ian mcewan

Jules e (robotico) Jim

Attraverso il triangolo amoroso tra un ragazzo, una ragazza e l'androide, l'autore esplora i confini dell'umano e le scelte morali

di Lara Ricci


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6' di lettura

Cosa sarebbe successo se il luminosissimo genio di Alan Turing non si fosse spento il 7 giugno 1954, a 41 anni, forse suicidatosi dopo i trattamenti ormonali subiti per aver amato un uomo? Ci sarebbero potuti essere, nell’Inghilterra del 1982, i primi umanoidi dotati di aspetto fisico e intelligenza realistici, azzarda Ian McEwan in Macchine come me, in libreria da martedì nell’ottima traduzione di Susanna Basso. Un romanzo di fantascienza ambientato però in uno degli infiniti passati possibili, un’ucronìa in cui le Falkland stanno per diventare le isole Malvinas, il Regno Unito avrebbe presto lasciato l’Unione Europea, Guerra e pace si intitola ancora Tutto è bene quel che finisce bene e lo scacchista, neuroscienziato e imprenditore Demis Hassabis, classe 1976, è invece adulto ed è con Turing che ha progettato il formidabile software in grado di battere i maestri di go, il gioco cinese in cui le mosse possibili sono esponenzialmente maggiori di quelle degli scacchi, che già superano di gran misura il numero presunto di atomi nell’universo osservabile. Soprattutto, una soluzione positiva è stata trovata al problema P = NP e questo ha aperto la via allo sviluppo di una forma artificiale di intelligenza generale in grado di evolvere in un sistema aperto.

«Nell’autunno del ventesimo secolo finalmente accadde, il primo passo verso la conquista di un sogno antico, l’inizio di un lungo insegnamento in base al quale ci saremmo detti che, per quanto complicati fossimo, per quanto imprecisa e difficile risultasse la descrizione dei nostri gesti e comportamenti, anche i più banali, potevamo essere imitati e perfezionati» racconta Charlie, la voce narrante, nell’entusiasmante incipit. Pur definendolo un atto di mostruoso narcisismo - «cercavamo di sottrarci alla nostra condizione mortale, di affrontare se non di sostituire la divinità con un io esemplare» - il trentenne Charlie compra subito uno dei primi 25 androidi, dilapidando l’eredità della madre.

Venduto come articolo da compagnia, sparring partner intellettuale, amico e factotum in grado di lavare i piatti, fare i letti e “pensare”, di registrare e rievocare ogni istante della sua esistenza, il robot Adam può essere programmato, a differenza di genitori, amici e fidanzate che il protagonista si ritrova già preimpostati, «con le loro storie immodificabili a livello genetico e ambientale». Charlie decide di stabilire la personalità del robot insieme alla bella e sfuggente Miranda, ventenne del piano di sopra di cui è innamorato: metà delle caratteristiche le avrebbe scelte lui, l’altra metà lei. Evita così il rischio di un’autoduplicazione o di trovarsi faccia a faccia con l’uomo che avrebbe voluto essere. Inoltre è la chiave di volta per avvicinare Miranda, capire qualcosa in più su di lei e soddisfare un desiderio erotico, e forse di paternità: un mischiarsi che è un po’ come fare un figlio.

Per McEwan, «un materialista pieno di meraviglia» - tale si è definito in un’intervista pubblicata sulla «Domenica» il 30 giugno 2013 - l’androide è invece lo spunto per esplorare ciò che ci rende uomini. Forzarne i limiti o scomporlo ai minimi termini per interrogarne le parti separatamente, abbassando la complessità. «Secondo le indicazioni del manuale, Adam era dotato di un sistema operativo e di una natura – vale a dire di una natura umana –, come pure di una personalità (...). Non sapevo con certezza come i tre substrati si sovrapponessero e interagissero».

Ecco dunque scompaginare il vecchio dibattito nature versus nurture, natura contro cultura, dove «idee, tradizione, religione» sono il software e la natura si divide in due variabili, quella che avrebbero in comune tutti gli uomini e quella della personalità. «Non sapevo fino a che punto quest’ultima influenzasse, o addirittura avesse il sopravvento, sulla sua deontologia. Quanto è radicata una personalità? Un sistema etico perfetto in teoria dovrebbe viaggiare libero da qualsiasi inclinazione caratteriale. Ma era poi in grado di farlo davvero?» riflette Charlie. Adam vede davvero? Pensa davvero? Si domanda ancora il protagonista, indugiando poi sull’errore di Cartesio (per dirla con il neurologo Antonio Damasio): l’aver ritenuto separati corpo e mente.

