid The Sun è partito all’attacco, spiegando che la misura permetterà a «un numero illimitato di studenti di avere il diritto di cercare un lavoro, a prescindere dalla qualità del corso», facendo magari concorrenza ai lavoratori britannici per «gli impieghi con un grado ridotto di qualifiche».

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