EXTRA LARGE

Julian Schnabel racconta cosa vuol dire fare i conti con un talento fuori misura

In un mondo in continua trasformazione, l'artista si sente più che mai protagonista della cultura contemporanea. Come spiega in un'opera formato XXL.

di Lou Stoppard

Julian Schnabel con “van Gogh Self-Portraits”.

8' di lettura

Appena Donald Trump ha perso le elezioni - ostinandosi a non riconoscere la vittoria di Joe Biden - l'artista Julian Schnabel ha iniziato a concentrarsi su due cose: una nuova serie di quadri floreali (boccioli rosa e foglie verdi dipinti su stoviglie e vasellame, con un ottimistico cielo blu sullo sfondo) e un discorso di riconoscimento della sconfitta per quello che presto sarebbe diventato l'ex presidente, inviato per email alla figlia Ivanka. Schnabel me lo legge su FaceTime. «Vorrei cogliere questa occasione per sistemare il più possibile le cose», ha scritto. «Non posso resuscitare coloro che abbiamo perso durante la pandemia o che hanno sofferto a causa delle mie decisioni. Ma posso fare questo: chiedere ai 70 milioni di persone che mi hanno votato di accogliere tutta la luce di questo giorno e di aiutare Joe Biden e Kamala Harris nell'arduo compito di riparare il nostro magnifico Paese». Il discorso, teorizza Schnabel, «avrebbe potuto salvare qualche vita». Ivanka, con suo disappunto, non ha mai risposto.

Lo studio di Julian Schnabel. Foto Weston Wells.

La fiducia in se stessi necessaria per trasformarsi da artista in un non richiesto speechwriter politico è tipica di Schnabel, che ha costruito la sua carriera sulla convinzione di poter fare tutto, e meglio di chiunque altro. Ha dipinto quadri, realizzato sculture, scritto libri, diretto film, compreso Lo scafandro e la farfalla, vincitore di due Golden Globes, e il recente biopic Van Gogh-Sulla soglia dell'eternità con Willem Dafoe nei panni del protagonista. Questi traguardi sono adesso raccolti in Julian Schnabel, una nuova monografia pubblicata da Taschen di grandi dimensioni (44 x 33 cm) che costa 750 euro. È il frutto di una felice collaborazione tra una casa editrice che calibra la grandezza delle opere in base alla loro importanza e un artista la cui ossessione per le grandi dimensioni è così nota da essere diventata quasi una parodia dell'ego maschile.

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“Circumnavigating the Sea of Shit”, del 1979.

Le tele di Schnabel - che si tratti di uno dei suoi famosi Plate Paintings o di un lavoro eseguito su un telone trovato in un mercato messicano - possono superare anche i sei metri, e vengono appese ai muri esterni degli edifici per essere mostrate. Oltre alla monumentalità, un altro punto fermo della sua arte è l'utilizzo di oggetti e materiali di recupero come base per le opere. Ecco quindi i cocci di ceramica oppure i teloni, magari inizialmente usati per coprire un quadro. Su tutto questo si inseriscono le irruenti pennellate dell'action painting a realizzare figure, spesso icone, o testi scritti. Per esempio, ha utilizzato le immagini dei test psicologici, carte nautiche o lettere di diverse lingue. Gli interessa esplorare come il significato di un simbolo possa cambiare o scomparire quando cambia contesto. Il libro, sulla cui copertina spiccano delle rose, si presenta in un contenitore protettivo che diventa una sorta di cornice per le immagini quando il volume è aperto. Per usare le parole di Schnabel, il rosa crea «attorno a ogni quadro una sorta di aura che accompagna benissimo la pagina».

Il living della sua casa di New York con “Wild Potato”, del 2013. Foto Weston Wells.

Del resto, Schnabel ha una passione per tutto ciò che trascende la mortalità. I titoli dei suoi quadri richiamano santi e angeli, oltre a celebrities e artisti famosi. Più o meno una settimana prima di fare questa intervista era a Montauk, Long Island, a dipingere all'aperto indossando solo un cappotto. «Non sento il freddo. Quando lavoro è come se mi dimenticassi del corpo, come se mi dimenticassi di tutto», spiega. Nel 1977 intitolò un suo lavoro I Don't Want to be King, I Want to be Pope, Non voglio essere re, voglio fare il Papa. La sua personalità roboante è leggendaria. La taglia XXL che Taschen ha dato al libro potrebbe essere riferita direttamente all'artista. Tutte le interviste citano sempre una sua risposta del 1992 a un giornalista del New York Magazine: «Sono la cosa più vicina a Picasso che ti capiterà di vedere in questa stramaledetta vita». Schnabel ha poi detto che stava scherzando, ma di certo gli piace vantarsi e chiacchierare con lui è molto divertente: tempestoso, sfrenato, a volte gioiosamente consapevole di sé, altre deliziosamente ignaro. In certi momenti, mentre parliamo, si fa assorbire così tanto dalle storie che racconta o dalle citazioni dei suoi film da perdere il filo. Allora si ferma e fa una pausa talmente lunga che mi viene il dubbio di avere perso la connessione con FaceTime. Di solito poi lo ritrova, e accompagna la storia con un mare di nomi famosi: il pittore tedesco Blinky Palermo, Lou Reed, “Bob” Rauschenberg. A un certo punto mi suggerisce di rileggere il suo CVJ, un libro pubblicato nel 1987 che è in parte autobiografia, in parte gossip, in parte analisi delle lobby di potere nel mondo dell'arte.