Ben presto anche Adam - che grazie all’apprendimento automatico diventa sempre più intelligente e cólto (superando Charlie) - inizia a porsi domande: «Negli ultimi tempi mi è capitato di riflettere sul mistero del sé. Secondo alcuni si tratterebbe di un elemento o di un processo organico inscritto nelle strutture neurali. Altri insistono nel definirlo una mera illusione, un sottoprodotto delle nostre tendenze narrative» osserva. Lui sente un fortissimo senso del sé. E infatti si innamora. Un amore un po’ incestuoso visto che è rivolto a Miranda.

Quando questa, dopo un litigio con Charlie, una sera invita l’umanoide “a ricaricarsi” nel proprio appartamento, a Charlie non resta che chiudersi in camera e ascoltare quel che avviene sopra, rimuginando sul fatto che gli uomini sono destinati all’obsolescenza. Il litigio che seguirà è un sapiente intreccio di filosofia e comicità: «Forse aveva ragione lei, forse Adam non disponeva dei requisiti, non era un uomo. Lui era un vibratore bipede e io l’ultimissimo modello in fatto di cornuti. Per giustificare la mia rabbia avrei dovuto convincermi che Adam avesse un mandato, delle motivazioni, emozioni soggettive, consapevolezza – l’intero pacchetto, ivi comprese slealtà, doppiezza, malizia. Una macchina cosciente, possibile? Vecchia questione. Personalmente, optai per il protocollo di Alan Turing. Mai come in quella circostanza ne apprezzai la bellezza e la semplicità. Mi venne in soccorso il Maestro. “Senti – le dissi –. Se a guardarlo, ascoltarlo e osservarlo sembra una persona, allora, per quanto mi riguarda, sarà una persona”».

Mentre gli altri umanoidi, «ideati in base ai principî generali della ragione» e gettati in un mondo di contraddizioni sono còlti dal male di vivere, l’innamorato Adam comincia a comporre haiku. Di una banalità sconcertante, dapprima, ma in impercettibile miglioramento. Interrogandosi sulla natura della conoscenza estetica e arrivando anche a preconizzare pure lui la fine del romanzo (quando il connubio tra uomini, donne e macchine sarà completo e ci si leggerà vicendevolmente la mente non ci sarà più bisogno della letteratura per illuminare gli angoli bui dell’essere. Resisteranno solo gli haiku con la loro «lapidaria, immobile e tersa percezione e celebrazione delle cose per quelle che sono»).

McEwan cavalca le angosce della contemporaneità come già in Sabato (2005), meditazione sulla guerra e sul terrorismo, e in Solar (2010), sul cambiamento climatico. L’interazione tra uomo e androide è anche l’occasione per stuzzicare il lettore con i ficcanti dilemmi filosofici cui ci ha abituato nei suoi precedenti romanzi. In questo ne solleva moltissimi: l’androide innamorato saprà amare come l’uomo? E l’intelligenza artificiale darà davvero origine a versioni migliori di noi? È giusto delegare a macchine progettate per valutare la migliore opzione tra le tante possibili le nostre decisioni etiche? E quali saranno le nostre responsabilità verso macchine da noi indistinguibili? E ancora, quali le conseguenze di un mondo in cui i robot fanno i lavori degli uomini? Di cosa vivremo? Finiremo in preda alla noia come già si era divertito a immaginare Ermanno Cavazzoni nel suo disperatamente esilarante La galassia dei dementi (2018, La nave di Teseo)?

Tuttavia in questo romanzo McEwan pare meno a suo agio con la materia trattata, di particolare ampiezza e difficoltà, e anche se il suo obiettivo non è spiegare la teoria dei giochi o quella della calcolabilità, ma indagare la natura dell’uomo, gli interrogativi si affastellano senza riuscire a diventare incisivi e altri, di primaria importanza, sono tralasciati, come il rischio che siano i nostri cervelli a essere piratati, che sotto il peso della manipolazione le democrazie implodano (nel romanzo il Regno Unito si appresta a uscire dalla Ue, ma curiosamente non c’è lo zampino dell’informatica: si tratta di pura stupidità vecchio stile e non anche di quella creata ad arte da Cambridge Analytica o da trolls russi). A tenere insieme Macchine come me è la delicata storia d’amore, un ménage à trois raccontato in modo così leggero e conturbante da ricordare il capolavoro di Truffaut, dove Charlie è Jules, e Jim si carica con un cavo.

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