Il cappello di Julian Schnabel. Foto Weston Wells.

Continua: «Una volta Cy Twombly ha detto: “L'ho letto due volte. Vorrei averlo scritto io”». Schnabel viene definito un artista controverso. Prendendola un po' alla larga, mi spiega che probabilmente c'è dell'invidia dietro. «Quando ho cominciato a vendere con Leo Castelli, sono stato il primo nuovo artista ad essere introdotto nella sua galleria in ben 12 anni. C'erano tantissimi emergenti in cerca di visibilità. Se qualcuno prendeva quello spazio, molti si arrabbiavano». Schnabel dice di disprezzare il panorama dell'arte in America. «La proposta del Whitney Museum of American Art mi sembrava quasi folk art. Voglio dire, arte vuol dire rompere i confini e superare le frontiere. Io promuovevo l'internazionalità, gli artisti italiani, tedeschi. Questo ha trasformato le cose. Un cambiamento culturale a causa del quale un sacco di gente è stata rimpiazzata o ha perso il lavoro». Dice che nel settore questo succede più o meno ogni dieci anni.

“Julian Schnabel”, il nuovo volume edito da Taschen (750 €, edizione di 1000 copie).

C'è stato il periodo dell'espressionismo astratto, poi la pop art, il minimalismo, l'arte concettuale. Emergono stili nuovi, alcuni artisti sbiadiscono fino a diventare irrilevanti e altri emergono come i più importanti, come i burattinai del nuovo mood. «E se pensi a una persona che, nel bene o nel male, ne è stato l'emblema, beh, credo di essere stato io». Ritengo che oggi l'etichetta di “controverso” riguardi sempre meno le dispute artistiche e sempre di più la persona Schnabel, e la narrazione di se stesso che ha costruito. In parte è forzata, artefatta, un cliché: vivere di party; presentarsi in pigiama a eventi importanti; essersi costruito a New York un monumentale edificio rosa ispirato a un palazzo veneziano, che lui chiama Palazzo Chupi.

Ma è anche congenita, innata: la sua ostentata virilità, la sicurezza in se stesso che, naturalmente, non è possibile separare dal suo essere maschio e bianco. Schnabel, per usare di nuovo le sue parole, è diventato una figura “emblematica” nel mondo dell'arte perché per molti è il simbolo di abitudini e di gerarchie assai discutibili che affliggono il settore. Lui è un “maestro”, un artista con la A maiuscola, un manifesto anni Ottanta di sfarzo, ricchezza e spacconeria.

“Large Girl with No Eyes”, del 2001.

In un certo senso, il libro è anche un atto di difesa, un rispondere per le rime a chi lo ha criticato in passato, con autocitazioni e citazioni di curatori come Norman Rosenthal e Rudi Fuchs. «Dopo Schnabel, tutto è possibile», scrive la storica dell'arte Bonnie Clearwater con una stupenda iperbole. «Ho letto così tante brutte cose su di me e sul mio lavoro. Fa piacere vedere che sia stato scritto anche qualcosa di bello», dice lui. Ma più che un tentativo di replicare a chi in passato ha dubitato di lui, il libro può essere letto come un modo di giustificarsi, un'arringa contro la nuova guardia: coloro che potrebbero definirlo già oggi, o molto presto, un artista del passato. La cartella stampa per il lancio del volume dichiara che Schnabel è «sinonimo del ritorno dell'importanza della pittura». Un critico, però, potrebbe dire che l'ossessione condivisa con artisti più vecchi di lui, spesso maschi, per il canone della pittura - anzi, per «una pittura che non è mai stata fatta prima», come ha spiegato - non è poi così nuova. Non ci sono traguardi più importanti da raggiungere che sfidare i maestri del passato? Schnabel è stanco dell'ossessione crescente per il valore morale dell'arte, del bisogno che sia obbligatoriamente politica, “necessaria”, per citare un termine che vadi moda tra i critici.

«L'arte non fa discorsi», dice. La sua, continua, riguarda qualcosa di meno tangibile ed esplicito di ogni attivismo. Mi rimanda di nuovo al libro e mi chiede di leggere a voce alta una citazione di Max Hollein, attuale direttore del Metropolitan Museum of Art: «I lavori di Schnabel diventano recipienti di una poetica che è, allo stesso tempo, personale e universale. Nel suo caso il fatto di dipingere intenzionalmente qualcosa che non è tangibile genera una rappresentazione molto più fedele all'esperienza di ogni possibile tentativo di ritrarre in modo realistico il mondo fisico». «L'ultima frase è fantastica, vero?», commenta. La legge come una difesa contro l'idea che l'arte dovrebbe discutere e schierarsi. «Descrivere una certa cosa, però, non significa necessariamente risolverla. Può essere più utile creare qualcosa che, nella forma, approcci la questione attraverso una sorta di parallela equanimità». Però «il mood è il mood», dice alzando le spalle. «Certa arte è opportunistica, asseconda il clima sociale del momento. Penso che queste onde di politicismo danneggino la capacità di visione della gente. Che poi compra qualcosa proprio perché corrisponde all'aria che tira».

Julian Schnabel nel suo living. Foto Weston Wells.

Fa una pausa. «Nel 1979 ho dipinto un quadro che si intitola Circumnavigating the Sea of Shit. Ecco, è quello che dobbiamo fare». Schnabel si muove in un mondo in cui le fondamenta su cui si basava il potere della sua generazione si stanno sgretolando, in cui internet ha amplificato voci prima sottotraccia e in cui avere un certo potere non basta più a evitare le critiche. Tutto questo lo irrita. «È assolutamente criminale che la gente attacchi qualcuno come Dana Schutz per aver realizzato un ritratto di Emmett Till», mi dice ricordando la polemica sul fatto che un'artista bianca abbia dipinto il 14enne afroamericano che nel 1955 fu linciato da due bianchi a Money, nel Mississippi. «È semplicemente qualcuno che prova empatia per una persona di colore. Non penso che si debba essere neri per mostrare stima verso una persona di colore». Cerca di ignorare un recente articolo che lo ha descritto come l'archetipo del “white artist”, ma appare turbato: «Vedi, nel libro c'è un'immagine di Muhammad Ali insieme a me e a Olmo [suo figlio, ndr], quando era molto piccolo. Se considerano razzista me potrebbero farlo davvero con chiunque. È patetico». E aggiunge: «Se fossi lesbica e nera, penso che oggi mi sarebbe più facile avere una mostra al Met».

“Untitled (Zeus and Duende)”, del 1993.

Schnabel si rifiuta di rimanere impantanato in questi discorsi, un atteggiamento che lo ha tenuto a galla anche durante la pandemia. Mi dice di avere capito che, in realtà, non gli interessa granché se il pubblico va a vedere i suoi lavori. L'anno scorso una sua mostra alla galleria Pace di New York ha aperto il 5 di marzo ed è stata chiusa una settimana dopo a causa del lockdown. Non l'ha vista quasi nessuno, ma non gli importa. «Quando sei giovane una cosa del genere ti fa impazzire, invece adesso dipingo un quadro e poi guardo com'è, non ho bisogno di un pubblico». Da allora ha inaugurato altre mostre - quella che era prevista alla Pace Gallery è stata spostata e a dicembre ne ha avuta un'altra nella galleria di suo figlio Vito in Svizzera - ma non si preoccupa di come vengono accolte. «Ho dipinto i quadri e ho visto come sono. Non ho bisogno di altro».

“Trees of Home (for Peter Beard) 7”, del 2020.

Mi dice che ha sempre avuto paura della morte ma, negli ultimi tempi, è più sereno al riguardo, e anche su come la sua opera e la sua figura di artista verranno interpretati in futuro. «Il libro è un ottimo barometro di questo. Passo in rassegna tutto quello che ho fatto e non me ne vergogno. Potrei morire domani e andrebbe bene così». Nel frattempo, se ne sta rintanato con chi lo conosce e gli vuole bene. Si tiene vicini i suoi quadri, appesi in casa dove sono apprezzati, e dove può riflettere sul passato, quando quelli che contavano lo capivano, e tutti condividevano un certo modo di sentire. Ora, insiste, non si lascia condizionare dalle persone. Quando era giovane aveva «un bisogno intimo ed emotivo degli altri. Forse poi arriva un momento in cui questa necessità si affievolisce, e magari ti metti a parlare con chi non c'è più».

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